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16:19 mercoledì 7 gennaio 2026
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.
Il carcere di New York in cui è rinchiuso Maduro è lo stesso in cui si trovano tutti i detenuti più famosi del mondo Il Metropolitan Detention Center di Brooklyn è noto per aver accolto politici, boss e celebrità, ma anche per il pessimo stato in cui versa.
Stephen Miller, il più fidato e potente consigliere di Trump, ha detto che gli Usa possono prendersi la Groenlandia con la forza «Il mondo è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli», ha spiegato Miller, minacciando per l'ennesima volta la Groenlandia.
Mickey Rourke è indietro con l’affitto della sua villa di Los Angeles e la sua agente ha lanciato una colletta per evitare che venga sfrattato A quanto pare, l'attore deve al suo padrone di casa ben 59 mila dollari di affitti arretrati. Per sua fortuna, la raccolta fondi sta andando bene.
Uscirà una nuovo giocattolo simile al Tamagotchi ma “potenziato” dall’intelligenza artificiale Si chiama Sweekar, può diventare immortale (più o meno), ricordare la voce del padrone e anche rievocare momenti vissuti insieme.
Il Cern ha annunciato che il Large Hadron Collider, il più grande acceleratore di particelle del mondo, resterà spento per cinque anni a causa di lavori di manutenzione Lo stop durerà almeno fino al 2030 e servirà a potenziare il LHC, in modo da usarlo in futuro per esperimenti ancora più ambiziosi.
Una delle ragioni per cui Maduro è stato catturato sarebbero i balletti che faceva in pubblico e che infastidivano Trump Trump avrebbe interpretato quei gesti come una provocazione e avrebbe quindi deciso di dimostrare che le precedenti minacce non erano un bluff.
Gli sciamani peruviani che ogni anno predicono il futuro avevano predetto la caduta di Maduro Durante l'abituale cerimonia di fine anno avevano avvertito della cattura del presidente venezuelano, e pure di un'imminente e grave malattia di Trump.

Che arte sarebbe senza gallerie d’arte?

La mostra ARCHIVIALE_001 al Museo del Novecento, perfetta da visitare durante l'Art Week, riunisce documenti, fotografie, inviti, articoli e riviste di ottant’anni di arte (e artisti) passati per le gallerie di Milano.

11 Aprile 2024

Hanno inaugurato il 10 aprile al Museo del Novecento quattro progetti espositivi parte di Milano Art Week, ribollente calderone milanese “dedicato all’arte e ai linguaggi contemporanei”. Settimana in cui tutto inaugura, apre e succede, dal micro al macro, spianando poi la strada al Salone del Mobile e poi via via dritti verso la Biennale di Venezia. Tre di questi sono opere pensate e realizzate per gli spazi del museo da artisti contemporanei e molto viventi. La cipriota Haris Epaminonda (che nome meraviglioso!) installa nella galleria del Futurismo, movimento di cui il Museo del Novecento è la casa milanese, essendo poi iniziato un po’ tutto con quella rissa in galleria su cui oggi il palazzo dell’Arengario affaccia, una riflessione su quegli spavaldi che vollero cantare l’amor del pericolo ma soprattutto sulla figura più inafferrabile di Medardo Rosso, che i futuristi magnificarono ma che mai al movimento fu organico.

Salendo si incontra Off Script, dell’olandese Magali Reus, con momenti di nostalgia pop che prendono la forma di barattoloni fuori scala di marmellata finiti e sbrodolati appesi alle pareti. Un piano più su e ci si imbatte in Ritratto di città (20/20.000Hz), grande video-installazione multicanale di primario chic ed eleganza compositiva, tra silenzi e rumore e città e architettura, Luciano Berio e lo Studio di Fonologia della RAI di Milano, che incuriosisce e fa venire voglia di conoscerle tutte queste storie e di leggere di più, e di uscire a di guardare con occhi nuovi per la milionesima volta la Torre Velasca e di conoscere meglio i BBPR per esempio, o anche solo di guardarsi attorno e studiarsi bene tutto il lavoro di Italo Rota che ha progettato gli spazi del Museo del Novecento in cui ci si trova e che è morto solo qualche giorno fa.

