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JD Vance si è lanciato in un incredibile spiegone per dimostrare che Emily in Paris è la miglior serie di sempre e lo «Shakespeare della nostra epoca» Secondo il Vicepresidente la serie è «una grande critica culturale al processo decisionale dei Millennial».
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Nonostante gli scienziati dicano che non funzionerà mai, diverse persone stanno pagando 200 mila euro a un’azienda australiana per far congelare i loro cadaveri nella speranza di essere resuscitati in futuro L'azienda si chiama Southern Cryonics, si trova a Holbrook, nel New Souther Wales, e ai suoi clienti propone "a chance of life extension".
Per salvare i suoi cittadini dal brainrot, Singapore ha deciso di pagarli per leggere almeno 15 minuti al giorno Quindici minuti valgono venti monete virtuali, per arrivare a un dollaro di Singapore ne servono mille, cioè cinquanta giorni di lettura.

Come funziona il fact-checking del New Yorker

Abbiamo intervistato il capo fact-checker Peter Canby, che dirige una squadra di 20 persone: ci ha parlato di Talese, Farrow ed ego dei giornalisti.

17 Gennaio 2018

Esistono professioni che ci permettono di rendere il mondo un posto migliore sublimando una pulsione inconfessabile. Il chirurgo o il dentista, per esempio: grazie alla medicina moderna, i sadici possono tagliuzzare la gente a fin di bene. Mi piace credere che anche per i fact-checker valga un principio analogo: sembra il mestiere ideale per i perfezionisti più meticolosi, e per chiunque goda nel rompere le palle al prossimo, ma resta un lavoro importante. In Italia siamo abituati a un’idea un po’ strana del fact-checking: è qualcosa che si fa quando un articolo è già uscito; lo si fa, in genere, su Twitter, su un blog, più raramente su un altro giornale. Difficilmente un articolo è sottoposto a fact-checking prima di essere pubblicato, all’interno della stessa redazione. Negli Stati Uniti le cose sono diverse. Nei giornali americani il fact-checking è spesso parte integrante del processo di editing: il caporedattore, o chi per lui, fa tutto il possibile per controllare che quello che hai scritto sia non soltanto sensato, ma anche vero e verificabile. Anzi, alcune delle testate migliori hanno un dipartimento di fact-checking che si occupa soltanto del processo di verifica, mentre qualcun altro segue l’editing. Una di queste testate è il New Yorker, i cui fact-checker sono, come li definiva Matteo Codignola, «leggendari».

Sarà anche per questo, forse, che spesso il giornalismo statunitense è ritenuto, e non del tutto a torto, più affidabile di quello nostrano. Non è un processo economico e indolore: fact-checking significa, per esempio, richiamare una ad una tutte le fonti che sono citate in un articolo, con un certo dispendio di tempo e di denaro: l’uscita di un pezzo viene rallentata, in più c’è gente pagata solo per fare quello. Pensate un po’ quanto complicato è stato, per esempio, il fact-checking dell’inchiesta dell’anno, quella di Ronan Farrow su Harvey Weinstein. Poi, per un giornalista non è un’esperienza piacevole, perché ti fanno davvero il contropelo: ma come, non vi fidate di me? Eppure non è mancanza di fiducia nei confronti di chi scrive: è una forma di riguardo per chi legge. Ma come funziona, esattamente, il fact-checking del New Yorker? Lo abbiamo chiesto a Peter Canby, il capo della squadra di fact-checker del magazine: la pignoleria, ci ha detto, serve a poco.

ⓢ Cominciamo dai fondamentali: quanto tempo richiede il fact-checking di un pezzo?

La tempistica varia molto da pezzo a pezzo. In genere il fact-checking di un articolo lungo per il cartaceo richiede circa una settimana, anche se ultimamente stiamo cercando di velocizzarci un po’.

ⓢ Come funziona il processo?

Ci arriva il manoscritto, lo leggiamo, poi lo rileggiamo al contrario. Chiamiamo gli editor, poi l’autore, o gli scriviamo, anzi, se è uno staff writer, andiamo fisicamente da lui: gli chiediamo i contatti delle sue fonti, gli appunti, copie dei libri che cita, i link, eccetera. Controlliamo i nomi e le date. Una delle parti più importanti consiste nel verificare la struttura logica del pezzo: c’è qualcuno che argomenta qualcosa in base a dei fatti, e noi cerchiamo di leggere la sua argomentazione in modo critico. In pratica prendiamo un articolo, lo facciamo a pezzi, e poi proviamo a rimettere i pezzi insieme.

ⓢ Il fact-checking avviene prima, dopo o durante l’editing?

Dipende. Come dicevo, siamo in una fase di transizione, stiamo cercando di velocizzarci. A volte avvengono contemporaneamente. Altre ci arriva un manoscritto che è stato editato soltanto in parte. Per le storie più importanti, poi, abbiamo una “riunione di chiusura” dove editor e fact-checker si siedono attorno a un tavolo per tirare le somme.

