Hype ↓
07:04 venerdì 9 gennaio 2026
X è diventato il sito che produce e pubblica più deepfake pornografici di tutta internet Grazie soprattutto all'AI Grok, che ogni ora sforna circa 7 mila immagini porno, usando anche foto di persone vere, senza il loro consenso.
Su Disney+ arriveranno brevi video in formato verticale per gli spettatori che non vogliono vedere film né serie ma solo fare doomscrolling L'obiettivo dichiarato è quello di conquistare il pubblico il cui unico intrattenimento sono i contenuti che trovano a caso sui social.
I fan di Stranger Things si sono convinti che sarebbe uscito un altro episodio della serie e l’hanno cercato su Netflix fino a far crashare la piattaforma Episodio che ovviamente non è mai esistito, nonostante un teoria nata tra Reddit e TikTok abbia convinto migliaia di persone del contrario.
Al funerale di Brigitte Bardot c’era anche Marine Le Pen La leader del Rassemblement National era tra i pochissimi politici invitati alla cerimonia, tenutasi mercoledì 7 gennaio a Saint-Tropez.
Durante un raid a Minneapolis gli agenti dell’Ice hanno ucciso una donna che stava scappando e il sindaco ha detto che è meglio per loro se ora «si tolgono dalle palle» «Sparite. Non vi vogliamo qui», ha detto Jacob Frey dopo l'omicidio della 37enne Renee Nicole Macklin Good.
I manifestanti iraniani hanno inventato un nuovo coro per augurare la morte all’Ayatollah Khamenei Un coro abbastanza esplicito, anche: si parla dell'anno nuovo, di sangue e di cosa si meriterebbe il capo della Repubblica islamica.
La tuta indossata da Maduro mentre veniva sequestrato dagli americani è diventata uno dei capi più desiderati del momento Lo certificano i meme, ma anche Google Trend, che nel weekend ha riscontrato un’impennata di ricerche collegate al completo di Nike Tech.
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.

Come funziona il fact-checking del New Yorker

Abbiamo intervistato il capo fact-checker Peter Canby, che dirige una squadra di 20 persone: ci ha parlato di Talese, Farrow ed ego dei giornalisti.

17 Gennaio 2018

Esistono professioni che ci permettono di rendere il mondo un posto migliore sublimando una pulsione inconfessabile. Il chirurgo o il dentista, per esempio: grazie alla medicina moderna, i sadici possono tagliuzzare la gente a fin di bene. Mi piace credere che anche per i fact-checker valga un principio analogo: sembra il mestiere ideale per i perfezionisti più meticolosi, e per chiunque goda nel rompere le palle al prossimo, ma resta un lavoro importante. In Italia siamo abituati a un’idea un po’ strana del fact-checking: è qualcosa che si fa quando un articolo è già uscito; lo si fa, in genere, su Twitter, su un blog, più raramente su un altro giornale. Difficilmente un articolo è sottoposto a fact-checking prima di essere pubblicato, all’interno della stessa redazione. Negli Stati Uniti le cose sono diverse. Nei giornali americani il fact-checking è spesso parte integrante del processo di editing: il caporedattore, o chi per lui, fa tutto il possibile per controllare che quello che hai scritto sia non soltanto sensato, ma anche vero e verificabile. Anzi, alcune delle testate migliori hanno un dipartimento di fact-checking che si occupa soltanto del processo di verifica, mentre qualcun altro segue l’editing. Una di queste testate è il New Yorker, i cui fact-checker sono, come li definiva Matteo Codignola, «leggendari».

Sarà anche per questo, forse, che spesso il giornalismo statunitense è ritenuto, e non del tutto a torto, più affidabile di quello nostrano. Non è un processo economico e indolore: fact-checking significa, per esempio, richiamare una ad una tutte le fonti che sono citate in un articolo, con un certo dispendio di tempo e di denaro: l’uscita di un pezzo viene rallentata, in più c’è gente pagata solo per fare quello. Pensate un po’ quanto complicato è stato, per esempio, il fact-checking dell’inchiesta dell’anno, quella di Ronan Farrow su Harvey Weinstein. Poi, per un giornalista non è un’esperienza piacevole, perché ti fanno davvero il contropelo: ma come, non vi fidate di me? Eppure non è mancanza di fiducia nei confronti di chi scrive: è una forma di riguardo per chi legge. Ma come funziona, esattamente, il fact-checking del New Yorker? Lo abbiamo chiesto a Peter Canby, il capo della squadra di fact-checker del magazine: la pignoleria, ci ha detto, serve a poco.

