Abdulrazak Gurnah vuole restare uno straniero per sempre

Abbiamo incontrato il Premio Nobel a Milano, durante la presentazione di Dottie, romanzo del 1990 finalmente uscito anche in Italia.

01 Luglio 2026

Ciascun personaggio dei libri di Abdulrazak Gurnah è un moto a luogo. Per l’autore stesso, nato a Zanzibar nel 1948 e fuggito durante la rivoluzione a soli diciotto anni, la migrazione è l’altro nome dell’identità: una condizione che non si sceglie, ma che diventa la materia stessa di cui si scrive, anche quando – ed è il caso dei volti che affastellano i racconti di Gurnah – si presenta sotto la foggia di una camicia di forza. Quella che a livello globale è stata riconosciuta come «dedizione alla verità e avversione alla semplificazione» come recita la motivazione del Premio Nobel per la Letteratura 2021 a Gurnah, era già presente in Dottie, il suo romanzo scritto nel 1990 e pubblicato ora per la prima volta in Italia da La nave di Teseo nella traduzione di Alberto Cristofori. L’attualità di Dottie, come quella di Paradise, candidato al Booker Prize nel 1994, ci ricorda che certe oppressioni possono essere talmente interiorizzate da diventare irriconoscibili. A volte, il colonialismo si presenta come un paradiso.

 Dottie è stato pubblicato nel 1990 ed arriva in Italia solo nel 2026, 36 anni dopo. Quando rilegge questo romanzo oggi, lo riconosce ancora come suo, o lo sente scritto da un altro Gurnah?
Non mi sembra poi così diverso da quando l’ho scritto. Forse ci sono piccole differenze, ma non direi che è cambiato oggi ciò che pensavo allora. Dal punto di vista della scrittura, invece, è normale che lo stile e il metodo cambino. Quindi se dovessi riscrivere quel libro, forse oggi lo farei diversamente… Ma in fondo non la penso così, perché non ne sento il bisogno. Il libro è finito, poi si passa a qualcos’altro.

ⓢ Quando Dottie fu pubblicato, passò quasi inosservato. Ha continuato a scrivere nell’oscurità fino alla candidatura al Booker Prize e poi al Nobel per la Letteratura. Ha sentito un po’ di amarezza per tutto questo tempo?
All’epoca era piuttosto comune per gli scrittori, non solo per me: magari scrivevi un libro e nessuno se ne accorgeva, poi un secondo libro che riceveva un po’ di attenzione, poi un terzo libro che passava quasi inosservato e ti domandavi: “Sono la persona giusta? Sto facendo la cosa giusta?”, e questo genere di dubbi. Poi è successo che Paradise è stato inserito nella shortlist del Booker Prize ed è sembrato che tutto decollasse. Non provo amarezza, se ripenso a quel periodo prima della notorietà avevo più ansia. Credo che questa sia l’esperienza della scrittura, a chi scrive è richiesta una certa dose di pazienza. Oggi vedere i libri tradotti in tante lingue, come l’edizione in italiano per La nave di Teseo, mi rende felice.

ⓢ Parlando di migrazioni, lei ha rivendicato l’utilizzo della parola straniero rispetto a immigrato, rifugiato, o richiedente asilo. Sembra una scelta filosofica prima che linguistica, perché sposta l’identità dalla condizione all’essere. Ma straniero sembra tenere insieme il luogo che non è mai davvero casa e il luogo lasciato alle spalle: è possibile trovare un punto che smorzi questa tensione?
Mi attrae la parola staniero piuttosto che altre perché descrive l’esperienza umana di sradicamento e spaesamento. Chiunque venga da qualsiasi luogo e si trasferisca in un posto diverso condivide un’esperienza comune. È questo che mi attrae: le ansie che le persone provano quando si trovano di fronte a un luogo nuovo hanno caratteristiche comuni come la lingua, forse la cultura, forse il grado di ostilità. A prescindere dal Paese, a una persona straniera è richiesto sempre lo stesso atteggiamento: essere pazienti, essere forti, tenere gli occhi aperti per imparare. Ecco perché è attraente dire straniero: implica una sorta di vittimismo, che oggi noi associamo all’avversione e al panico di una società aperta. Ma pensiamola per un attimo in modo diverso, guardiamola dalla prospettiva di una persona che impara a vivere in un luogo dove tutto è diverso da ciò che finora conosceva.

ⓢ Nel romanzo, Dottie, giovane donna nera inglese ma senza una storia familiare autentica a cui aggrapparsi, lavora in una fabbrica che è un microcosmo di stranieri. Lavoratori non qualificati, che percepivano, come scrive: «La loro irrilevanza rispetto ai fatti concreti, la loro incapacità di raggiungere quello per cui avevano sofferto e si erano sacrificati». Quali sono le fabbriche di oggi?
Sono i campi dove si coltivano i pomodori in Italia, per esempio. Oggi il settore agricolo è quello in cui si trovano lavoratori senza documenti, con salari bassissimi, con condizioni alle quali nessuno vuole lavorare. Tranne chi per necessità attraversa il Mediterraneo, cioè persone che per un motivo o per un altro non possono sfuggire a questa situazione. Oggi, al contrario le fabbriche moderne richiedono competenze professionali più elevate rispetto a prima, dato che tutto è automatizzato. In confronto a ciò che accade sui campi, oggi il lavoro in fabbrica probabilmente è percepito come abbastanza gradito, direi.

