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15:23 mercoledì 7 gennaio 2026
Il carcere di New York in cui è rinchiuso Maduro è lo stesso in cui si trovano tutti i detenuti più famosi del mondo Il Metropolitan Detention Center di Brooklyn è noto per aver accolto politici, boss e celebrità, ma anche per il pessimo stato in cui versa.
Stephen Miller, il più fidato e potente consigliere di Trump, ha detto che gli Usa possono prendersi la Groenlandia con la forza «Il mondo è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli», ha spiegato Miller, minacciando per l'ennesima volta la Groenlandia.
Mickey Rourke è indietro con l’affitto della sua villa di Los Angeles e la sua agente ha lanciato una colletta per evitare che venga sfrattato A quanto pare, l'attore deve al suo padrone di casa ben 59 mila dollari di affitti arretrati. Per sua fortuna, la raccolta fondi sta andando bene.
Uscirà una nuovo giocattolo simile al Tamagotchi ma “potenziato” dall’intelligenza artificiale Si chiama Sweekar, può diventare immortale (più o meno), ricordare la voce del padrone e anche rievocare momenti vissuti insieme.
Il Cern ha annunciato che il Large Hadron Collider, il più grande acceleratore di particelle del mondo, resterà spento per cinque anni a causa di lavori di manutenzione Lo stop durerà almeno fino al 2030 e servirà a potenziare il LHC, in modo da usarlo in futuro per esperimenti ancora più ambiziosi.
Una delle ragioni per cui Maduro è stato catturato sarebbero i balletti che faceva in pubblico e che infastidivano Trump Trump avrebbe interpretato quei gesti come una provocazione e avrebbe quindi deciso di dimostrare che le precedenti minacce non erano un bluff.
Gli sciamani peruviani che ogni anno predicono il futuro avevano predetto la caduta di Maduro Durante l'abituale cerimonia di fine anno avevano avvertito della cattura del presidente venezuelano, e pure di un'imminente e grave malattia di Trump.
A nemmeno quarantott’ore dal colpo di Stato in Venezuela, Trump ha già minacciato altri quattro Paesi Stando a quello che ha detto Trump, i prossimi a doversi preoccupare sono Cuba, Colombia, Groenlandia e pure il Messico.

Dov’è finito Gene Hackman?

Un ritratto dell'attore che dal 2004 si è ritirato a scrivere libri e non vuole più sentir parlare di Hollywood.

29 Ottobre 2019

Ci sono artisti che fanno parte di te. Io, per esempio, avrò ascoltato mille volte “The Sound of Silence” di Simon & Garfunkel, tanto che ormai quel brano è come se fosse un mio dito, un gomito o un tallone. La faccia di Gene Hackman fa parte di questo mio repertorio corporale. Per anni mi ha fatto compagnia grazie a quella faccia un po’ così. Quel suo ghigno, gli occhi sottili, lo sguardo a metà fra il bonario e lo schizofrenico. Gene è stato per anni un po’ come il vecchio zio burbero che vive lontano e che ti viene a trovare una volta all’anno. E magari quella volta, ti infila pure nelle tasche la busta coi soldi. È stato il poliziotto Popeye ne Il Braccio violento della Legge e Lex Luthor in Superman, lo sceriffo Little Bill Dagget ne Gli spietati e lo spione tormentato ne La conversazione. Ma anche l’eremita cieco Abelardo in Frankenstein Junior o il bizzarro patriarca ne I Tenenbaum.

I suoi film arrivavano puntuali come il panettone arriva a Natale. Poi, all’improvviso, dal 2004 il vuoto. Il silenzio. Il vecchio Gene si è dissolto come borotalco nell’aria. Niente più pellicole. Né al cinema, né in tv. Ma dove è finito Hackman? Il 30 gennaio compirà 90 anni ma cosa ha fatto in questi ultimi sedici anni? «Sono andato a letto presto», risponderebbe Noodles in C’era una volta in America. E probabilmente risponderebbe così anche lui. Eppure qualche indizio qua e là ce l’aveva lasciato. «Sono stato addestrato per essere un attore, non una stella», aveva detto, «sono stato addestrato per interpretare ruoli, non ad avere a che fare con la fama, gli agenti, gli avvocati e la stampa». Piccoli frammenti dell’anonimato che sarebbe arrivato di lì a poco.

Oggi Gene non si sta godendo la pensione, ma scrive libri. S’è ritirato a vivere con la seconda moglie, la pianista Betsy Arakawa (sposata nel 1991) nel New Mexico, e si è fatto crescere una lunga barba bianca. Insieme allo storico Daniel Lenihan ha pubblicato Wake of the Perdido Star (uscito nel 1999), Justice for None (2006) ed Escape from Andersonville (2008), ambientato durante la guerra civile americana. Payback at Morning Peak, del 2011, è invece una storia western di amore e vendetta sullo stile di quelle scritte da Zane Grey. Poi, nel 2013, è arrivato il thriller poliziesco Pursuit. Sui giornali ci è finito suo malgrado un anno più tardi, dopo essere rimasto ferito in un incidente stradale in Florida.

