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Secondo uno studio, nelle città europee sta diventando quasi impossibile spostarsi senza la macchina Milano è una delle poche in cui si riesce a muoversi almeno un po' con i mezzi pubblici. A Roma, invece, la situazione è disastrosa.
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Fran Lebowitz, tutto il mondo è New York

Il film di Martin Scorsese per Netflix sull’icona americana è un viaggio tra i personaggi e le atmosfere della città.

13 Gennaio 2021

Fran Lebowitz è una scrittrice, umorista, icona newyorkese, grande fumatrice. Niente di tutto ciò è falso, però chi è davvero Fran Lebowitz? Martin Scorsese, che le ha dedicato un documentario appena uscito su Netflix dal titolo Pretend It’s a City (il suo secondo: il primo fu Public Speaking su HBO, nel 2010), dice che non bisogna immaginarsela come una persona, ma come una città: nello specifico New York, di cui è appunto una delle manifestazioni di carne. Lei, dal canto suo, dice di se stessa che abita a New York da decenni pur non potendosela permettere, nonostante sia una delle sue più celebri scrittrici. Che, va detto, non scrive da tempo, e forse è da ricercarsi qui, come racconta lei, il motivo per cui non possiede una villa in Toscana e si trova spesso a dover giocare alla lotteria sperando di vincere: se scrivesse, avrebbe di certo più denaro, e non avrebbe dovuto vendere i suoi Warhol per pagare le spese condominiali.

Anche il fatto di avere dei Warhol, peraltro, era incidentale: uno dei suoi primi lavori a Manhattan (oltre a quelli di tassista, donna delle pulizie, venditrice di cinture) fu a Interview Magazine, la rivista da lui fondata, per cui Lebowitz curò due rubriche, una di cinema in cui recensiva film brutti (The Best of the Worst) e una in cui scriveva di quello che le andava (I Cover the Waterfront). Entrambe le rubriche confluirono poi, insieme ad altri saggi apparsi su Mademoiselle, in due raccolte intitolate Metropolitan Life (1978) e Social Studies (1981), che ad oggi costituiscono gli unici libri che abbia mai pubblicato, insieme a un libro per bambini del 1994. Se ne attendono da allora almeno altri due, di cui negli anni si è molto parlato, e di cui il suo editor dice: «Essere l’editor di Fran è il lavoro più facile del mondo, non ho niente da fare». In un’intervista a David Letterman, Lebowitz trovò un nome per questo blocco: blockade, dall’unione di “block” e “decade”. E del resto perché scrivere, si chiede lei intervistata dal suo amico Martin Scorsese (lo chiama Marty), quando può tranquillamente passare nove ore di fila a leggere? Il suo lavoro è quello lì, e in casa conserva diecimila volumi, sistemati in ordine alfabetico e divisi per sezioni (ha per esempio una sezione biografie). Perciò legge tutto il giorno, ogni tanto parla in pubblico, e per il resto del tempo si sente in colpa perché non sta scrivendo.

La verità è che di cose su Fran Lebowitz se se potrebbero dire tremila: da quanto fuma a quanto parla, dal cameo che “Marty” le fece fare in The Wolf of Wall Street, al fatto che non ha cellulare né computer e scrive a penna. Si potrebbe poi raccontare della sua amicizia di una vita con Toni Morrison (a cui Pretend It’s a City è dedicato), come del fatto che le rubriche su Interview gliele trascriveva l’altro amico di una vita, Marc Balet, art director del magazine, a cui Fran piombava in casa alle 7 del mattino con caffè e croissant perché battesse a macchina ciò che lei aveva scritto a mano da mezzanotte all’alba. Si potrebbe raccontare della sua idiosincrasia per i turisti, poiché proprio da quella viene il titolo del documentario: “Pretend it’s a city” è infatti la frase che vorrebbe gridare ai turisti, troppi, che invadono New York, quando incrociandola per strada hanno la malaugurata idea di chiederle indicazioni. Fate finta che sia una città. Non è un parco giochi ma una vera città. Non siamo qui perché voi possiate venirci in vacanza, siamo qui per viverci.

E appunto, anche se di cose se ne potrebbero dire tremila, l’unica che valga la pena spiegare è quanto Fran Lebowitz sia un essere inscindibile dalla sua città, questo luogo infinito chiamato New York che, come scriveva Colson Whitehead ne Il Colosso di New York, è otto milioni di nude città dentro una città, e non ha mai fine, né mai l’avrà. Questo luogo in cui si è trasferita a 18 anni dal New Jersey dopo essere stata espulsa dal liceo, con un’unica idea in testa: fare la scrittrice. All’epoca nessuno voleva fare lo scrittore, perché tutti volevano essere musicisti, o al massimo registi, ecco perché, racconta lei, fu assunta a Interview: non trovavano scrittori. E lo stesso era accaduto a Changes, la rivista della quarta moglie di Charles Mingus, con cui Fran divenne grande amica e che una volta la portò a fare colazione insieme a Duke Ellington (l’unico di cui Mingus nella vita abbia avuto soggezione, racconta lei).

Lebowitz è anche lesbica, ma ha detto spesso di non essere mai stata un’attivista in tal senso. Esiste però un suo pezzo molto famoso, scritto nel 1987 per il New York Times (che le aveva chiesto di spiegare l’impatto dell’AIDS nel mondo dell’arte), in cui dice: «Qual è stato l’effetto dell’AIDS sulla cultura? Dovremmo farci un’altra domanda: che cos’è la cultura senza i gay? Che cosa ne rimane?». Questo sia perché l’epidemia falcidiò un’intera generazione di artisti, sia perché il pubblico che quell’arte poteva davvero apprezzarla morì con loro, e non esiste più: «La capacità critica è sparita con la morte di quel pubblico, nello stesso modo in cui, morendo, se n’è andata l’abilità creativa. E ciò ha permesso la salita alla ribalta di artisti di quinta categoria. L’AIDS non ha decimato solamente gli artisti, ma la conoscenza: la conoscenza di una cultura».

Vedendo le immagini di lei da ragazza, già vestita come veste adesso, cioè con jeans, camicia, giacca, e ogni tanto un maglione, ci si stupisce per quanto il suo viso fosse diverso da quello di oggi, e non nel senso di invecchiato, ma proprio di diverso. Oggi è Fran Lebowitz, una persona che ha trasformato la sua abilità nel parlare nella sua professione e nella sua arte. Adesso è un’icona, ma allora era bellissima. Stupenda nel modo minaccioso in cui potevano esserlo certe giovani e intelligentissime lesbiche newyorkesi di quegli anni, ovvero: lasciando immaginare dietro a quelle sopracciglia inarcate interi mondi e intere vite da vivere amandola. Peccato che, come dice lei stessa, l’amore non sia mai stato il suo forte. No, lei è stata, a detta sua, la figlia migliore del mondo, e una brava parente, e una buona amica, ma sempre, sempre, una terribile fidanzata: la sua storia più lunga è durata tre anni, e ora sostiene che non riuscirebbe a immaginarsi impegnata in una relazione per più di sei giorni. Soprattutto, non è mai riuscita a capire che senso abbia la monogamia. Questo però si può spiegare, forse, comprendendo che nella sua vita un grande amore c’è già, ed è quello per la sua città. Perché nonostante i prezzi (delle case, degli affitti e di tutto), New York è l’unico posto in cui Fran Lebowitz potrebbe vivere. “Pretend it’s a city”, fate finta che New York non sia una vostra fantasia, ma una vera città: rimane comunque l’unico mistero in cui valga la pena perdersi.

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