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Fare il giudice del Booker Prize è un sport estremo, un mestiere usurante, una missione impossibile Per scegliere i 6 finalisti i giurati devono leggere 163 libri in 7 mesi, praticamente uno al giorno. Per riuscirci ognuno s'inventa un metodo suo, tra diete liquide, notti insonni e gare di velocità.
Né la censura né gli omicidi, Novaya Gazeta l’ha uccisa uno sfratto Dopo quasi 30 anni il giornale di Muratov e Politkovskaja è costretto a lasciare la redazione di vicolo Potapovskij entro il 9 novembre. Senza sede e senza donazioni, l’ultimo grande quotidiano indipendente rimasto in Russia annuncia la chiusura.
Avevamo alte aspettative ma l’incontro tra Mamdani e Gualtieri le ha superate tutte, tra Mamdani che canta Bella Ciao e Gualtieri che fa battute cringe in inglese Dopo essersi a lungo corteggiati a distanza, i due sindaci si sono finalmente incontrati di persona. Speriamo in un sequel con Mamdani in Campidoglio.
Maledetta primavera è diventata una delle canzoni delle proteste in Italia e il merito è tutto di un centro sociale milanese Il Centro sociale autogestito Lambretta la mette in tutte le sue serate e in tutte le sue manifestazioni. I video in cui viene cantata sono diventati virali e ora la voce di Loretta Goggi la si sente sempre più spesso nelle proteste.
Curry Barker, il regista di Obsession, ha fatto uscire a sorpresa un nuovo film e l’ha pubblicato gratuitamente sul suo canale YouTube Si intitola Mama Bear, dura sette minuti e, dopo averlo visto, tutti dicono la stessa cosa: non ci si capisce niente.
Quando si è trattato di scappare dalla giustizia, Flavio Bolsonaro si è improvvisamente ricordato delle sue origini venete e soprattutto del passaporto italiano concessogli dal governo Meloni Ha lasciato il Paese passando per Argentina ed Ecuador ed è atterrato a Miami. Nella lista passeggeri risulta cittadino italiano: un riconoscimento ottenuto nel 2023 in tempi piuttosto veloci.
È stato presentato il primo report sulle librerie italiane, in cui si scopre che nell’83 per cento dei Comuni italiani non c’è nemmeno una libreria Il settore vale 1,8 miliardi, conta 4.451 punti vendita ma otto Comuni su dieci non ne hanno neanche uno. I librai chiedono, per l'ennesima volta, una politica nazionale.
Gli studenti serbi hanno festeggiato la vittoria alle elezioni con un gigantesco rave di 24 ore nella piazza simbolo delle proteste La festa in piazza Slavija è durata quasi 24 ore, con decine di migliaia di persone che cantavano «Freed from Regime».

Oltre Mai dire Banzai

Un programma americano si propone di rappresentare «il folle mondo della cultura giapponese dei giochi a quiz». Ma la tv giapponese non è ferma a Takeshi's Castle.

29 Novembre 2013

Giappone, estremo Oriente, terza economia del globo, Paese da decenni stabilmente nella top ten degli Stati col più alto indice di sviluppo umano. Ma anche terra indissolubilmente legata a una serie di cliché: i lottatori di sumo, il sushi, gli anime, le insegne al neon di Tokyo. E i programmi tv folli in cui i giapponesi fanno praticamente di tutto, genere di noto successo su YouTube e perno non secondario dell’immaginario istintivamente connesso al Paese all’estero.

Il filone dei game show giapponesi ha prodotto comunità di fedeli nutrite e appassionate e generato una serie pressoché infinita di spin-off in tutto il mondo, spesso doppiati e quasi sempre presentati come una colonna portante della cultura nipponica. Ma è davvero così? Se lo chiede anche The Atlantic, in un articolo scritto in occasione della premiére americana dell’ennesima riproposizione del format: Japanizi è un gioco in cui bambini vestiti con costumi improbabili sono sottoposti a sfide insolite come correre su un tapis roulant o trasportare oggetti mentre un ninja li prende di mira con lanci di palloni di gommapiuma. La tagline proposta dalla società che distribuisce lo show, Marblemedia, recita «entra nel folle mondo della cultura giapponese dei giochi a quiz».

La notizia, però, è che quel mondo e quella cultura non esistono più da circa quindici anni, perlomeno nei termini in cui produzioni di questo tipo ci hanno abituato a conoscerli.

Ovviamente Japanizi non è il primo esempio di prodotto confezionato negli USA per ribadire la spiccata specificità degli show giapponesi: nel 2008 I survived a Japanese game show, sulla rete ABC – il cui schema prevedeva che un gruppo di americani residenti a Tokyo partecipasse a contest poco meno che assurdi – fece segnare ottimi dati di ascolto. Prima ancora, però, il mondo intero si infatuò di un altro show, il capostipite di ogni gara di corsa su piattaforme saponate o kermesse colorata e popolata da strani costumi e stranissimi obiettivi: Takeshi’s Castle. Il programma venne ideato da Takeshi Kitano, regista e attore, che fu anche il suo protagonista e, tra le righe, è uno dei più celebrati guru del cinema giapponese (ha diretto, tra gli altri, Hana-bi – Fiori di fuoco, Dolls e L’estate di Kikujiro).

