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Un regista sta girando un film sulla gentrificazione a Milano che inizia così: un regista frustrato deve girare uno spot per il Comune di Milano sulla riqualificazione di un quartiere Si intitola La piccola illusione, l'ha diretto Fabrizio Recchi è un cortometraggio indipendente e si finanzia con un crowdfunding in cui le ricompense si chiamano "Subaffitto in nero" e "Attico vista cantiere".
Forse stavolta non dovremo aspettare dieci anni per vedere il nuovo film di Jonathan Glazer Il regista lo ha rivelato quasi per caso al New York Film Festival: dettagli non ne ha dati, però ha detto che è già a buon punto con la scrittura.
Oggi ad Amsterdam si terrà la più grande manifestazione contro i data center mai organizzata da quando esistono i data center Il collettivo Geef Tegengas protesta contro il data center di Microsoft che verrà costruito vicino alla stazione di Sloterdijk e che consumerà tanta energia quanta ne consumano tutte le famiglie che vivono nella zona.
Tre sex worker si sono stufate delle piattaforme che le sfruttano e censurano, così hanno deciso di fondarsi una piattaforma tutta loro, «la più pro-sex worker del mondo» È nata per accorciare la strada tra i social e i contenuti per adulti, e la gestiscono tre sex worker. Vieta l’AI, commissioni più basse di OnlyFans e promette alle creator una cosa rara in questo lavoro: una comunità.
Il rimedio contro la desertificazione potrebbe venire da una sperduta isola dell’Atlantico che da deserto si è trasformata in giungla Dal 1847, su un’isola vulcanica di Ascension, gli alberi dei Kew Gardens hanno creato una foresta che si mantiene da sola. Gli scienziati la studiano per capire come fermare l’avanzata dei deserti, ma il modello ha dei limiti.
Il paradiso esiste e si chiama Gifcities, il museo che raccoglie tutte le gif apparse sull’internet dei bei vecchi tempi Più di quattro milioni di GIF animate recuperate dalle pagine di GeoCities, grazie all'ennesimo sforzo di conservazione del benemerito Internet Archive.
Le proteste in Francia continuano e adesso agli studenti si sono aggiunti lavoratori di praticamente tutti i settori Lavoratori degli ospedali, degli aeroporti, delle poste, delle scuole, delle ferrovie e molti molti altri: questo fine settimana sono attesi in piazza centinaia di migliaia di persone.
Le banche stanno iniziando a rinegoziare i mutui concessi alle persone che vivono nelle zone più a rischio a causa del Super El Niño Con il super El Niño che si sta formando nel Pacifico, i grandi istituti di credito stanno rivedendo i prestiti esposti a siccità e alluvioni, soprattutto in agricoltura.

Sei possibili scenari per Israele e Gerusalemme

Potrebbe rientrare tutto, ma anche scoppiare un’intifada. Cosa succederà in Medio Oriente?

11 Dicembre 2017

La scorsa settimana Donald Trump ha annunciato che gli Usa riconoscevano Gerusalemme come capitale di Israele e che sposteranno lì l’ambasciata, che ora sta a Tel Aviv. A ridosso dell’annuncio, che è stato fatto mercoledì sera, qualcuno aveva previsto forti disordini, o addirittura lo scoppio di una nuova intifada. Altri hanno minimizzato, facendo notare, per esempio, che il Congresso americano aveva già riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e approvato una misura per spostare l’ambasciata (col Jerusalem Embassy Act del 1995). Sul campo, per il momento, la situazione è tesa, però meno tesa di quanto non si erano immaginati i più pessimisti. A distanza di qualche giorno, è possibile provare a tracciare qualche scenario.

1. Ci sarà una terza intifada?

Quando Trump ha annunciato il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele, una delle reazioni più diffuse, specialmente in Italia, è stata “ecco, adesso scoppierà una terza intifada”. È uno scenario possibile, ma francamente non probabile. Ci sono stati disordini, certo, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, dove i manifestanti palestinesi si sono scontrati con le forze israeliane (molti degli abitanti arabi di Gerusalemme Est non hanno la cittadinanza israeliana e dunque sono palestinesi a tutti gli effetti). La domanda però è se tutto questo possa deflagrare in una vera e propria intifada, come successe trent’anni fa e nel 2000. È una questione che ha esaminato a fondo Anshel Pfeffer su Haaretz, giungendo alla conclusione che è molto improbabile. Sono 13 anni che tutti si aspettano una terza intifada, scrive, ma finora non si è mai concretizzata. In gran parte perché i palestinesi hanno troppo da perdere: due intifade hanno fatto molti morti e non hanno portato a un gran che. Quello che si è visto negli ultimi anni è piuttosto un aumento ciclico di singoli episodi di violenza (gli accoltellamenti, le auto sulla folla) che però non hanno portato a una rivolta violenta su vasta scala.

