Hype ↓
18:23 venerdì 17 aprile 2026
La crisi in Medio Oriente potrebbe portare a un ritorno del denaro contante Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
La coppia formata da Cameron Winter e Olivia Rodrigo è un enigma che nemmeno i social riescono a risolvere Cosa unisce la principessa del pop gen alpha con il cantante dei Geese? In attesa di capire se facciano davvero coppia, internet non sembra farsene una ragione.
Lana Del Rey ha fatto una canzone per 007 ma non tutti hanno capito che si tratta del videogioco e non del film Molti sono ancora confusi da "First Light": la canzone più bondiana di Lana Del Rey, che sembra la intro di un film di 007 ma un film non ce l'ha.
Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.
In Germania hanno lanciato un motore di ricerca che serve a scoprire se i propri parenti erano dei nazisti Lo ha realizzato il Die Zeit in collaborazione con l'Archivio federale nazionale: contiene 10,2 di tessere di iscritti al Partito nazionalsocialista.

Hate Watch

Dedicare tempo ed energia a tenere acceso il tuo odio per una serie TV: non è cullarsi nel brutto, ma aggrapparsi a desideri e fissazioni inesplorate.

15 Ottobre 2012

Un paio di episodi fa, all’interno di Glee, uno dei protagonisti lamentava la scarsa intimità col suo ragazzo appena trasferitosi in un’altra città, e lo diceva in questi termini: «l’unico momento in cui siamo in sintonia è quando guardiamo insieme Treme». Stacco sulla coppia che chiacchiera via Skype, ciascuno a casa propria, lagnandosi in tempo reale dell’ultima puntata di Treme. («I numeri musicali non finiscono mai!» «Sì, e c’è troppo poco zydeco!») Una rapida strizzata d’occhio a quelli che da casa guardano Glee nello stesso modo, mettendo un prodotto alto e sofisticato al centro delle critiche, al posto di una serie dove uomini adulti si fingono adolescenti mentre cantano e ballano.

Nell’episodio successivo di Glee quella coppia sarebbe stata distrutta in un modo peggiore e più pretestuoso che se fosse arrivato un Suv dal nulla e avesse seccato quello che tra i due stava dicendo «cosa devo fare perché tu capisca che ti amo?». Sui social network, questo ha significato la fine di Glee per come l’abbiamo conosciuto fino a lì, e la mia dashboard è stata rallegrata da fotografie di fazzoletti appallottolati e scorte di cibo grasso, con elevatissima ricorrenza di questa Gif animata. (E anche questa.) Ora sto ascoltando una tra le migliaia di break up playlist spuntate nell’arco di pochi giorni, dove tra Amy Winehouse e Damien Rice è stata messa “Bring it On Home To Me“. Il solito caso di iper-investimento collettivo nella storia creata da qualcun altro, che qualcuno considererà eccessivo, qualcuno normale.

La battuta originale della serie però non era proprio «… quando noi guardiamo insieme Treme». Era «… when we’re hate-watching Treme».

Hate-watch significa guardare con/per odio. Prima dell’estate la critica Emily Nussbaum usava il termine per definire il rapporto personale tra se stessa e il dramma musicale Smash, con cui era passata dal sincero affetto al nero detestare entro poche puntate, forse due (io non sono andata oltre l’episodio pilota, e le canzoni facevano schifo, tutte). La formula è piaciuta, e in giro hanno cominciato a vedersi liste dei 10 programmi più hate-watched; poi Louis C.K. si è unito al coro, raccontando la sua esperienza da consumatore e devoto hate watcher di Studio 60 on the Sunset Strip. Eccetera.

Se vogliamo restare su un piano di realtà, dobbiamo sapere che non è una novità né un fenomeno passeggero – gli annali della brutta televisione sono costellati di gruppi di ascolto dedicati a prenderla in giro, e poi di piattaforme come Television Without Pity; interi format televisivi a loro volta sono stati costruiti intorno all’accoppiata prodotto scadente / commenti sagaci, primo su tutti Mystery Science Theater 3000, anno 1988. La novità, qui, deriva dal livello di emozione nel procedimento.

L’odio nasce dal genuino (ma frustrato) desiderio di qualcosa di positivo. Un’aspettativa legata a un argomento che lo spettatore considera “buono”, “promettente”, alla presenza di nomi prestigiosi nel cast o nel gruppo di produzione. Alcuni oggetti di hate-watching – per rivolgersi solo al passato recente, agli ultimi mesi – sono stati The Newsroom (mezzo episodio pilota, poi ho spento e ho pensato a The Social Network), Girls (non è per me, restiamo amici), The Killing (alla fine la morta era figlia di chi?). Se The Newsroom ha pagato il prestigio dei realizzatori e un tono medio evidente dal terzo scambio di battute, e The Killing ha pagato un’assenza di soluzioni puntuali o precise, Girls ha pagato… non lo so, un eccesso di buone critiche preventive, forse? Un problemino di rappresentazione, unito all’astio verso la classe sociale delle giovani donne portate in scena. Un po’ come la conclusione di Entourage dopo otto stagioni aveva lasciato in lacrime chi si era abituato alla cazzonaggine raramente punita dei protagonisti, ma puntava in un payoff spettacolare, e sperava che l’ultimo episodio li vedesse tutti e cinque avvolti nelle fiamme. (E invece? Erano tutti felici, mi hanno detto.)