ⓢ Ken, il primo amore di Dottie, a un certo punto si scaglia contro di lei che lavora per i bianchi, smascherando l’ipocrisia del liberale bianco (come lo è anche lui, d’altronde) in modo chirurgico. Oggi chi è quel liberale bianco «razzista come siamo tutti, ma che fa finta di essere impegnato»?
Nel romanzo, Ken è un personaggio interessante che distorce ciò che dice perché vuole tirarsi fuori dai guai. Penso che oggi sia molto facile attaccare i liberali perché c’è la tentazione di pensare di essere dalla parte giusta e quindi di essere esente da qualsiasi accusa di ingiustizia. A volte ci sono persone che si perdonano da sole, è facile farlo se si pensa di avere buone intenzioni, se si pensa di essere già brave persone e quindi lontano da chi dice o fa certe cose. Ecco, il liberale fa questo, anche se non necessariamente è sempre un bugiardo. Cede, però, alla tentazione di pensare di essere esente se qualcosa non funziona nella società.

ⓢ Parlando del tema del suo libro e di tentazioni, il colonialismo resta il peccato originale della nostra società occidentale?
Non intendo in senso religioso, ma questo sarebbe un buon esempio di ciò che intendevo dire. Nel colonialismo l’intera impresa era connotata come nazionale. Molte persone erano coinvolte e, naturalmente, tutti ne traevano vantaggio. Ricordo che visitai il Sudafrica nel 1994, dopo le elezioni democratiche, ed era molto difficile trovare una persona bianca che avesse sostenuto l’apartheid. Tutti lo dicevano, che c’erano sempre stati oppositori; ma non poteva essere vero, altrimenti questa opposizione sarebbe emersa molto tempo prima. Dopo la decolonizzazione, sono emersi due atteggiamenti: da un lato i difensori, quelli che dicono: “No, non abbiamo fatto poi così male, ce la siamo cavata”; dall’altro quelli che dicono: “In fondo il peccato c’era ma non era così grave, non avremmo potuto fare molto”. In entrambi i casi, in questi atteggiamenti c’è la volontà di autoassolversi.

ⓢ Proprio pochi giorni fa Keir Starmer ha annunciato le dimissioni da Primo Ministro di un governo che si è definito progressista, ma che negli ultimi due anni ha adottato politiche migratorie restrittive, con uno status temporaneo per i rifugiati e la revoca del dovere legale di ospitarli. Come legge questo momento?
Le cose sono peggiorate. Certamente la struttura amministrativa è peggiorata, rendendo molto difficile l’arrivo delle persone. E anche quando arrivano, il modo in cui vengono controllate è disumano; poi oggi tutto è molto organizzato, ci sono tantissime leggi. La migrazione è diventata un’ossessione in molti paesi europei specialmente per una pletora di persone scontente che vogliono incolpare qualcun altro. Questo è realtà in molti stati, e sono pochi quelli in cui, se sei nei guai, le persone ti danno il benvenuto. Voler rimandare indietro le persone è ridicolo. Ciò che volevo far emergere in Dottie – che, per inciso, è una cittadina inglese – era una sorta di razzismo inconscio che non riflette il razzismo, ma è come una premessa nascosta. Pensa alla retorica della nazione britannica per esempio: siamo morali, siamo buoni, ci prendiamo cura di queste persone… Tutto questo nasconde una sorta di superiorità e paternalismo verso persone che non sono come noi, normali come noi, sono diverse. Non necessariamente le si odia, ma si possono trattare con un certo grado di disprezzo o di indifferenza. Oggi questo atteggiamento è ancora più polarizzato: possiamo non chiamarlo razzismo, ma lo riflette.

ⓢ Il 23 giugno 2016, dieci anni fa oggi, il Regno Unito votò per la Brexit. Non trova la campagna Leave e la sua visione di una Gran Bretagna deregolamentata e a bassa tassazione fuori dall’UE con una Londra dipinta come una Singapore-on-Thames, il risvolto ironico di un paese che aveva colonizzato il mondo, diventato refrattario a una presunta colonizzazione europea?
Questa resistenza da parte delle persone che arrivano è sempre stata una difficoltà in Inghilterra, in bilico fra il concetto di asilo e la questione dell’accoglienza. Ma non tutti sanno che molte persone, soprattutto provenienti dall’Europa, ebrei e protestanti, hanno trovato rifugio in Inghilterra. Quindi, da un lato c’è questa storia di accoglienza, dall’altro la xenofobia. Questa tensione tra due aspetti c’è sempre stata, e penso che sia proprio questo che si sta consumando oggi. Non credo, purtroppo, che sia finita qui: oggi non importa se la persona straniera sia congolese, zanzibarese, armena o polacca; quando si rivoltano, si rivoltano contro chiunque. La Brexit è stata in qualche modo una svolta contro l’arrivo degli europei e contro la linea di pensiero secondo cui il nemico è sempre lo stesso: lo straniero proveniente da un luogo oscuro del mondo.