2. Provocherà il caos in Medio Oriente?

Poco probabile. Il Medio Oriente è già nel caos di per sé e in tutto questo il conflitto israelo-palestinese c’entra sempre meno. Ci sono guerre civili in Siria, Iraq, Libia e Yemen, ma israeliani e palestinesi per il momento restano (relativamente) tranquilli. C’è chi dice che la questione israelo-palestinese potrebbe fungere da “miccia” e in effetti qualche disordine legato alla questione c’è stato in Libano. Però è improbabile che la cosa esploda. Un po’ perché la questione israelo-palestinese non è più così centrale in Medio Oriente. E poi perché, con tutte le guerre civili che ci sono e che si trascinano da anni, nei Paesi arabi dove le cose sono tranquille la gente ci pensa davvero due volte prima di fare casini.

3. Rientrerà tutto?

È una prospettiva forse un po’ troppo ottimista ma non del tutto campata in aria: la questione potrebbe semplicemente rientrare. Almeno in parte. L’annuncio di Trump infatti consiste in due elementi: il riconoscimento di Gerusalemme capitale e lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv e Gerusalemme. Il riconoscimento di Gerusalemme capitale ha una valenza simbolica e politica importante, ma non fa altro che confermare due cose che già si sapevano: Israele considera Gerusalemme sua e gli Stati Uniti non sono neutrali, stanno con Israele. Avere formalizzato questa cosa ha creato rabbia e disordini tra i palestinesi, ma probabilmente finirà lì. Lo spostamento dell’ambasciata invece riguarda la situazione sul campo e potrebbe portare a disordini maggiori. Se e quando avverrà. Perché nel breve e medio periodo l’ambasciata resterà dov’è. La Casa Bianca ha detto che sposterà l’ambasciata tra quattro anni. Ma, come ha spiegato l’ex ambasciatore Dan Shapiro al Washington Post, probabilmente ne serviranno almeno dieci.

Reaction To US Embassy Announcement In Jerusalem

4. I rapporti tra Europa e Israele saranno sempre più tesi?

Per il momento sembrerebbe di sì, ma non ingigantiamo la cosa: l’annuncio di Trump e l’esultanza di Netanyahu sono stati condannati da Macron e Gentiloni, per fare due esempi. Il premier israeliano ha avuto un’accoglienza gelida a Bruxelles. Però i Paesi dell’Europa orientale sembrano propensi a seguire la linea di Trump: la Repubblica ceca ha detto che sposterà l’ambasciata. È la conferma di un trend già in atto: Israele va sempre più d’accordo con Trump, Putin e i Paesi dell’Est e sempre meno d’accordo con l’Europa occidentale. Ma non è una cosa che avrà grandi conseguenze concrete.

5. Archivieremo l’idea di uno Stato palestinese?

Un’altra delle cose che si sono sentite dire tanto è che la dichiarazione di Trump “affosserà il processo di pace”. Il problema è che il processo di pace è affondato già da un bel po’. Per processo di pace in genere s’intende il principio, nato nei primi anni Novanta, di giungere a un modello di “due popoli per due Stati” (con un futuro Stato palestinese che sorga a fianco di quello israeliano) e dove i palestinesi danno “pace in cambio di terra” (tradotto: voi israeliani ci date l’indipendenza, noi smettiamo di darvi fastidio). Ecco, questa cosa qui è bell’e che morta. La dichiarazione di Trump però mette la sua morte nero su bianco, dice “il processo di pace così come lo conoscevamo non c’è più”. Ma dice anche un’altra cosa, e cioè che, per come la vedono gli Usa, possiamo anche dimenticarci uno Stato palestinese. Come ha scritto Menachem Klein su +972, adesso c’è «un consenso israelo-americano che non ci sarà nessuno Stato palestinese e nessuna capitale a Gerusalemme». 

6. E se invece fosse un’occasione per i palestinesi?

È uno scenario di cui si sta discutendo tra gli analisti, ma, anche qui, un po’ troppo ottimista. Uno dei ragionamenti è questo: bene, abbiamo messo nero su bianco che il vecchio modello del processo di pace è morto e sepolto, allora non potrebbe essere un’occasione per iniziare a esplorare altre strade? Un altro ragionamento è: la più grande potenza del mondo ha riconosciuto Gerusalemme come israeliana, almeno adesso la comunità internazionale dovrà riconoscere che c’è un problema con lo status di chi ci abita. (Come accennato prima, i residenti arabi di Gerusalemme non hanno la cittadinanza: inizialmente era stata offerta loro ma avevano rifiutato, adesso invece la chiedono in molti ma viene loro negata). Si tratta però di una prospettiva un po’ forzata, il famoso “tanto peggio, tanto meglio”.

Foto Getty
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