ⓢ La differenza tra editing e fact-checking, in una frase.

Editing è lavorare sulla storia. Fact-checking è lavorare sul contenuto fattuale del pezzo. Le due cose possono sovrapporsi.

29 aprile 2009, festa annuale del New Yorker (Photo by Dimitrios Kambouris)

ⓢ Cambia qualcosa tra i pezzi che vanno sul cartaceo e quelli pubblicati solo online?

In questo momento è come se lavorassimo su due magazine: il cartaceo e il digitale. Probabilmente quello che leggono i nostri lettori in Italia è una combinazione tra i due. Questo significa che pubblichiamo tra le 15 e le 20 storie al giorno. Le storie digitali vengono lavorate più velocemente. In questo momento ci sono 17 fact-checker che lavorano sul cartaceo e tre che lavorano al digitale, anche se presto saranno quattro. Questo significa che i fact-checker che lavorano al digitale devono concentrarsi sulle storie più controverse. Però il nostro direttore, David Remnick, intende alzare gli standard per il digitale.

ⓢ Venti fact-checker sono un bel costo. Ne vale la pena?

Il fact-checking è estremamente costoso. Però è una parte centrale del nostro processo editoriale e, sì, ne vale la pena, perché ci aiuta a costruirci una reputazione di affidabilità.

ⓢ Come verificate le interviste? Chiedete le registrazioni?

No. I nostri autori tendono a prendere appunti, dunque chiediamo gli appunti. Poi richiamiamo gli intervistati: se negano di avere detto qualcosa, ma vediamo che è negli appunti, li pressiamo. Non cambiamo i virgolettati soltanto perché ci chiedono di farlo.

ⓢ E come la mettiamo con le fonti anonime?

Quando c’è una fonte anonima in un pezzo del New Yorker, ci sono sempre delle persone che sanno chi è: in genere David Remnick, io e un avvocato.

ⓢ Com’è stato fatto il fact-checking dell’inchiesta di Ronan Farrow su Weinstein?

Farrow ha pubblicato più di un’inchiesta. Con la prima è andata così: c’erano due fact-checker dedicati alla storia, uno dei quali è un ex avvocato. Farrow aveva condotto l’inchiesta per la Nbc (l’emittente tv, che ha rifiutato di uscire con la storia, nda), dunque aveva le registrazioni e le trascrizioni. Abbiamo letto le trascrizioni e poi abbiamo chiamato le persone. Abbiamo parlato con tutte le vittime. Spesso si è trattato di conversazioni imbarazzanti (Canby utilizza il termine “awkward”, che può essere tradotto anche come “scomodo” o “delicato”, nda). Non ricordo esattamente quanto tempo ci ha richiesto, però è stato un lavoro lungo: sapevamo che anche il New York Times stava lavorando a una storia simile, però non abbiamo permesso alla cosa di metterci troppa fretta (il Nyt infatti è uscito qualche giorno prima, nda).

ⓢ Un’altra storia di cui s’è parlato molto è “The Voyeur’s Motel” di Gay Talese. Sono state riscontrate delle incongruenze: è andato storto qualcosa nel processo di fact-checking?

Le incongruenze erano nel libro di Talese, Motel Voyeur. Noi abbiamo pubblicato un estratto, e in quell’estratto in particolare non c’era alcuna incongruenza. L’articolo del Washington Post, che ha sollevato la questione, non fa distinzione tra libro e il pezzo pubblicato sulla rivista. Per dirla tutta, noi abbiamo telefonato agli editor del libro, sollevando qualche dubbio, non su quello che abbiamo pubblicato noi ma sul resto del testo: preoccuparci di quello che pubblicano gli altri non è una cosa che facciamo solitamente, ma in questo caso lo abbiamo fatto. Non hanno seguito il consiglio.

ⓢ Mi chiedo come gestiate l’ego dei giornalisti. La prendono sul personale? Vi capitano le prime donne che si sentono al di sopra dei controlli?

Il fatto è che godiamo di un ampio sostegno interno alla redazione, specialmente da parte di Remnick e della vicedirettrice Pamela McCarthy. Certo, non a tutti piace essere fact-checkati, però sono soprattutto gli autori nuovi che fanno più resistenza. Poi noi stessi siamo editor e autori, con una carriera alle spalle, sappiamo gestire negoziati in modo ragionevole.

ⓢ E riuscite a spuntarla, in questi negoziati?

Quando un fact-checker segnala dieci cose, tre o quattro devono essere assolutamente cambiate; tre o quattro non ne hanno poi così bisogno, e le restanti sono in una zona grigia. Noi questo lo sappiamo: mica ci aspettiamo che vengano cambiate tutte.

ⓢ Cosa serve per essere un buon fact-checker?

Abbiamo bisogno di gente che sappia gestire i dettagli senza vederli come una perdita di tempo. E di una squadra che parli otto o nove lingue: abbiamo anche una persona che parla italiano. Ma le cose più importanti sono il senso dell’umorismo, la modestia e la diplomazia.

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