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Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
La coppia formata da Cameron Winter e Olivia Rodrigo è un enigma che nemmeno i social riescono a risolvere Cosa unisce la principessa del pop gen alpha con il cantante dei Geese? In attesa di capire se facciano davvero coppia, internet non sembra farsene una ragione.
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Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.

I social passano, le fotografie di protesta restano

Nel libro appena uscito W La Libertad c'è la storia delle proteste del '900 raccontate attraverso immagini che ne sono diventate il simbolo. E che oggi non passerebbero mai il vaglio dell'algoritmo di Instagram o TikTok.

09 Luglio 2024

Contava i denti ai francobolli, l’impiegato di Fabrizio De André, mentre i figli della borghesia parigina occupavano le università e lanciavano molotov, cosa che poi avrebbe finito per fare anche lui in modo del tutto improvvisato. L’attivismo nella sua forma più maldestra, e viene in mente questa immagine, un trentenne indeciso che vuol partecipare a qualcosa, qualsiasi genere di cosa, quando si ascolta il podcast di Rivista Studio dedicato allo slacktivism, l’attivismo pigro, la protesta con lo smartphone, fatta di meme e immagini generate con l’intelligenza artificiale a prova di algoritmo, usate come strumento di partecipazione.

Ma viene in mente anche il libro W La Libertad. Fotografie di protesta, appena pubblicato da Postcart e curato da Federico Montaldo e Luciano Zuccaccia, una selezione di immagini tratte dall’immenso archivio curato da Zuccaccia, protestinphotobook.com, dove sono raccolti i libri e le fotografie che hanno documentato le proteste del XX secolo e dei primi anni Zero. Fotografie vere, non immagini generate dall’intelligenza artificiale come la recente All Eyes on Rafah. Foto di un’altra epoca e che si possono vedere solo se stampate in un libro perché, se condivise in rete, verrebbero bloccate dai filtri dell’algoritmo: c’è sangue, ci sono manganelli e armi, donne e uomini trascinati sull’asfalto e tutti quegli elementi che fanno scattare il ban automatico. «L’importanza di queste fotografie non si misura in termini di condivisioni», dice Federico Montaldo «riescono a muovere qualcosa in ognuno di noi perché sono fotografie che esprimono un punto di vista, quello del fotografo. Quando il fotografo è una persona e non un sistema informatico, ha un suo punto di vista, una sua posizione politica, e questo scatena un pathos in chi osserva l’immagine. Il termine oggettività andrebbe sostituito con il termine onestà, occorre che il fotografo sia onesto nel dichiarare la soggettività della foto».

© Luca Nizzoli Toetti

Un secondo aspetto è la prova del tempo. Le immagini e i meme condivisi su Instagram e TikTok per alimentare, con una certa comodità, varie forme di protesta sviluppano la loro massima potenza ed efficacia sul brevissimo periodo, questione di giorni, a volte solo di ore. Ma quanto resta nella memoria collettiva? «L’immagine AI dedicata a Rafah è un’iperbole del campo profughi, ha mosso l’attenzione su un fenomeno, di per sé non ha nulla di negativo», osserva Montaldo «ma non ha certo la potenza per restare nel nostro immaginario. La bambina del Vietnam fotografata da Nick Út, al contrario, resiste da cinquant’anni e ha mosso l’opinione pubblica americana, anche se oggi non può essere condivisa sui social perché non passerebbe i filtri dell’algoritmo. Bisogna capire se vogliamo concentrarci sulla diffusione di breve o di medio-lungo periodo. La fotografia ha una funzione su tutte: partecipare alla costruzione della memoria, individuale e collettiva. Se una fotografia viene scattata e diffusa attraverso un libro, questa può contribuire a costruire la memoria della protesta. Se entra nel tritacarne del digitale, può contribuire ad una azione immediata ma, salvo qualche caso, è difficile che vada costruire davvero una memoria collettiva».

Quando si scorrono le fotografie contenute nei libri fotografici dell’archivio curato da Zuccaccia, ci si accorge che hanno avuto una storia opposta a molte delle immagini contemporanee: sconosciute per anni a causa della censura istituzionale o dei filtri dell’informazione, hanno vissuto il momento della diffusione a distanza di quaranta o cinquant’anni. Spesso nemmeno si può parlare di censura, semplicemente ogni giorno le notizie vengono selezionate, alcune finiscono in pagina, altre no, la cronaca quotidiana viene letta con un taglio e solo la sua storicizzazione fa emergere aspetti inediti, e le immagini rimaste nei rullini acquisiscono interesse.

© Margarita Isabel Montealegre

Tra le storie raccolte nel libro di Montaldo e Zuccaccia, capita che i rullini venissero nascosti dai fotografi con gli stratagemmi più audaci – e divertenti – per passare i controlli e le frontiere. Ma anche nell’epoca della condivisione digitale, interi libri hanno eluso la censura grazie al QR Code. Durante le proteste di Hong Kong del 2019, infatti, i fotografi hanno prodotto libri fotografici con le immagini raccolte durante le proteste, ma non avevano possibilità di pubblicarli e diffonderli. Così, dopo aver editato le immagini, scelto la sequenza e costruito il libro, hanno caricato i file sui server indipendenti e diffuso un QR Code. Chi ha scaricato i file è stato in grado di stampare il libro fotografico esattamente come lo avevano immaginato i testimoni delle manifestazioni.

Sono aneddoti da non sottovalutare, il giornalismo e il fotogiornalismo ne sono pieni, c’è una forza particolare nelle storie dietro le fotografie. L’aneddoto non è solo il ricordo del fotografo o del giornalista che aggiunge colore durante una chiacchierata o un’intervista. L’aneddoto è utile a chi osserva le immagini a distanza di anni, permette di spostarsi nel tempo e nello spazio, di empatizzare con i protagonisti della protesta. «L’aneddoto ci racconta la paura, la persecuzione, la censura, il fumo, gli spari», dice Montaldo «anche grazie al racconto di quella foto, finiamo per empatizzare con la parte debole che ha attivato la protesta».

© Paola Agosti

Le immagini hanno innescato la nostra necessità – o semplice voglia – di protesta attraverso le vie più insolite, ad esempio le campagne pubblicitarie. A trent’anni di distanza fanno sorridere le polemiche che si portavano dietro le immagini utilizzate da Oliviero Toscani per le campagne Benetton. Nel libro di Montaldo e Zuccaccia c’è una fotografia in bianco e nero, è l’originale della nave carica di profughi albanesi che è stata prima resa a colori, per ragioni estetiche, poi diffusa sui giornali con il logo United Colors of Benetton, non in cronaca, tra le pagine dedicate alla pubblicità. Toscani, da parte sua, ha sempre detto che acquistare pagine pubblicitarie è stato un modo intelligente per mostrare questo tipo di immagini, che altrimenti sarebbero finite nei cestini-filtro delle redazioni. Grazie all’advertising le persone avrebbero potuto vedere la realtà del mondo, qualcuno avrebbe acquistato un maglioncino, altri sarebbero scesi in piazza.

Ne abbiamo tutti discusso a lungo, ma erano anni in cui il problema era ben visibile, quel logo era lì, impossibile non decodificare il gioco. Oggi, il congegno sembra invisibile, mimetizzato tra i nostri gesti e le nostre consuetudini: per esempio, la mobilitazione di massa avviene su piattaforme che prosperano sulla nostra pigrizia, oltre che sulla nostra eterna voglia di alzare barricate.

La foto in copertina è di Aurelio Gonzalez.

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