Ad emozionare e a far perdere il senso del tempo è però l’ultima grande sala, in cui si srotola davanti agli occhi ARCHIVIALE_001. Dal 1940 a oggi – Istantanee dalle gallerie d’arte di Milano, a cura di Mariuccia Casadio che insieme alla nipote Dora Casadio ha collezionato e rimesso insieme documenti, fotografie, inviti, articoli, riviste, cataloghi e frattaglie di ottant’anni di arte passata per le gallerie della città: «Un percorso diacronico, fatto di impressioni, rimandi, collegamenti, ascendenze e discendenze», dice la cartella stampa, e infatti così è. Uno sparigliare i documenti salvati dagli archivi che qui sembrano riprendere respiro e un loro posto, alle pareti come nelle teche, rimettendosi insieme per conto loro senza l’impiccio della cronologia o della priorità o anche solo del tema.

Un caos preparato con attenzione che diventa un grande gioco del Memory in cui una didascalia rimanda a un catalogo che rimanda a una foto che ricorda un testo e allora si torna indietro e si rilegge e ci si lascia affascinare e poi qualcos’altro richiama l’attenzione e allora ci si perde e poi via di nuovo dall’inizio e virtualmente all’infinito. Quel che l’esperienza restituisce è un fervore, un brulicare, un vibrare di quasi un secolo di Milano che attraverso le sue gallerie è stata e forse sa essere ancora anche se probabilmente potrebbe esserlo meglio, come la descriveva Pierre Restany che nel 1972 scriveva: «La tradizione dei milanesi non consiste nel conservare, ma nel prevedere. E se il gusto dell’innovazione si manifesta a volte in modo abusivo, questo eccesso non fa altro che tradurre lo stato d’animo di una popolazione attiva, dinamica, decisamente rivolta al futuro».

E allora si trovano foto di Carla Pellegrini seduta su una sedia furni-fetish di Allen Jones accanto a quella di un Massimo De Carlo esausto spiaccicato contro il muro con lo scotch da pacchi di Maurizio Cattelan. E le rivistine della Galleria del Milione, e il manifestino di una mostra di Pinot Gallizio, e la falce e il martello di Enzo Mari, e Keith Haring, e Urs Luthi, e Robert Longo nel 1980 con dei capelli ancora più pazzeschi di quelli che ha oggi che chiacchiera con una Helena Kontova giovanissima. C’è Hermann Nitsch che affetta un pesce nel 2000 da Enzo Cannaviello e c’è Luciano Inga Pin elegantissimo. C’è tutto quello che le gallerie private sono state, hanno fatto, il ché include certo anche un sacco di soldi, e potrebbero ancora essere e dare a chiunque superi quel senso di inadeguatezza che spesso si prova varcata la soglia.

Se questo succede poco, e succede poco soprattutto a Milano rispetto ad altre grandi città, per pudore o per snobismo è questione aperta. Ma a rivedere insieme tutto questo materiale vien proprio da pensare che anche qui non si è mica scherzato per niente, e anzi che gran secolo che è stato. E magari viene voglia di smuoverlo un po’ quel sistema, e di farne parte, fregandosene del pudore o dello snobismo. Perché, come dice Casadio «le gallerie non dovrebbero essere boutique di lusso o spazi inespugnabili, dovrebbero essere come quel bar o quel nightclub in cui ti senti al tuo posto, che se sei in giro e piove, puoi entrarci e vedere una bella mostra, che ti viene raccontata bene, e sederti a bere un tè».

Immagine: Massimo De Carlo con Maurizio Cattelan. Mostra A Perfect Day, Galleria Massimo De Carlo, Milano, 1999. Courtesy Massimo De Carlo
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