ⓢ Cominciamo dai fondamentali: quanto tempo richiede il fact-checking di un pezzo?

La tempistica varia molto da pezzo a pezzo. In genere il fact-checking di un articolo lungo per il cartaceo richiede circa una settimana, anche se ultimamente stiamo cercando di velocizzarci un po’.

ⓢ Come funziona il processo?

Ci arriva il manoscritto, lo leggiamo, poi lo rileggiamo al contrario. Chiamiamo gli editor, poi l’autore, o gli scriviamo, anzi, se è uno staff writer, andiamo fisicamente da lui: gli chiediamo i contatti delle sue fonti, gli appunti, copie dei libri che cita, i link, eccetera. Controlliamo i nomi e le date. Una delle parti più importanti consiste nel verificare la struttura logica del pezzo: c’è qualcuno che argomenta qualcosa in base a dei fatti, e noi cerchiamo di leggere la sua argomentazione in modo critico. In pratica prendiamo un articolo, lo facciamo a pezzi, e poi proviamo a rimettere i pezzi insieme.

ⓢ Il fact-checking avviene prima, dopo o durante l’editing?

Dipende. Come dicevo, siamo in una fase di transizione, stiamo cercando di velocizzarci. A volte avvengono contemporaneamente. Altre ci arriva un manoscritto che è stato editato soltanto in parte. Per le storie più importanti, poi, abbiamo una “riunione di chiusura” dove editor e fact-checker si siedono attorno a un tavolo per tirare le somme.

ⓢ La differenza tra editing e fact-checking, in una frase.

Editing è lavorare sulla storia. Fact-checking è lavorare sul contenuto fattuale del pezzo. Le due cose possono sovrapporsi.

29 aprile 2009, festa annuale del New Yorker (Photo by Dimitrios Kambouris)

ⓢ Cambia qualcosa tra i pezzi che vanno sul cartaceo e quelli pubblicati solo online?

In questo momento è come se lavorassimo su due magazine: il cartaceo e il digitale. Probabilmente quello che leggono i nostri lettori in Italia è una combinazione tra i due. Questo significa che pubblichiamo tra le 15 e le 20 storie al giorno. Le storie digitali vengono lavorate più velocemente. In questo momento ci sono 17 fact-checker che lavorano sul cartaceo e tre che lavorano al digitale, anche se presto saranno quattro. Questo significa che i fact-checker che lavorano al digitale devono concentrarsi sulle storie più controverse. Però il nostro direttore, David Remnick, intende alzare gli standard per il digitale.

ⓢ Venti fact-checker sono un bel costo. Ne vale la pena?

Il fact-checking è estremamente costoso. Però è una parte centrale del nostro processo editoriale e, sì, ne vale la pena, perché ci aiuta a costruirci una reputazione di affidabilità.

ⓢ Come verificate le interviste? Chiedete le registrazioni?

No. I nostri autori tendono a prendere appunti, dunque chiediamo gli appunti. Poi richiamiamo gli intervistati: se negano di avere detto qualcosa, ma vediamo che è negli appunti, li pressiamo. Non cambiamo i virgolettati soltanto perché ci chiedono di farlo.

ⓢ E come la mettiamo con le fonti anonime?

Quando c’è una fonte anonima in un pezzo del New Yorker, ci sono sempre delle persone che sanno chi è: in genere David Remnick, io e un avvocato.

ⓢ Com’è stato fatto il fact-checking dell’inchiesta di Ronan Farrow su Weinstein?

Farrow ha pubblicato più di un’inchiesta. Con la prima è andata così: c’erano due fact-checker dedicati alla storia, uno dei quali è un ex avvocato. Farrow aveva condotto l’inchiesta per la Nbc (l’emittente tv, che ha rifiutato di uscire con la storia, nda), dunque aveva le registrazioni e le trascrizioni. Abbiamo letto le trascrizioni e poi abbiamo chiamato le persone. Abbiamo parlato con tutte le vittime. Spesso si è trattato di conversazioni imbarazzanti (Canby utilizza il termine “awkward”, che può essere tradotto anche come “scomodo” o “delicato”, nda). Non ricordo esattamente quanto tempo ci ha richiesto, però è stato un lavoro lungo: sapevamo che anche il New York Times stava lavorando a una storia simile, però non abbiamo permesso alla cosa di metterci troppa fretta (il Nyt infatti è uscito qualche giorno prima, nda).

