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A giugno arriveranno in streaming i primi quattro film di Sean Baker, mai distribuiti fino a ora in Italia Sono Four Letter Words, Take Out, Prince of Broadway, Starlet e saranno disponibili a partire da giugno, in lingua originale con sottotitoli.
C’è una copia di Wikipedia in cui tutti gli articoli sono deliri sconnessi e sconclusionati scritti da una AI Si chiama Halupedia e contiene tutte le informazioni su eventi storici come il Grande Censimento dei Piccioni del 1887 e approfondimenti sul mandato gnomico del ragionamento circolare.
Un’operazione segreta dell’Onu ha salvato dalle macerie di Gaza milioni di documenti che ricostruiscono la storia del popolo palestinese dalla Nakba a oggi In 10 mesi, gli operatori hanno salvato milioni di documenti che permetteranno di ricostruire gli alberi genealogici dei palestinesi e di raccontare il loro legame con quella terra.
La lunghissima, tesissima, imbarazzatissima stretta di mano tra Donald Trump e Xi Jinping È durata 14 secondi, nessuno sembrava voler mollare la presa per primo, ovviamente su internet si sono fatte scommesse e meme a riguardo.
Helen Mirren ha esordito come testimonial di Stella McCartney facendo una “cover” di Come Together dei Beatles In realtà si tratta di un bis: Mirren quel testo lo aveva già enunciato alla sfilata di Stella McCartney per la primavera/estate 2026.
Uno studio ha dimostrato che interessarsi all’arte e alla cultura rallenta l’invecchiamento e migliora la salute Addirittura più dell'esercizio fisico: dedicarsi alle arti almeno una volta alla settimana riduce l'invecchiamento biologico di un anno.
L’invasione dei pavoni di Punta Marina è diventata una notizia di portata internazionale È stata ripresa nientemeno che da Ap News, cioè da Associated Press, con un video pubblicato sul loro sito.
È in lavorazione un film sulla storia di C’era una volta in America di Sergio Leone «È la storia di un uomo che ci ha messo 15 anni a fare un film e che finché non ci è riuscito non ha fatto nient'altro. Tutto raccontato con l'ironia di mio padre», ha detto Raffaella Leone, figlia di Sergio e produttrice del film.

Il triste declino delle gif

Giphy, il motore di ricerca delle gif, ha dichiarato che sono troppo cringe per sopravvivere: l'unica soluzione è che vengano acquisite da Meta. Ma come hanno fatto a trasformarsi nel mezzo espressivo dei boomer?

di Studio
21 Settembre 2022

C’è stato un momento, difficilmente collocabile nel tempo, in cui usare certe emoji su Whatsapp ha iniziato a far rima con senilità (fisica e/o mentale). Mentre in giro c’è ancora chi sostiene di usare pesche e melanzane durante il sexting, nelle chat di lavoro continuano ad abbondare le emoji per prostrarsi in scuse disperate: mani giunte, faccina che piange, cuore spezzato. Vietata ovunque, invece, la faccina che ride fino alle lacrime, così come quella che sorride (a meno che non venga usata come reazione passivo-aggressiva): entrambe rappresentano il non plus ultra della sfiga. Certe emoji sono morte, alcune stanno agonizzando, ma nel complesso la loro fine è ancora lontana: aprite Whatsapp e cercate una chat dove non compaia un cuore rosso. Diverso è il destino delle gif. Ad annunciare la loro fine, pochi giorni fa, è stato Giphy stesso (il motore di ricerca nato nel 2013 per facilitare la ricerca e l’uso delle gif) con una dichiarazione che riassume alla perfezione il clima culturale in cui siamo immersi: molto semplicemente, le gif stanno morendo perché sono diventate cringe.

È esattamente quello che Giphy ha confessato all’autorità di regolamentazione della concorrenza del Regno Unito che sta cercando di bloccare un tentativo di acquisizione da 400 milioni di dollari da parte di Meta. In una dichiarazione depositata presso l’Autorità per la concorrenza e i mercati, Giphy ha sottolineato con una certa disperazione che non esiste società diversa da Meta disposta ad acquistarla. Come riportato dal Guardian, il valore dell’azienda è sceso di 200 milioni di dollari rispetto al picco del 2016 e, cosa più importante, la sua offerta principale mostra chiari segni di boomerismo.

