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19:50 venerdì 4 settembre 2026
C’è una casetta che è rimasta miracolosamente intatta nell’inondazione in Nepal e nessuno sta riuscendo a spiegare come sia stato possibile L'hanno ribattezzata "casa miracolosa" e le hanno dato un pin tutto suo su Google Maps, dove ora è classificata come "a prova di alluvione".
A 80 anni Paul Schrader ha provato l’ayahuasca e gli è piaciuta così tanto che ha deciso di farci un film Dopo otto trip consecutivi (otto!) e un mese in Costa Rica, Schrader ha capito che dall'esperienza era necessario trarre un film.
Anne Carson ha scritto un bellissimo saggio per dire che ama follemente Rosalía È così innamorata che ne perdona anche i difetti: ad esempio non sembra del tutto convinta dei testi delle sue canzoni, ma, ci tiene a specificare, lei «non è certo la giudice migliore».
La strana, stranissima storia che ha portato un collettivo antifascista italiano nella lista delle organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti L'A/I Collective, che fornisce servizi internet anonimi, da adesso è considerata un'organizzazione terroristica di sinistra, accusata di sostenere la cosiddetta "rete antifa".
Una delle cose più belle scritte da Gloria Steinem è un capitolo del suo memoir in cui racconta che divenne femminista grazie a sua madre, che femminista non aveva mai potuto essere Un testo che si può leggere gratuitamente sul sito del Guardian, uno dei tantissimi lasciti della giornalista, scrittrice e attivista.
Se un adolescente vi dovesse dare del “poliestere”, sappiate che vi sta insultando pesantemente Polyester è il nuovo improperio preferito dei ragazzini: si usa per le persone che conducono una vita "finta" e superficiale. Ma anche per chi fa video brutti.
Tom Hardy ha pubblicato un album rap e la cosa sorprendente è che non è per niente male Si intitola Czarface Meets Frankie Pulitzer: quindici tracce con Inspectah Deck dei Wu-Tang Clan e 7L & Esoteric, più Busta Rhymes, Method Man ed El-P.
Putin ha deciso che da ora in poi le aziende che non sanno difendersi dagli attacchi dei droni ucraini verranno nazionalizzate E sarà lui (ovviamente) a decidere chi gestirà l'azienda, e come, dopo l'avvenuta nazionalizzazione.

Lo spettacolo di una sfilata

Durante la stagione delle collezioni Resort, lo show di Gucci a Roma ci ricorda come la moda può diventare collettore di persone e visioni del presente.

30 Maggio 2019

Abbiamo passato gli ultimi anni a ripeterci che le sfilate erano finite e che la moda, qualunque cosa significasse oggi, si era spostata altrove. Rimane una constatazione vera, tanto più nella lunga stagione delle collezioni Resort (o Cruise), che si consuma stancamente nei mesi primaverili fino alle porte dell’estate e che negli ultimi anni è diventata una sorta di gara mirabolante fra le grandi conglomerate del lusso. A mostrare la propria capacità di spesa, tanto per cominciare, e a guadagnarsi quella rilevanza social che oggi, lo dice anche il Business of Fashion, costituisce il 65% della ragion d’essere di una sfilata. E se c’è un caso in cui quel passaggio da Instagram ai negozi è particolarmente cristallino da farlo sembrare quasi scontato – anche questo, ormai, lo ripetiamo da anni – è di certo quello di Gucci, così come l’ha costruito, anzi consapevolmente orchestrato, Alessandro Michele.

I ricavi del marchio, che nel primo trimestre del 2019 hanno segnato già i 2,3 miliardi di euro, così come le polemiche e i repost, non fanno altro che confermare il ruolo che Gucci oggi ricopre nella cultura pop, un campo minato dove gli oggetti di moda si confondono con le serie tv, gli articoli virali e quei (pochi) film che ha ancora senso vedere sul grande schermo, in un flusso continuo di contenuti cui spesso ci sottoponiamo involontariamente. Una sfilata di Gucci, e una sfilata di Gucci come quella andata in scena a Roma (città d’origine e d’elezione di Michele) nei restaurati Musei Capitolini, è uno streaming multiforme di segni e significati per un pubblico sempre più avido di rappresentazioni più o meno complesse e, a distanza di quattro anni da quel debutto a sorpresa, mantiene intatta la sua presa sul presente. Così di quello show tutto è condivisibile, nel senso che tutto ci spinge a volerne fare parte e a diffonderne le immagini, fosse solo per lamentarcene, a partire dalle foto di un parterre così largo e variegato da inglobare Renato Zero e A$AP Rocky, Ghali e Mariacarla Boscono, Matteo Renzi e Virginia Raggi, Alessandro Borghi e Stevie Nicks, quasi fossimo in una Hollywood ridisegnata a misura di italiani. Quella che una volta si chiamava Cinecittà, ed era un viavai di incontri e scontri culturali nella cui nostalgia siamo affogati per decenni.

Ed è singolare che quella nostalgia si cancelli proprio ai bordi di una passerella al buio – solo luce naturale per Alessandro Michele, come per gli sceneggiatori di Game of Thrones ma con l’intelligenza di fornire l’accessorio-torcia, non brandizzato – dove sfilano novantasette look come sempre stratificati, quelli sì complessi, felliniani e autoironici, ma anche letterali – “My body, My Choice”, la data della legge italiana sull’aborto, il ricamo a forma di utero fiorito, la scritta “Roma” impressa sulla bocca dei modelli – ché di questi tempi c’è bisogno di prendere posizione, ricordare l’ovvio, scegliersi la barricata e ribadire, come fosse necessario anche per chi è abituato a muoversi tra pretini e contesse, che il potere si può raccontare anche così, anzi che viene meglio spogliarlo di ogni sacralità, ridicolizzarlo, costringerlo al confronto con la grandezza museale del passato e farlo sentire piccolo, volubile, passeggero.

Hanno scritto molti commentatori che Gucci è tra i migliori testimonial della grandezza della capitale – insieme a Valentino di Pierpaolo Piccioli – e Giorgia Meloni se ne dovrà fare una ragione, che al sovranismo si risponde con i mocassini e la lingerie total-logo, che è più contemporaneo, e che dovremmo preoccuparci se non altro di come dirigerla, questa grande attività creativo-culturale-capitalista e come sfruttarla per riaprire le stazioni della metro chiuse da mesi. Eppure di collezioni belle in questa sonnolenta stagione ne abbiamo viste (soprattutto Louis Vuitton), ma si sono mantenute nel territorio, legittimo per quanto illusorio, di quell’esclusività figlia del Novecento che con internet abbiamo definitivamente smantellato, sparcellizzandola in mille piccoli pezzettini (post): il pop è un’arena di leoni e chi meglio di un romano sa come dominarla.

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