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Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa delle previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.

Fratelli di Cannes

Moretti, Sorrentino, Garrone. Voci degli e sugli italiani sentite in questi giorni sulla Croisette.

18 Maggio 2015

Alternative View - The 68th Annual Cannes Film Festival«C’è anche Alba Rohrwacher, giusto?» «Sì, ma per fortuna si vede poco: non la sopporto». Diceva così, l’altro giorno, uno spagnolo a un altro spagnolo, commentando Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. Io origliavo dal tavolino accanto, mangiando quinoa (succede anche questo, a Cannes: di mangiare quinoa). Avrei volentieri approfondito, non fosse che poi – da quel che ho capito – i due spagnoli si son messi a dire che il film sì, insomma, boh, e io ci avrei di sicuro litigato. Tale of Tales, come lo chiamano da queste parti, è bellissimo.

Si fa un gran parlare degli italiani a Cannes edizione numero 68. Si riempiono finalmente le pagine dei quotidiani di bandiera per un motivo sensato, e non con le stellette e le palline assegnate a film rumeni visti solo da un gruppetto di critici spiaggiato qui intorno a metà maggio e che probabilmente nelle sale italiane non usciranno mai. I tre italiani sono già al cinema (Moretti, Garrone) o quasi (Sorrentino esce mercoledì), creano inevitabili tifoserie, suscitano quel poco di dibattito che è rimasto oggi dentro e fuori dalle sale.

Fanno parlare anche qui sulla benedetta, stanca, russa Croisette. Garrone piace agli anglosassoni e viene inspiegabilmente demolito dai francesi, Nanni ha avuto la solita accoglienza trionfale, Sorrentino passa tra un paio di giorni (e passa agguerrito: La grande bellezza, nell’anno della Vie d’Adèle, non beccò nulla, e poi fu Oscar). Michel Ciment, Venerato Maestro della critica francese, dà nei pagellini di Screen International la famigerata croce nera al Racconto dei racconti, un suo connazionale ignoto registrava l’altra mattina in sala stampa la sua recensione per la radio a Mia madre, invocando la Palma d’oro (sarebbe la seconda dopo La stanza del figlio). Gli italiani, che Nanni l’han visto già un mese fa, sabato hanno potuto dormire fino alle nove per l’unica mattina del Festival.

Di italiani, si sa, è piena Cannes. Italiani cinematografari, italiani presenzialisti, italiani wannabe critici di quotidiano di prestigio campioni di autoconvincimento («M’hanno passato dalla carta al sito ma son contento: è seguitissimo»: è la sinistra brasserie). Dicono tutti «i soldi sono finiti», e poi eccoli puntuali nei soliti accrocchi fuori dalla Salle Debussy, sempre quelli, come ogni primavera. Certo i tempi dei bei bivacchi son passati, gli uffici stampa ormai si fermano giusto il tempo della proiezione del loro film e poi tutti a casa di corsa, tutti a Roma. I distributori comprano i titoli mesi prima, sulla fiducia, stare qui durante il Festival a vederne e opzionarne altri è una spesa che non si può più permettere quasi nessuno. L’Italia festivaliera arranca, ci vorrebbe Matteo Renzi a dare 80 euri per la nota spesa da Croisette (pain au chocolat, coquillages, quinoa) del povero giornalista medio, oggi vivace sessantacinquenne ancora abituato ai bengodi che furono.

"Mia Madre" Premiere - The 68th Annual Cannes Film FestivalAll’esterno/estero, però, l’effetto a questo giro pare diverso. C’è un gran rispolvero di quella che una volta si chiamava internazionalità del nostro cinema. Persino Moretti, da sempre tutto Silvio Orlando, in Mia madre ha voluto John Turturro. Sorrentino ha fatto star fermo un turno il suo Servillo e viene con le vecchie glorie Michael Caine, Harvey Keitel e Jane Fonda, già passata dai red carpet L’Oréal con abiti blu elettrico che solo lei può permettersi. Garrone li ha voluti più giovani e fighi, ha preso Salma Hayek per fare la regina borbonica e Vincent Cassel in un ruolo che una volta sarebbe andato a Vittorio Gassman, e via così fino a tale Bebe Cave (la principessina coi ricci sposata a un orco) che dà la merda – pardon – a una qualsivoglia attrice italiana.

Tre giorni fa su Instagram la top-delle-top del momento Cara Delevingne postava una foto della regina Salma Hayek che si mangia il cuore di un drago nel Racconto dei racconti, apponendo come didascalia: «Come mi sento oggi». Delevingne ha dodici milioni e mezzo di follower: che un fotogramma di Cinema Italiano arrivi a tanta gente non è cosa che succede spesso. Diciamo che ad Alessandro Siani non succede.

Gli italiani urlano, schiamazzano, si sbracciano da un estremo all’altro delle code (ancora ci sono, per la capacità che hanno solo i francesi di mantenere intatta la grandeur di casa anche in tempo di crisi). S’infilano dappertutto. Sul tappeto rosso del solito Garrone c’era anche Massimo Ceccherini, che nel film compare, sì, e però non dice nemmeno una battuta: ma si vorrà mica negare la Montée des Marches a qualcuno. Gli italiani vanno alle feste. A quella del solito Racconto giovedì scorso non si entrava. La Villa Schweppes (sic), nascosta in un anfratto del Palais, avrebbe dovuto contenere centinaia di persone di varia nazionalità, la proiezione è finita tardi, ci si accalcava (dicono) per un gin tonic (almeno l’acqua tonica era assicurata), molti se ne sono andati a notte inoltrata ma a bocca asciutta, sommessamente, col loro badge pronto per un’altra coda il giorno dopo. Nanni Moretti alla festa sulla spiaggia per Mia madre non ha ballato sui tavoli come ai tempi di Habemus Papam, del resto stavolta era tutto un altro film, tutta un’altra musica, là c’era Mercedes Sosa e qui Arvo Pärt. Però c’è stato il tenero boogie woogie con Margherita Buy, debitamente ripreso dai cronisti in cerca di scoop da profilo Facebook, e poi si è fatto i selfie (anche con me: pover’uomo).

Una volta qui era tutto Truffaut.

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