E Hollywood? Non ne vuole sentire più parlare. Non perché sia successo qualcosa, ma semplicemente perché ha già dato. «Mi costa davvero molto emotivamente guardarmi sullo schermo. Penso a me stesso e mi sento come se fossi molto giovane, poi guardo questo vecchio con le guance cadenti e vedo gli occhi stanchi, la stempiatura e tutto il resto». Gene ha scelto di vivere a Santa Fe, lontano dai party e dai set. «Non ho nessuna intenzione di interpretare ruoli da grande nonno», aveva confessato alla giornalista Belinda Luscombe del Time prima di dileguarsi. Il suo ultimo film, Due candidati per una poltrona di Donal Petrie, è del 2004. Dopo l’ultimo ciak, i link col grande schermo si sono sempre più diradati. Ha preso parte al docufilm I Knew It Was You dedicato a John Cazale. Mentre tre anni fa ha prestato la voce al documentario The Unknown Flag Raiser of Iwo Jima per Smithsonian Channel. Poi più niente. Solo la scrittura. «Se si guarda a se stessi come a una stella, si ha già perso qualcosa nella rappresentazione di ogni essere umano», ama ripetere. Eppure lui una stella lo è stata eccome. Non tanto per i due premi oscar in bacheca e le cinque nominations, né per i quattro Golden Globes o per l’Orso d’Argento conquistato a Berlino. Ma per quella sua capacità, che solo i fuoriclasse hanno, di trasformare in oro qualsiasi cosa. Un film mediocre in una pellicola cult, un ruolo debole in uno indimenticabile.

Gene Hackman in The Royal Tenenbaums del 2001, diretto da Wes Anderson

Nato a San Bernardino, città di ancoraggio dell’Inland Empire in California, Eugene Allen (questo il suo vero nome) ha avuto un’infanzia di quelle che tanto sarebbero piaciute a Dickens. «Le famiglie problematiche hanno generato una folta serie di bravi attori», dice. La madre alcolizzata ha perso la vita in un incendio perché si è addormentata con la sigaretta in bocca ancora accesa, dando fuoco alle lenzuola. A 19 anni si arruola nei Marines, vola in Cina. Al ritorno fa piccoli lavoretti. «Il peggiore di tutti», dice, «è quando fui assunto, insieme ad altri quattro ragazzi, per pulire le poltrone e gli arredi di pelle nel grattacielo della Chrysler. Un incubo». La svolta arriva a 26, quando si iscrive alla scuola di recitazione californiana Pasadena Playhouse. Il suo “compagno di banco” è un certo Dustin Hoffman, amico fraterno, che fa dormire in cucina. Big Gene ha un corpo massiccio, spalmato su quasi un metro e novanta di altezza («Ma il tuo amico fa il camionista?», chiese la prima volta che lo vide il padre di Hoffman al figlio) e una versatilità e un carisma da gigante assoluto. Il 1967 è l’anno in cui fa “bum”: il regista Arthur Penn gli ritaglia un ruolo in Gangster Story che gli vale la prima candidatura agli Oscar. Poi è un’ascesa continua, senza fine. Anello di sangue (1970), i già citati Il braccio violento della legge (1971) e La conversazione (1974), L’Avventura del Poseidon (1972), Eureka (1983), Un’altra donna (1988), Mississippi Burning (1988), Il socio (1993), Potere assoluto (1997), La giuria (2003). Il film che ha odiato di più è stato Colpo vincente, perché girato solo per necessità economiche. Quello più amato, è Lo Spaventapasseri, con Al Pacino, del 1973.

In cinquant’anni ha recitato in un centinaio di film. In molti suoi ruoli ha fatto convivere tenerezza e sadismo, fragilità e violenza. I suoi sorrisi sono stati rassicuranti, ma sempre fino a un certo punto. Spesso ha avuto anche ruoli da figlio di puttana. «Sono sempre stato considerato uno stronzo fin da quando mi ricordo. Ma mi sentirei veramente giù se non credessi che tu abbia intenzione di perdornarmi», dice Hackman in versione Royal Tenenbaum a Harry, che gli risponde: «Non credo tu sia uno stronzo, sei semplicemente un gran figlio di puttana». E lui: «Va bene, ti sono molto grato». Quasi un paradigma di molti suoi personaggi. Eppure Gene è sempre stato un tipo cortese, calmo, soprattutto riservato. Un giorno ha raccontato che spesso vede passare i camion delle troupe cinematografiche vicino casa. In New Mexico si girano un sacco di film. Per anni ha avuto la tentazione di scambiare quattro chiacchiere con le troupe. Un giorno lo ha fatto e se n’è subito pentito. Scherzando, ha chiesto a una giovane assistente di regia se assumevano comparse. Lei lo ha guardato e gli ha risposto: «No, mi dispiace signore, niente figuranti». Non lo aveva riconosciuto.

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