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Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.
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Siccome a Sandra Huller piacciono solo i ruoli difficili, nel suo prossimo film interpreterà un maschio, scrittore, morto di cancro al cervello Il film si chiama Arbeit und Struktur ed è ispirato al diario di Wolfgang Herrndorf, morto prematuramente a causa di un tumore al cervello.
In Polonia c’è stato un certo panico per una violazione dello spazio aereo da parte della Russia, ma poi si è scoperto che la colpa era di uno stormo di uccelli Un grosso stormo di uccelli, come hanno confermato gli stessi militari inviati sul luogo per accertarsi del fatti. Non è escluso che fossero uccelli russi.
Sarà un caso, ma le nuove uniformi della Space Force presentate da Trump somigliano molto a quelle di un certo regime di estrema destra che governò la Germania dal ’33 al ’45… La Casa Bianca, in un comunicato ufficiale, ha detto che l'ispirazione sono le divise di Starship Troopers. Ma le divise di Starship Troopers erano ispirate proprio a quelle delle SS.
Jeff Bezos continua a investire miliardi nella moda nella speranza che prima o poi qualcuno lo trovi simpatico Lauren Sánchez e Jeff Bezos continuano a investire milioni in tessuti ecologici e giovani designer. Ma di simpatia, per il momento, ancora nessuna traccia.
Si è scoperto che Van Gogh ha firmato solo il 15 per cento della sue opere perché tutte le altre le considerava troppo brutte per firmarle Lo ha rivelato una ricerca del Van Gogh Museum di Amsterdam, la prima dedicata esclusivamente alla firma "Vincent".
Il governo inglese ha esortato la popolazione a iniziare a far scorte di cibo e acqua per prepararsi agli eventi climatici estremi causati dal Super El Niño «Chi avrà delle scorte se la caverà molto meglio di chi non ne ha», ha detto la Ministra dell'Ambiente Angela Eagle.

Chi è il protagonista di Who the Bær, la nuova mostra di Fondazione Prada

Riaprono gli spazi di largo Isarco con il progetto dell'artista Simon Fujiwara che racconta la crisi dell'identità contemporanea.

di Studio
04 Maggio 2021

Quanto ci è mancato soffrire di Fomo? Quell’adorabile sensazione di ansia provocata dal voler fare tutto senza perdersi niente, e avere troppe possibilità tra cui scegliere. È tutto vero: i cinema sono tornati in funzione, e anche le mostre. Qui avevamo selezionato 5 gallerie di Milano che hanno aperto le porte al pubblico. Ma nell’ultima settimana anche gli ingranaggi delle grandi istituzioni hanno ripreso a funzionare. Fondazione Prada di Milano si è riattivata con la nuova mostra di Simon Fujiwara Who the Bær, che resterà aperta fino al 27 settembre.

Classe 1982, Simon Fujiwara vive a Berlino ma è nato a Londra da madre britannica e padre giapponese, quando era piccolo si è trasferito con la sua famiglia prima in Giappone, poi in Spagna e infine in Cornovaglia. Fujiwara ha studiato architettura all’Università di Cambridge (un’esperienza che si rispecchia nella sua carriera artistica) e poi arte alla Städelschule di Francoforte. Tra le sue opere più famose ci sono la ricostruzione in scala reale della casa di Anne Frank – “Hope House”, 2017 – e l’esperienza di un parco tematico con simulatori 5D e sedili in movimento che permetteva allo spettatore di immergersi nel mondo delle riprese Pov di YouTube, “Empathy I”, 2018. Le sue installazioni mescolano architettura, disegno, scultura, video ed elementi rubati al mondo dei parchi di divertimento per condurre, usando le parole di Fondazione Prada, «un’indagine del desiderio umano che sta alla base delle attrazioni turistiche, delle icone storiche, delle celebrities, dell’edutainment e del neocapitalismo».

Who the Bær è un progetto realizzato appositamente per gli spazi di largo Isarco per mettere in mostra i paradossi della ricerca dell’invenzione e dell’autenticità nella cultura consumistica contemporanea. «Ho iniziato il progetto un anno fa durante il primo lockdown facendo disegni, collage, utilizzando differenti immagini di personaggi, figure o corpi prelevate da Internet», ha spiegato l’artista durante la diretta Instagram in cui ha presentato la mostra (potete vederla qui). «Credo sia nato tutto in risposta all’isolamento dettato dal trovarsi in una realtà completamente mediata, in cui capisci di non poter vedere nessuno se non le immagini del mondo filtrate dallo smartphone, dalla TV e da Internet».

Nella diretta Fujiwara guida il pubblico tra le sale dell’esposizione che in un primo momento sembra una specie di strano parco-giochi dedicato a un unico protagonista, un personaggio cartoon con le fattezze di un orso (la mostra stessa è a forma di orso: per capirlo basta guardare la piantina). Ma attenzione, ci avverte subito l’artista: non si tratta proprio di un orso orso. Who the Bær (si chiama così) non hanno (usano il plurale per definirsi) un’identità precisa, una sessualità o una razza, e nemmeno un design definito: «L’unica cosa che sanno è quella di essere un’immagine, un disegno, all’interno di un mondo fatto di altre immagini, e che possono trasformarsi nelle immagini che a loro volta vedono». È evidente come il progetto si riferisca agli sviluppi – soprattutto sui social – delle discussioni sulle questioni razziali e sul gender, che hanno portato l’artista a riflettere sui rapporti che intercorrono tra corpo e immagine. E così, mettendo in scena la crisi di un personaggio immaginario, un* ors* alla ricerca della propria identità (e con un suo profilo Instagram: @whothebaer), racconta la crisi dell’identità contemporanea.

Who the Baer – Simon Fujiwara – Foto Andrea Rossetti

Who the Baer – Simon Fujiwara – Foto Andrea Rossetti

Who the Baer – Simon Fujiwara – Foto Andrea Rossetti

Fondazione Prada – Simon Fujiwara – foto Andrea Rossetti

Simon Fujiwara, Sculptures for “Who the Bær”, 2020, Courtesy the artist; Dvir Gallery, Tel Aviv/ Brussels; GioMARCONI, Milan; Taro Nasu, Tokyo; Esther Schipper, Berlin Photos © Jörg von Bruchhausen

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