ⓢ Lei è arrivato in Inghilterra da Zanzibar a 18 anni. Dottie è nata in Inghilterra ma non si sente inglese. Esiste, secondo lei, un punto in cui uno smette di essere straniero agli occhi degli altri, o quel punto non arriva mai?
Penso che sia molto difficile dimenticarlo per qualcuno che ha vissuto per un lungo o breve periodo, qualunque siano le origini dei suoi antenati. Anche per chi pensa che il posto migliore sia quello dove si trova ora, non significa necessariamente che quella persona si sentirà inglese, per esempio. Sarà per metà inglese, ma forse nemmeno quello. In questi anni si è sviluppato un movimento che sostiene che molti non hanno il diritto di definirsi inglesi… Il che è stupido perché la società inglese si è costruita proprio grazie al fatto di essere stata rifugio per persone provenienti da diverse parti d’Europa. Non è che si possa rivendicare un’antica cultura anglosassone, e privilegiare in qualche modo la nozione di inglesità come speciale è pura finzione, una sorta di ideologia. Se la pensi così, nessuno ti accetterà mai. Io personalmente non voglio sentirmi particolarmente inglese. Mi va bene se in questo Paese posso continuare a lavorare ed avere i miei diritti di cittadino.

ⓢ Eppure sembra che ci sia un ritorno a una forte identità nazionale, se pensiamo per esempio a ciò che sta accadendo negli Stati Uniti con il movimento MAGA.
L’idea degli Stati Uniti è solo una fantasia, gli Usa sono un paese di immigrati. Questa retorica cela la fascinazione per un mondo perduto, una purezza perduta, che non esistono nella realtà. Non so quale sia il problema dell’Italia, perché anche l’Italia unisce un popolo frutto della fusione di differenze storiche. Ciò che trovo assurdo nel Regno Unito è che il precedente Primo Ministro – Rishi Sunak, ndr – ha antenati indiani, i suoi genitori provenivano dall’Africa. Eppure, in qualche modo sembra esserci una certa cecità verso queste differenze. La gente non dice: “Non voto per quest’uomo perché è indiano”. Allo stesso tempo, non avrei mai pensato che sarebbe viceversa accaduto negli Stati Uniti con la contestazione del presidente Barack Obama: eppure è successo, perché le persone oggi si sentono in diritto di mettere in discussione questo tipo di differenze

ⓢ Nel romanzo c’è un momento in cui Dottie si rende conto di non riuscire più a distinguere i ricordi veri da quelli che ha inconsciamente modificato nel tempo «per adattarli alle sue esigenze». La narrazione collettiva dei migranti rischia di diventare un racconto parzialmente sganciato dalla realtà?
Ciò che Dottie comprende e, allo stesso tempo, non comprende è che questo tipo di conoscenza di sé si costruisce come esperienza personale e anche come base per ciò che una persona può anticipare o immaginare per sé stessa. Si chiede: «È davvero questo ciò che ho imparato o me lo sto inventando?». Ma la risposta ai suoi dubbi in realtà coincide con ciò che facciamo sempre: impariamo qualcosa, ma allo stesso tempo anticipiamo spiritualmente noi stessi, proiettandoci in un altro noi, figurandoci in un’altra esperienza. È un modo di esprimere un’aspirazione non ancora realizzata, in qualche modo consapevole, in cui ci si immagina diversi. Dottie non lo comprende appieno, eppure è ciò che le accade.

ⓢ In questo suo rimodellarsi, Dottie accumula conoscenza, e l’aspetto interessante è che, a sua insaputa, rimodella anche il patrimonio di un Paese, come quando definisce i romanzi di Jane Austen libri di storia.
È proprio così, ed è ciò che noi possiamo fare con la lettura e la letteratura: non dobbiamo leggere secondo le regole imposte da qualcuno, ma come vogliamo! Jane Austen è  parte della letteratura nazionale, i suoi libri hanno contribuito alla narrazione del Regno Unito. Dottie non lo sa, e questo ha delle implicazioni. In Mansfield Park di Jane Austen, la critica al protagonista Sir Thomas Bertram, un affarista che andava ad Antigua per fare affari sugli schiavi, non viene menzionata quando si presenta il libro come emblema della stabilità, del decoro, della chiarezza inglesi. Questo significa che come leggiamo un’opera, specialmente un libro di letteratura nazionale, cambia il nostro modo di vedere il mondo rispetto a una società in cui fino a ieri molte circostanze erano oppresse in favore di una retorica nazionalista. Oggi i libri ci ricollocano dentro questo processo, ed è in fondo quello che in Dottie, tramite Dottie, ho cercato di fare.

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