ⓢ Un’altra storia di cui s’è parlato molto è “The Voyeur’s Motel” di Gay Talese. Sono state riscontrate delle incongruenze: è andato storto qualcosa nel processo di fact-checking?

Le incongruenze erano nel libro di Talese, Motel Voyeur. Noi abbiamo pubblicato un estratto, e in quell’estratto in particolare non c’era alcuna incongruenza. L’articolo del Washington Post, che ha sollevato la questione, non fa distinzione tra libro e il pezzo pubblicato sulla rivista. Per dirla tutta, noi abbiamo telefonato agli editor del libro, sollevando qualche dubbio, non su quello che abbiamo pubblicato noi ma sul resto del testo: preoccuparci di quello che pubblicano gli altri non è una cosa che facciamo solitamente, ma in questo caso lo abbiamo fatto. Non hanno seguito il consiglio.

ⓢ Mi chiedo come gestiate l’ego dei giornalisti. La prendono sul personale? Vi capitano le prime donne che si sentono al di sopra dei controlli?

Il fatto è che godiamo di un ampio sostegno interno alla redazione, specialmente da parte di Remnick e della vicedirettrice Pamela McCarthy. Certo, non a tutti piace essere fact-checkati, però sono soprattutto gli autori nuovi che fanno più resistenza. Poi noi stessi siamo editor e autori, con una carriera alle spalle, sappiamo gestire negoziati in modo ragionevole.

ⓢ E riuscite a spuntarla, in questi negoziati?

Quando un fact-checker segnala dieci cose, tre o quattro devono essere assolutamente cambiate; tre o quattro non ne hanno poi così bisogno, e le restanti sono in una zona grigia. Noi questo lo sappiamo: mica ci aspettiamo che vengano cambiate tutte.

ⓢ Cosa serve per essere un buon fact-checker?

Abbiamo bisogno di gente che sappia gestire i dettagli senza vederli come una perdita di tempo. E di una squadra che parli otto o nove lingue: abbiamo anche una persona che parla italiano. Ma le cose più importanti sono il senso dell’umorismo, la modestia e la diplomazia.

Articoli Suggeriti
Vedere Sirat è come partecipare al più sconvolgente dei rave party

Il film di Oliver Laxe, distribuito in Italia da Mubi, è un'esperienza difficile da spiegare a chi non l'ha vissuta: suoni, immagini e narrazione sono tutti pezzi di un viaggio fino all'estremo confine dell'essere umano.

Kristen Stewart ha detto che vuole assolutamente fare il remake di Twilight, però da regista, non da attrice

E anche a patto di trovare un produttore che ci metta moltissimi soldi per permetterle di fare le cose in grande.

Leggi anche ↓
Vedere Sirat è come partecipare al più sconvolgente dei rave party

Il film di Oliver Laxe, distribuito in Italia da Mubi, è un'esperienza difficile da spiegare a chi non l'ha vissuta: suoni, immagini e narrazione sono tutti pezzi di un viaggio fino all'estremo confine dell'essere umano.

Kristen Stewart ha detto che vuole assolutamente fare il remake di Twilight, però da regista, non da attrice

E anche a patto di trovare un produttore che ci metta moltissimi soldi per permetterle di fare le cose in grande.

Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano

S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.

Béla Tarr era talmente diverso che si è inventato un cinema che solo lui poteva fare e nessuno potrà mai imitare

A 70 anni è morto una leggenda del cinema europeo e dell'arte del Novecento, un uomo che con la macchina da presa ha cercato di compiere due missioni: dire la verità e fare la rivoluzione.

Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount

L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.

Con il suo finale, Stranger Things si è dimostrato all’altezza di tutti i classici che lo hanno ispirato

Dopo dieci anni, e con un'ultima, grande sorpresa, è giunta al termine quella che è senza dubbio la serie Netflix più rilevante e amata di sempre.