Il programma venne ideato da Takeshi Kitano, regista e attore, che fu anche il suo protagonista e, tra le righe, è uno dei più celebrati guru del cinema giapponese.

Andato in onda per la prima volta nel 1986, il format di Tokyo Broadcasting System, della durata di un’ora, prevedeva l’assalto all’omonimo castello del conte Takeshi da parte di un team di concorrenti vestiti con costumi volutamente ridicoli, nonché propensi a gareggiare in specchi d’acqua e pozze di fango mentre dai lati del percorso altre persone lanciano oggetti verso di loro. Lo show, girato in un set che comprendeva anche laghi e ostacoli artificiali costruiti appositamente a Yokohama, ebbe un enorme successo mondiale. Fu il primo show giapponese a venire trasmesso in tutti i continenti, e contribuì decisamente a plasmare la percezione televisiva del paese di Tokyo all’estero. Non esattamente il massimo, per uno show fatto di scene del genere.

Negli States lo show è diventato famoso con l’anagramma MXC (Most Estreme Elimination Challenge) e, nella serie originale, andò in onda dal 2003 al 2007 in una versione completamente re-editata che poco aveva a che fare con l’originale: il conte Takeshi (Kitano) e i suoi scherani furono rinominati e doppiati da voci americane, mentre la trama sottesa al gioco venne completamente stravolta. In Italia, com’è noto, il programma fornì la maggior parte della materia prima sfruttata dalla Gialappa’s Band per la sua definitiva consacrazione sul tubo catodico in Mai dire Banzai, apparso su Italia 1 nel 1989 e di indiscussa fortuna a livello di ascolti (tanto da generare un’infinita serie di riproposizioni, che arrivano ai giorni nostri). Una delle particolarità del programma – insieme ai nomi dei protagonisti, ribattezzati Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi, i mitici arbitri elvetici di Giochi senza frontiere – era l’abitudine del trio comico di Mediaset di presentare ironicamente le sfide intraprese dai concorrenti dello show come scene abituali di vita giapponese. La trasmissione rese famose formule quali «perché fa parte della cultura giapponese farsi del male» o «direttamente dal Giappone, per voi italiani…», che erano solite introdurre i video delle improbabili prove.

In Mai dire Banzai la Gialappa’s presentava ironicamente le sfide intraprese dai concorrenti dello show come scene abituali di vita giapponese.

Eppure, come si diceva, da quegli anni le cose in Giappone sono cambiate radicalmente. Il pezzo dell’Atlantic spiega come, per quanto a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta i quiz dai toni marcatamente weird fossero popolari nel Sol Levante, contenuti imbarazzanti o sessualmente espliciti venissero già osteggiati da buona parte della popolazione. L’associazione non-profit Broadcasting Ethics & Program Improvement Organization (BPO) nel ’97 riuscì a costituire un comitato volto ad azioni di lobby in favore di «coloro il cui onore, privacy o altri diritti umani è stato violato da una trasmissione». Nel giro di tre anni, diversi titoli del palinsesto giudicati inopportuni vennero cancellati o ridimensionati.

Da allora, l’interesse dell’audience nipponica è virata in maniera netta verso quiz molto più tradizionali, quali Chi vuol essere milionario?, che vedono nella partecipazione di personaggi famosi la prassi premiata dagli ascolti nazionali. Il primo impatto di questi programmi non è meno straniante rispetto alle prove di resistenza degli show che fecero il giro del mondo, ma il contenuto non ha nulla a che vedere con saltare in pozze di melma, buffi costumi da uccello o quiz che prevedono colpi nei testicoli ai concorrenti che sbagliano a recitare scioglilingua.

In realtà, il malinteso diffuso da Takeshi’s Castle è duplice: è vero che, negli anni della sua prima messa in onda, quel genere di game show era sì diffuso, ma in maniera meno estesa di quanto si potrebbe pensare. Molte trasmissioni, antesignane di una pratica poi diffusasi in Occidente, trasmettevano ininterrottamente partite di videogiochi. E non soltanto: ad assaltare il castello del conte Takeshi erano persone comuni, mentre in altre produzioni contemporanee la pratica di ricorrere a personaggi famosi era già usuale e consolidata.

Negli anni quello della costrizione è diventato un luogo comune particolarmente – ma poco opportunamente – legato a questo ambito della cultura giapponese.

Un’altra concezione diffusa in Occidente dallo show di Kitano fu quella secondo cui i concorrenti di questi programmi erano “costretti” a parteciparvi – lo dimostra il format di I survived a Japanese game show, in cui i partecipanti americani venivano addirittura sequestrati. Negli anni quello della costrizione è diventato un luogo comune particolarmente – ma poco opportunamente – legato a questo ambito della cultura giapponese. Ma in Takeshi’s Castle, ça va sans dire, quello del sequestro dei concorrenti era solo uno stratagemma comico.

Perciò, a tirare le somme dell’onda lunga che l’idea di Takeshi Kitano ha avuto sull’immaginario collettivo legato al suo Paese, è giusto dire che c’è stato un tempo in cui i programmi nipponici non erano qualcosa di molto diverso dalle imbarazzanti scorribande ritratte nel suo show. Ma quel tempo è finito da quasi vent’anni. E oggi «il folle mondo della cultura giapponese dei giochi a quiz» semplicemente non esiste più.

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