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Quello che i filtri raccontano di noi

La novità del mese di settembre è nata su Snapchat e si ispira al mondo degli anime. Perché ci piace così tanto giocare con la nostra faccia?

di Clara Mazzoleni

Tra distopie che si trasformano in realtà e conti alla rovescia (come quello attivato qualche giorno fa su un grattacielo di New York), ci siamo ormai abituati all’idea che la fine del mondo sia, se non proprio imminente, almeno cominciata (lo dice anche William Gibson). Quando ci saremo estinti e le creature del futuro ci studieranno, tentando di risalire ai nostri usi e costumi in base ai dati reperibili online (perché di sicuro, in qualche modo, la rete ci sopravviverà) scopriranno che uno dei nostri passatempi preferiti era inquadrarci la faccia con una telecamera. Come noi abbiamo frugato nelle tombe e nelle abitazioni dei nostri predecessori in cerca di indizi sulla loro quotidianità, agli esseri del futuro basterà guardare nei nostri telefoni. Lo studioso osserverà i reperti con perplessità, chiedendosi perché trovassimo divertente osservare la nostra faccia deformata e camuffata, scambiarla con amici e conoscenti o gruppi di sconosciuti. Qual era lo scopo di questo strano rito? Nel tentativo di comprenderlo, annoterà l’andamento tipico della diffusione di questi travestimenti virtuali, che oltrepassavano i confini geografici, culturali e di classe: le persone famose li indossavano, e il popolo seguiva l’esempio. Costruirà una storia, risalendo alle origini: i primi filtri snapchat con le orecchie da cane e la lingua che usciva fuori, e quelli in cui venivamo colpiti dalle frecce di cupido e gli occhi diventavano a forma di cuore (preistoria), fino alle spettacolari creazioni di oggi, che molto presto, ovviamente, ci sembreranno obsolete.

Il ricercatore del futuro si accorgerà presto che quello che sembrava un passatempo stupido e innocuo poteva diventare, nelle mani degli umani più perfezionisti e insicuri, una lente deformante attraverso la quale giudicare il proprio aspetto e quello degli altri, generando il bisogno di prendere provvedimenti concreti. Filtrate dalle emozioni umane, le immagini restituite ai nostri occhi dalle app, dalle videocall, dalle telecamere degli smartphone e dai filtri si concretizzavano in esigenze materiali: risolvere i difetti che le video-riunioni ci sbattevano in faccia durante il lockdown, scoprire grazie a un filtro che bastava avere un naso un po’ più sottile per fare tutto un altro effetto, assaporare uno dei piaceri supremi dei nostri tempi, ovvero farsi un selfie e dare vita a un’immagine irresistibile, in grado di ricevere migliaia di like.

Dal virtuale al reale per tornare al virtuale: interventi chirurgici e filler per migliorare il proprio aspetto reale e sentirsi più sicuri ed efficaci nel mondo degli schermi. Ma del legame che c’è tra le trasformazioni digitali e quelle chirurgiche avevamo già parlato l’anno scorso su Rivista Studio, qualche mese prima che Jia Tolentino analizzasse la questione sul New Yorker in un pezzo intitolato “The Age of Instagram Face”. Il mondo dei filtri oltrepassa di gran lunga le questioni legate alla “selfie dysmorphia” (l’alterazione della percezione del proprio aspetto fisico causata dalle foto che ci facciamo col cellulare) e l’utilizzo di Snapchat, TikTok e Instagram: la maggior parte delle persone adulte viene a contatto con questo tipo di effetti imbattendosi nei post con i risultati delle trasformazioni grottesche proposte da app come FaceApp o Grandient, pubblicati su Facebook e Twitter (dopo il filtro vecchiaia impazzato l’anno scorso e quello per cambiare genere sessuale esploso qualche mese fa, adesso ne è arrivato uno che ci dà la possibilità di scoprire come saremmo se avessimo origini asiatiche, africane o indiane: è stato immediatamente accusato di essere razzista). E poi c’è la pubblicità. Una sfilata, l’uscita di un album o di un film: sono eventi che sempre più spesso vengono accompagnati da filtri creati appositamente. Queste sono le rappresentazioni più sfacciatamente commerciali: dalla parte opposta ci sono quelle create gratuitamente e spontaneamente dagli utenti, sulle quali forse, un giorno, qualcuno scriverà un manuale di storia dell’arte. Sarà una pubblicazione composta di diversi volumi, perché l’arte dei filtri si evolve con estrema velocità.

La novità del mese di settembre, ad esempio, è stata il filtro anime. Nato su Snapchat – che poi è l’app che per prima ha introdotto i filtri: «A Whole New Way to See Yourself(ie)», così li lanciò nel 2015, ma il loro utilizzo è diventato capillare da quando Instagram, nei primi mesi del 2019, ha dato la possibilità a chiunque di crearne di nuovi – si è poi propagato anche su TikTok e su Instagram. Col suo modo di spiattellare la faccia, rendendola bidimensionale come quella di un cartone animato giapponese, è una maschera decisamente inquietante. L’immagine ottenuta, in teoria, dovrebbe rispondere alla domanda che tutti dovremmo porci almeno una volta nella vita: se fossi il personaggio di un anime, che aspetto avrei?

Insieme al filtro anime nell’ultimo mese sono comparse molte varianti, decisamente più pesanti e invasive rispetto a prima: queste non si limitano a deformarci il naso, la bocca o gli occhi, ma li sostituiscono con enormi occhi da cartone animato Disney o fanno diventare la nostra pelle di plastica come quella di una bambola. Il risultato di questi nuovi filtri, che si tratti di assumere le fattezze di una Bratz o di un Furby (entrambi giocattoli già perturbanti di per sé) è decisamente spaventoso: siamo tra l’incubo, il film dell’orrore e il trip andato male. Mentre mi facevo delle stories indossando il filtro Furby, mi è venuto in mente Lunar Park di Bret Easton Ellis: un romanzo finto-autobiografico che si trasforma in una storia horror, in cui il personaggio principale del romanzo si chiama come l’autore e fa lo scrittore. Mi è venuto in mente perché uno dei personaggi principali è un Furby posseduto, ma anche perché Lunar Park è un libro in cui non si riesce a distinguere tra il vero e il falso e in cui, soprattutto, tentare di farlo non ha alcun senso: la fiction inghiotte la realtà e la trasforma in un incubo grottesco, al tempo stesso spaventoso e ridicolo. Un po’ come noi quando ci inquadriamo con la telecamera del telefono, e ci osserviamo e ridiamo da soli, ma allo stesso tempo non possiamo fare a meno di sentire una voce interiore, la nostra – ogni giorno più debole e lontana – pronunciare sempre la stessa domanda: «ma che cazzo sto facendo?».

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