Pensateci, qual è l’ultima volta che avete utilizzato una gif? Se l’avete fatto recentemente, senza dubbio l’intento era ironico, un po’ come quando facciamo gli auguri ai colleghi utilizzando quelle card in stile “buongiornissimo caffè” che si trovano cercando su Google Immagini “auguri collega”. Molto probabilmente avrete scelto la vostra gif senza nemmeno andarla a prelevare su Giphy, ma usando le tastiere Gif a disposizione su Whatsapp. Molto probabilmente era un gatto bianco che piange con gli occhi luccicosi (le gif con gli animali sono rimaste le uniche salvabili), quasi sicuramente, se siete bianchi, probabilmente non era una gif con protagonisti neri, perché, come avrete letto negli anni passati (ad esempio qui, o qui) è considerata una forma di blackface (ma la gif più usata del 2021 resta Stanley di The Office Usa).

Con il loro stile sgranato e scattoso, le gif sembrano provenire da un’altra era, e in effetti è così: sono state inventate nel lontanissimo 1989 (molto prima degli smartphone e dei social, ma anche prima del World Wide Web). Hanno accompagnato l’ascesa del web e hanno prosperato per qualche anno, gradualmente accantonate con la nascita di formati meno pesanti. Ma invece di sparire definitivamente, nel 2010 sono esplose, cavalcando il successo di Tumblr. Non solo venivano usate come reazioni (un po’ come delle emoji animate) per commentare i post, ma erano diventate il modo più semplice per condividere brevi video. I frammenti di filmati porno che costituivano una parte fondamentale del social (finché non sono stati eliminati nel 2018, decretando di fatto la sua morte) erano tutti in formato gif.

Gli stessi motivi per cui la gif ha rischiato di morire la prima volta non sono mai scomparsi: a un file di grandi dimensioni corrisponde una scarsa qualità dell’immagine. Nonostante ciò, ai bei tempi, rispondere con una gif era preferibile a qualsiasi altro tipo di risposta. Era un modo per sfoggiare il proprio senso dell’umorismo, la propria abilità nel maneggiare la cultura di internet e anche la cultura pop, visto che moltissime gif erano prelevate da serie, film, eventi mondani. Usando Giphy, poi, trovare la gif perfetta era facilissimo: l’azienda ne aveva raccolte più di 300 mila da tutto il web, le aveva taggate e classificate, aiutando gli utenti a trovare esattamente quella giusta per qualsiasi situazione (mentre prima dovevano scartabellare gli oscuri siti dei creatori di gif, un’attività non proprio per tutti). «Gli stessi principi che si applicano a Google sembrano valere anche per Giphy: se non sei tra i primi tre risultati, potresti anche non esistere», dice un esperto di internet culture citato dal Guardian. In pratica tutti hanno iniziato a utilizzare le stesse gif e l’uso creativo e innovativo del formato si è spento. Non solo: le gif non sono mai state facili da creare (a differenza dei meme, ad esempio) e non sono adatte all’uso su mobile, che è il principale mezzo col quale tutti oggi utilizziamo internet.

Non c’è niente di più cringe che arrivare in ritardo sulle cose di internet: è il motivo per cui i reel sono estremamente cringe, per il modo in cui il più delle volte ripropongono TikTok diventati virali mesi prima, ed è cringe anche condividere un meme dopo troppo tempo che è girato. Se le gif sono diventate così sfigate è anche perché non vanno d’accordo con la Gen Z, che per chattare usa Instagram e per condividere e commentare contenuti usa TikTok. Giphy ha ragione: solo Meta può prendersi la briga di acquisirla e metterla a disposizione dei boomer che ancora utilizzano quel catorcio di Facebook, gli unici che sarebbero ancora capaci di commentare l’articolo condiviso da qualcuno con Dwight di The Office Usa che fa una smorfia (e trovarlo divertente).

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