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19:02 lunedì 18 maggio 2026
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Javier Bardem ha usato la sua conferenza stampa a Cannes per dire che Trump, Putin e Netanyahu sono dei maschi tossici e guerrafondai «Il mio ca**o è più grande del tuo e per questo ti bombarderò», questa, secondo Bardem, la filosofia che guida i tre Presidenti.
C’è una mappa online che raccoglie tutte le librerie ribelli, radicali e autogestite d’Italia In tutto il Paese sono 39 gli spazi di questo tipo. In Lombardia, (r)esistono 4 centri, e si trovano tutti a Milano.
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Israele vuole fare causa al New York Times per un’inchiesta che racconta le violenze sessuali dei soldati dell’IDF sui prigionieri palestinesi L'inchiesta l'ha firmata il giornalista premio Pulitzer Nicholas Kristof e il giornale ha definito tutto ciò che racconta come «ampiamente verificato».

Stanchi di Wes Anderson?

Il regista ha appena presentato a Cannes il suo ultimo film, ma forse non abbiamo più tanta voglia di immergerci nella sua estetica.

14 Luglio 2021

Leggendo del nuovo film di Wes Anderson appena presentato a Cannes, The French Dispatch, accolto a Cannes da una standing ovation di nove minuti, mi sono trovato a pensare una cosa che, per gioco più che per polemica, vorrei condividere. Non è che – fermo restando la sua grandezza – Wes Anderson – un genio, un artista, un regista capace non solo di girare tanti film memorabili, ma di costruire un’estetica e di renderla identificabile e riconoscibile – abbia, come dire, un pochino, non tantissimo, anche carinamente, stufato? Che ci sia, quantomeno, meno voglia del solito di vederlo nonostante Bill Murray, la cura minuziosa, l’armonia e i colori accesi?

Certo, non si parla senza aver visto il film, e sicuramente, se la situazione epidemiologica lo permetterà, come ormai tocca precisare, andrò a vederlo (leggo, tuttavia, che uscirà a novembre. Speriamo almeno di quest’anno), ma mi pare che la sensazione che ormai Wes Anderson trasmetta sia simile a quella della più buona cassata siciliana del mondo. Ne mangi una fetta e non vedi l’ora di mangiarne la seconda. Poi non vedi l’ora di tornare in quella pasticceria per riassaggiarla e la trovi più buona della prima volta, e ti riempi di nuovo. E così tre, quattro, cinque volte finché quella cassata, che non cambia mai perché non può cambiare, diventa stucchevole. Mai un po’ di salato, ma dolce, dolce, dolcissimo. Troppo dolce, troppo perfetta (perfettina, meglio), forse semplicemente non adatta al consumo ripetuto. È buona, sai che c’è se la vuoi, ma la curiosità vera ormai è altrove.

È, in parte, la solita maledizione dell’eccessivo successo: la sua estetica è stata talmente vincente e invadente, in grado di connotare tutto un filone, degli anni, un ambiente, le pubblicità, i locali, i bar, i musei che oggi genera stanchezza. Ma invece di essere stanchi degli epigoni, finiamo per essere stanchi del capofila. Si racconta spesso di come Fellini abbia detto, una volta, di quanto avesse desiderato diventare un aggettivo, ma si tralascia, per quanto questa cosa oggi possa apparirci assurda, che negli ultimi anni di carriera quella è stata anche una condanna per lui. Poi c’è di sicuro anche il meccanismo per cui i più strenui e accaniti fan generano una quantità eccessiva di contenuti nient’altro che kawaii – le Gif! Belle, eh, ma davvero un artista guadagna riconoscimento dalle serie di Gif carine? – e così la maniera arriva molto prima del contenuto e della sostanza. Ho davanti agli occhi decine di inquadrature del Grand Budapest Hotel, dall’albergo alle livree, ma non ricorderei neanche sotto tortura un solo aspetto della trama. In questo, anzi, c’è di sicuro una colpa del “suo” pubblico che vede i completi Lacoste di Djokovic o Uniqlo di Federer e pensano stiano imitando Richie Tenenbaum, oppure guardano il Partenone e pensano sia preciso come un’inquadratura di Moonrise Kingdom. Ha inventato lui, dopotutto, la sezione aurea, no?

Ecco, forse il problema principale è proprio questo. Wes Anderson non c’entra niente, c’entrano i suoi ammiratori che l’hanno reso come gli angioletti di Thun e a cui perciò vorrei dire: “fermatevi, vi imploro, prima di compromettere persino Bill Murray”.

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