Abbiamo incontrato il Premio Nobel a Milano, durante la presentazione di Dottie, romanzo del 1990 finalmente uscito anche in Italia.
Quest’anno il Glastonbury non ci sarà perché gli organizzatori vogliono far “riposare” il terreno sul quale si tiene il festival
Lo chiamano anno di maggese, ce n'è uno ogni cinque edizioni del festival, serve a far ricrescere l'erba e a far brucare tranquille le mucche.
Il Glastonbury di quest’anno non è stato cancellato per mancate adesioni di artisti, cancellazioni dell’ultimo minuto o eventi climatici estremi. Il festival si fermerà per quello che gli organizzatori chiamano «anno di maggese», un concetto preso in prestito dall’agricoltura che permette di lasciare la terra a riposo perché il suolo si rigeneri. Nel caso del Glastonbury il concetto di rigenerazione si deve applicare anche alla popolazione del Somerset, la contea che si trova a dividere ogni anno il suo territorio con migliaia e migliaia di persone. L’ultimo anno di riposo ufficiale risale al 2018, nel mezzo ci sono state altre due edizioni saltate, quelle del 2020 e del 2021, ma per cause di forza maggiore (la pandemia).
A spiegare la decisione alla Bbc è stata una delle organizzatrici, Emily Eavis, secondo cui la pausa «è importante perché permette alla terra di riposarsi e alle mucche di stare all’aperto più a lungo e di riprendersi il loro territorio». L’azienda agricola che ospita il festival, la Worthy Farm, resta prima di tutto una fattoria, attorno alla quale il festival viene costruito una volta all’anno. Eavis ha aggiunto che la sostenibilità è sempre stata centrale per Glastonbury e che un anno di stop «dà a tutti un po’ di tempo per staccare la spina», tutti includendo anche gli abitanti di Pilton, il villaggio dove si tiene il festival, e del Sommerset e che per un’estate si godranno i verdi prati d’Inghilterra senza averci un festival dentro.
Il resto della strategia ambientale funziona anche negli anni “normali”. Per ogni edizione gli organizzatori mettono in campo una serie di iniziative per limitare i danni, tra cui l’impegno «ama la fattoria, non lasciare tracce» che i partecipanti sono invitati a firmare insieme al biglietto, oltre al divieto di piatti, bicchieri e posate di plastica monouso, bottiglie di vetro, razzi di segnalazione e lanterne cinesi. Il co-organizzatore Michael Eavis l’ha buttata sul sentimentale: «Ci impegniamo per avere il minor impatto possibile su questo territorio. Per me, Worthy Farm è l’essenza stessa della vita qui». Anche le mucche, presumibilmente, concordano.