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Gli impallinati di alieni sono convinti che gli Usa stiano per dire che gli alieni esistono perché il governo ha registrato il dominio aliens.gov Tutti quelli che non sono impallinati di alieni, invece, dicono che è solo un altro tentativo di Trump di distrarre l'opinione pubblica dagli Epstein Files.
Qualcuno si è inventato un traduttore che traduce qualsiasi cosa dici nella ridicola lingua tipica di LinkedIn Si chiama Kagi Translate e vi insegnerà come trasformare qualsiasi cosa vi succede sul lavoro in un «nuovo emozionante capitolo!».
Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
Per i 25 anni della saga si terrà un rave party a tema Signore degli Anelli in cui il dj sarà Elijah Wood, cioè Frodo Baggins Insieme all’attore Zach Cowie, suo partner nel duo Wooden Wisdom, Wood guiderà un «rave in pieno stile Terra di Mezzo» il prossimo 31 maggio.
Zendaya sarà la protagonista di tutti i film più attesi del 2026 Sette film in un anno, uno più atteso dell'altro: si inizia con The Drama l'1 aprile e si finisce a dicembre con Dune 3.
Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.

Lo studio di Godard a Milano

Un trasloco-performance ha portato in Fondazione Prada l'atelier del grande maestro di cinema.

04 Dicembre 2019

Da oggi a Milano si potrà dire: “Facciamo un salto da Godard?”. Una frase che nel cuore dei cinefili è come un’illuminazione. Per festeggiare i suoi 89 anni, compiuti il 3 dicembre, il regista più all’avanguardia di sempre, Jean-Luc Godard, ha allestito come installazione permanente alla Fondazione Prada il suo studio di montaggio e luogo di vita, utilizzato dal 2010 in poi per realizzare i suoi film. L’ha chiamato “Le Studio d’Orphée” –  aperto dal 4 dicembre alle visite al primo piano della Galleria Sud  – ed è per il regista «il mio atelier» per sottolinearne la dimensione artigianale.  Tra frame colorati diventati cartoline appesi alle pareti, foto scattate e modificate con l’iPhone, oggetti, libri, abiti, arredi, centrale è il tavolo di montaggio con tre monitor a fronteggiare un grande schermo su cui in loop passano nove cortometraggi, da On s’est tous défilés del 1988 a Une Catastrophe del 2008, e ogni giorno dalle 17, per soli 5 spettatori, è in programma Le livre d’image, suo ultimo lungometraggio, premiato a Cannes 2018 e passato in anteprima italiana nello stesso anno al Milano Film Festival.

Il tavolo è la sua scrivania da scrittore per immagini, con un aspirapolvere lasciato vicino all’hard disk, un poggia mouse a forma di gatto scappato da un film di Chris Marker, ma anche calamai per inchiostro e una copia del quaderno tratto da Le livre d’image aperto sulla pagina che recita: «È certo che l’arte di rappresentare implica quasi sempre della violenza verso il soggetto della rappresentazione»Una frase che, implicitamente, commenta anche il luogo e il mettersi in scena dello stesso Godard che apre al pubblico e per sempre il suo laboratorio da enfant terrible dell’arte, anche se il regista stesso, da sempre, ha passato decenni a costruire il suo «piedistallo», come lo chiamò con disprezzo l’amico François Truffaut. Già, perché in teoria è un trasloco di parte della sua casa a Rolle, in Svizzera vicino a Ginevra, dove JLG da decenni libera i suoi film, lavorando spesso con il montatore Fabrice Aragno. In pratica, è un trasloco-performance, poiché il regista ha seguito personalmente l’allestimento e l’ultimo tocco sono state delle strisciate di vernice grigia sul soffitto della seconda sala: non a pennello, ma con un mocio che giace nel suo secchio all’ingresso, di fianco alla sdraio con racchetta e abiti da tennis buttati lì a casaccio, avanzi dello sport amato e praticato quotidianamente per anni.

L’atelier è un viaggio attraverso tanti segni della sua poetica, che mescola storia del cinema e delle arti, autobiografia, commento e ironia. Dal Leone d’Oro per Prenom Carmen (1983) usato come ferma libri di tanti titoli ricorrenti nei suoi film, a un poster de L’avventura di Michelangelo Antonioni appoggiato di traverso su un muro, a una scatola di scarpe segnata a pennarello «Kino A-M» che la moglie Anne-Marie Miéville, da bambina, trasformò in un gioco, un cinema in miniatura per un usignolo di carta. Ogni dettaglio, nell’apparente disordine, risponde a un altro o rimanda ad altro. Godard è un al tempo stesso serio e ludico che pensa per immagini in movimento e usa il montaggio anche nell’accostare gli oggetti della sua realtà. Il gioco ha allora diversi livelli, da quello alto tra icone della cultura occidentale – il pannello con i ritratti di Dostoevskij, Pirandello, Goethe, Woolf, Molière, Cervantes – al privato, l’appendiabiti con il cappotto e il cappello che indossa nei suoi film, la Palma d’oro vinta a Cannes usata per dare riparo a un uccellino d’ottone. Ciascuno è libero di accostare quanto coglie nella rete di riferimenti che gli vengono messi di fronte: l’usignolo, per esempio, ritorna nella statuetta, nel modellino di carta che è dentro il micro-cinema e in uno dei fotogrammi-cartolina dell’ingresso, virato in rosa, siglato dalle parole: «USINE DE RÊVE», “la fabbrica dei sogni”, ovvero il cinema.

Jean-Luc Godard, “Le Studio d’Orphée”, Fondazione Prada, Milano
Photo/Foto: Agostino Osio – Alto Piano. Courtesy Fondazione Prada

L’atelier di Godard è un piccolo museo intimo e in fondo anche malinconico, attraverso cui l’ultimo dei registi viventi della Nouvelle Vague, avviandosi ai novant’anni, si è messo in gioco trionfalmente: dall’intervista fiume a settembre ai «petits-enfants» dei Cahiers du Cinéma, dove esordì come critico negli anni ’50, per accompagnare un ciclo da lui curato dedicato a Le livre d’image, alla retrospettiva completa dei suoi film che dall’8 gennaio animerà la Cinémathèque di Parigi (e l’incontro con JLG il primo marzo 2020 è già sold out). A chiudere l’intervento milanese, vi è infine “Accent-sœur”: l’audio della monumentale opera video in 8 parti Historie(s) du Cinéma (1988-1998) che passa nell’ascensore della Torre della Fondazione. Lì, letta da Godard, nel fiume sonoro si ascolta una frase chiave – citazione da Robert Bresson – per comprendere la sua arte: «Ne pas montrer tout les côtés de choses. Marge d’indéfini» (“Non mostrare tutti i lati delle cose. Un margine di indefinito”). Quel «margine d’indefinito», quel non trovare spiegazioni nette per ogni riferimento, è in fondo anche il modo in cui ogni spettatore dei suoi ultimi film e visitatore dell’atelier può tuffarsi nel mondo di JLG.

[“Le Studio d’Orphée” presso la Fondazione Prada (Largo Isarco 2) è aperto al pubblico dal mercoledì al lunedì dalle 13 alle 19. L’accesso è consentito esclusivamente tramite prenotazione da parte dei visitatori in possesso di un biglietto di ingresso. Le prenotazioni si effettuano alla biglietteria, fino a esaurimento posti. Dalle 13 alle 17 sono proiettati i cortometraggi per gruppi di 10 visitatori ogni 30 minuti. Dalle 17 alle 19 è presentato il film Le Livre d’Image e l’ingresso è consentito alle 17 per massimo 5 spettatori.]

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