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Sedicimila dipendenti Amazon hanno scoperto di essere stati licenziati con una mail inviata per sbaglio dall’azienda È il secondo grande licenziamento deciso da Amazon, dopo quello di ottobre 2025 in cui avevano perso il lavoro 14 mila persone. Anche stavolta, c'entra l'AI.
Il video di Barbero sul no al referendum sulla giustizia è diventato più discusso del referendum stesso Il video, il fact checking, l'oscuramento hanno appassionato il pubblico molto più della futura composizione del Csm.
In Francia c’è stato un altro caso di sottomissione chimica e stavolta il colpevole è un ex senatore Per fortuna la potenziale vittima, una deputata dell'Assemblea nazionale, si è accorta di essere stata drogata prima che succedesse il peggio.
Dopo che Mamdani ha consigliato ai newyorchesi di leggere Heated Rivalry, i download del libro sono aumentati del 500 per cento Download tutti arrivati dalla rete delle biblioteche pubbliche della città, dove il libro si poteva scaricare gratuitamente.
Ikea ha annunciato che non produrrà più la borsa Frakta (quella blu da 99 centesimi) L'accessorio, passato anche sulle passerelle di Balenciaga e sui campi da tennis, sarà sostituito da un nuovo modello, in fase di progettazione.

HBO e Fox a caccia di idee in Israele

10 Aprile 2011

In principio era Be’Tipul, la serie drammatica (e a bassissimo costo) che nella seconda metà degli anni Duemila ha stregato Israele. E che nel 2008 l’americana Hbo, sinonimo di serie tv di qualità e non banali, ha acquistato, prima sottotitolando l’originale israeliano e poi trasponendo il format in un contesto statunitense. Il titolo, In Treatment, altro non era che la traduzione dell’originale in ebraico (Be’Tipul, appunto, “in trattamento,” nell’immagine qui a fianco vedete il loro logo). Il format era semplicissimo, forse troppo semplice: due persone che parlano sedute in uno studio, in altre parole una serie di sedute psicoanalitiche. I costi erano ridotti all’osso, tutto si giocava sulle doti degli attori e degli autori.

Nel caso israeliano, a reggere lo show erano soprattutto Assi Dayan, nipote del più celebre generale Moshe, e l’onnipresente Gila Almagor: due mostri sacri della cinematografia made in Tel Aviv. La produzione era affidata a Hagai Levi, un israeliano di antiche origini italiane, e tra gli autori c’era il mitico Ari Folman, che da regista avrebbe vinto un Golden Globe con il suo (indimenticabile) Valzer con Bashir.

La versione americana è praticamente un one man show dell’attore irlandese Gabriel Byrne (I soliti sospetti, Il Senso di Smilla per la Neve), anche se ha il pregio di avere lanciato la bravissima Mia Wasikowska, australiana, (che poi sarebbe diventata l’Alice di Tim Burton) e di avere recuperato dalla semi-oscurità Melissa Suzanne George, pure lei australiana, che avevamo già visto, dieci anni or sono, in Mulholland Drive. In molti all’inizio erano piuttosto scettici sulla possibilità di vendere un formato tanto israeliano, e diciamolo pure un tantino vecchia Mittle Europa (ragazzi… troppa psicanalisi, ditelo pure ad Ari Folman che ha infarcito di riferimenti freudiani il suo Valzer con Bashir, che pure ci è piaciuto lo stesso).  E invece In Treatment è stato un successone. Tanto che adesso l’Hbo si è ritrovata a doversi “inventare” da zero una terza stagione, visto che la serie israeliana di stagioni ne aveva solo due.

In principio, si diceva, era Be’Tipul e il successo dell’Hbo. Il risultato è che adesso altre case di produzione americane stanno andando a caccia di idee in Israele. Qualcuna ha già trovato quello che stava cercando. Per esempio Showtime, che sta lavorando all’adattamento americano della serie israeliana Hatufim: letteralmente “rapiti”,Hatufim racconta il dramma di alcuni soldati tenuti prigionieri in Siria e delle loro famiglie. La versione americana si chiamerà Homeland e avrà come protagonisti degli agenti della Cia.  Poi c’è la Fox, che ha già acquistato il format di una sit-com che ha avuto molto successo in Israele, Ramzor (semaforo), che negli Usa si chiamerà Traffic Light.

Resta da chiedersi come mai Fox, Hbo e altre grandi case di produzione vadano proprio in Israele, un Paese che dopo tutto ha poco più di sette milioni di abitanti, per trovare nuove idee. Una possibile risposta la fornisce, in un’intervista a The Wall Street Journal, Avi Nir, amministratore delegato dell’emittente israeliana Keshet:

A livello sociale, gli israeliani sono molto esigenti. Vengono scartati subito i programmi mediocri, obbligando i network a ritirarli o a proporre qualcos’altro. O si vince il jackpot o si è fuori del gioco.

Come dire: se un formato ha già il test del pubblico israeliano, Hbo e compagnia sanno di essere già a metà strada.

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