Se accetti che la TV sia un catalogo di minuscoli desideri e fissazioni inesplorate, accetti almeno ogni tanto il caldo abbraccio del brutto riconosciuto come tale ma capace di appagare un bisogno, o una serie di bisogni collegati tra loro (ti fa sentire più intelligente, ti permette di deridere gli stili di vita altrui attraverso la loro rappresentazione rigida e dall’esterno, soddisfa il desiderio fino a quel punto latente di sentire le Destiny’s Child cantate da maschi). Ma l’hate watching non ha nulla a che fare con la dimensione del piacere colpevole, con il più familiare tra i lo so, lo so, è brutto, lasciamene guardare un altro po’. Nessuno si è messo davanti a Dallas convinto di stare per assistere a un ragionamento equilibrato e di buon gusto sul futuro dell’energia alternativa.

L’hate watching nasce dalla delusione. È un confronto impari con qualcosa che esiste, su cui tu non puoi intervenire in alcun modo, salvo dire «tutto questo è orribile». Significa essere sempre arrabbiati marci con un prodotto che è destinato a deluderti, perché ti ha deluso dal primo, dal secondo momento in cui ci hai posato gli occhi addosso. Significa dedicare energia e tempo a tenere accesa la luce del tuo odio.

Il tempo reale aggiunge una dimensione precisa al processo. Esiste l’hate watching solitario, ma molto più spesso esiste l’hate watching sui social media (hashtag #hatewatching ), per cui l’orrore e lo sdegno diventano un appuntamento regolare, condiviso con estranei. In Italia pochi mesi fa c’era la serie Una Grande Famiglia, la cui esistenza ho scoperto quasi solo grazie al numero di persone che lo commentavano su Twitter, in tempo reale. (Hashtag #ungrandecanile ) E tutti a dire quanto fosse imbarazzante, quanto male fosse recitato, scritto, tutto. Qualcuno avrà accettato una relazione stabile con un prodotto che l’avrebbe fatto soffrire comunque, perché lui/lei non era lo spettatore giusto per quel prodotto; qualcuno avrà provato gusto nell’impadronirsi di quel ruolo, come, per dire, il recapper italiano che guardava Smallville perché sapeva che ne sarebbe uscito un riassunto divertente. Qualcuno avrà accettato di andare avanti a odio, perché mancano le alternative.

Torniamo un attimo a Glee, e al suo showrunner Ryan Murphy, creatore – solo nell’ultima manciata di anni – di Nip/TuckAmerican Horror StoryThe New Normal, nonché autore dell’adattamento di Mangia Prega Ama: se volessi esprimere quello che provo con le parole di qualcun altro, direi «Ryan Murphy è un gigantesco robot blocca-cazzo costruito in un laboratorio segreto del governo americano». Se volessi farmi capire un po’ di più, e fare uno sforzo maggiore in termini di autenticità, di quello che penso veramente, io direi «Ryan Murphy è stato mandato qui da un futuro catastrofico per strizzarti fuori dagli occhi ogni traccia della minima felicità tu possa aver mai provato in vita tua, e poi spingerti tutto il braccio nello stomaco e prenderti a calci mentre cadi a terra». Ecco, Murphy, che si considera hate watched da almeno una parte del suo pubblico, è arrivato a inserire nel testo battutine sul tema dell’hate-watching; è arrivato a dire «vi conosco, lo so che siete lì fuori», ma non per questo ha corretto il tiro su nulla. Lui sa bene che l’hate-watching può toccare soltanto le cose che passano in Tv, perché solo una storia televisiva da prima serata permette di dilatare il tempo del tuo odio, senza farti sentire il peso di tutto quello che stai investendo nella coltivazione di quell’odio. E i fenomeni simili nel campo delle storie di carta sono trascurabili – di nuovo, esiste chi s’è letto tutta Stephenie Meyer solo per parlarne male con cognizione di causa (lei), ma i numeri sono minimi rispetto a chi certi libri li ha letti perché gli piacevano, o perché almeno stimolavano l’istinto a fare di meglio.

Ecco, il limite – per me – dello sguardo di odio è che genera battute affilate, l’illusione della condivisione emotiva a volte; non genera nessuna forma di contenuto rielaborato dagli utenti, dalle breakup playlist ai tentativi di scrivere e disegnare altro, e, va da sé, ho la sensazione che resti tutto in superficie, ma che possa lo stesso, come nel caso di Smash, diventare massa critica. (Letteralmente: lo guardano solo quelli che lo odiano.)

Sarebbe bene, in un altro momento, parlare delle storie che implodono quando il loro creatore asseconda troppo i desideri dei consumatori più forti o più ossessivi. A un certo punto non è difficile immaginare che una storia imploda perché quel creatore decide di ascoltare gli hate watchers.

Articoli Suggeriti
Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente

Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.

Durante i festeggiamenti per il 30esimo anniversario della serie è stato annunciato un nuovo anime di Evangelion

Nuova serie di cui non si sa assolutamente niente, ma questo non ha impedito alla macchina dell'hype di entrare in funzione.

Leggi anche ↓
Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente

Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.

Durante i festeggiamenti per il 30esimo anniversario della serie è stato annunciato un nuovo anime di Evangelion

Nuova serie di cui non si sa assolutamente niente, ma questo non ha impedito alla macchina dell'hype di entrare in funzione.

Social Media Manager

Ripensare tutto

Le storie, le interviste, i personaggi del nuovo numero di Rivista Studio.

Il surreale identikit di uno degli autori dell’attentato a Darya Dugina diffuso dai servizi segreti russi