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I Gen Z hanno inventato una nuova forma di protesta sui social: pubblicare le deprimenti, esasperanti, scandalose conversazioni con i loro capi Messaggi per stipendi non pagati, contratti non rispettati, in cui si cambiano orari all'improvviso e non si rispetta la malattia. Ne sono stati pubblicati centinaia.
L’agenzia meteorologica giapponese è la prima al mondo a dire che il Super El Niño è ufficialmente arrivato E adesso ci si aspetta che altre agenzie, stabilito il primo precedente, facciano lo stesso. Anche perché gli indizi iniziano a essere tanti.
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La nuova impresa di Peter Thiel è una start up AI che aiuta i ricchi a querelare i giornalisti Si chiama Objection.ai e per una cifra che va da un minimo di 2 mila a un massimo di 15 mila dollari permette di smentire un articolo e denunciare un giornalista.
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Nonostante le aziende ci stiano investendo miliardi, non c’è ancora nessuna prova scientifica che l’AI sia più efficiente e conveniente del lavoro umano Nonostante investimenti che sfiorano già i mille miliardi di dollari, nessuna ricerca scientifica ha ancora dimostrato che le macchine costano meno degli uomini.
Negli Stati Uniti già 70 città hanno imposto il divieto di costruzione di nuovi data center Divieti più o meno lunghi, più o meno temporanei, ma sempre più diffusi. Tra le città che ne hanno già imposto uno ci sono New York, Denver, New Orleans, Seattle e Minneapolis.

Come funziona il fact-checking del New Yorker

Abbiamo intervistato il capo fact-checker Peter Canby, che dirige una squadra di 20 persone: ci ha parlato di Talese, Farrow ed ego dei giornalisti.

17 Gennaio 2018

Esistono professioni che ci permettono di rendere il mondo un posto migliore sublimando una pulsione inconfessabile. Il chirurgo o il dentista, per esempio: grazie alla medicina moderna, i sadici possono tagliuzzare la gente a fin di bene. Mi piace credere che anche per i fact-checker valga un principio analogo: sembra il mestiere ideale per i perfezionisti più meticolosi, e per chiunque goda nel rompere le palle al prossimo, ma resta un lavoro importante. In Italia siamo abituati a un’idea un po’ strana del fact-checking: è qualcosa che si fa quando un articolo è già uscito; lo si fa, in genere, su Twitter, su un blog, più raramente su un altro giornale. Difficilmente un articolo è sottoposto a fact-checking prima di essere pubblicato, all’interno della stessa redazione. Negli Stati Uniti le cose sono diverse. Nei giornali americani il fact-checking è spesso parte integrante del processo di editing: il caporedattore, o chi per lui, fa tutto il possibile per controllare che quello che hai scritto sia non soltanto sensato, ma anche vero e verificabile. Anzi, alcune delle testate migliori hanno un dipartimento di fact-checking che si occupa soltanto del processo di verifica, mentre qualcun altro segue l’editing. Una di queste testate è il New Yorker, i cui fact-checker sono, come li definiva Matteo Codignola, «leggendari».

Sarà anche per questo, forse, che spesso il giornalismo statunitense è ritenuto, e non del tutto a torto, più affidabile di quello nostrano. Non è un processo economico e indolore: fact-checking significa, per esempio, richiamare una ad una tutte le fonti che sono citate in un articolo, con un certo dispendio di tempo e di denaro: l’uscita di un pezzo viene rallentata, in più c’è gente pagata solo per fare quello. Pensate un po’ quanto complicato è stato, per esempio, il fact-checking dell’inchiesta dell’anno, quella di Ronan Farrow su Harvey Weinstein. Poi, per un giornalista non è un’esperienza piacevole, perché ti fanno davvero il contropelo: ma come, non vi fidate di me? Eppure non è mancanza di fiducia nei confronti di chi scrive: è una forma di riguardo per chi legge. Ma come funziona, esattamente, il fact-checking del New Yorker? Lo abbiamo chiesto a Peter Canby, il capo della squadra di fact-checker del magazine: la pignoleria, ci ha detto, serve a poco.

ⓢ Cominciamo dai fondamentali: quanto tempo richiede il fact-checking di un pezzo?

La tempistica varia molto da pezzo a pezzo. In genere il fact-checking di un articolo lungo per il cartaceo richiede circa una settimana, anche se ultimamente stiamo cercando di velocizzarci un po’.

ⓢ Come funziona il processo?

Ci arriva il manoscritto, lo leggiamo, poi lo rileggiamo al contrario. Chiamiamo gli editor, poi l’autore, o gli scriviamo, anzi, se è uno staff writer, andiamo fisicamente da lui: gli chiediamo i contatti delle sue fonti, gli appunti, copie dei libri che cita, i link, eccetera. Controlliamo i nomi e le date. Una delle parti più importanti consiste nel verificare la struttura logica del pezzo: c’è qualcuno che argomenta qualcosa in base a dei fatti, e noi cerchiamo di leggere la sua argomentazione in modo critico. In pratica prendiamo un articolo, lo facciamo a pezzi, e poi proviamo a rimettere i pezzi insieme.

ⓢ Il fact-checking avviene prima, dopo o durante l’editing?

Dipende. Come dicevo, siamo in una fase di transizione, stiamo cercando di velocizzarci. A volte avvengono contemporaneamente. Altre ci arriva un manoscritto che è stato editato soltanto in parte. Per le storie più importanti, poi, abbiamo una “riunione di chiusura” dove editor e fact-checker si siedono attorno a un tavolo per tirare le somme.

ⓢ La differenza tra editing e fact-checking, in una frase.

Editing è lavorare sulla storia. Fact-checking è lavorare sul contenuto fattuale del pezzo. Le due cose possono sovrapporsi.

29 aprile 2009, festa annuale del New Yorker (Photo by Dimitrios Kambouris)

ⓢ Cambia qualcosa tra i pezzi che vanno sul cartaceo e quelli pubblicati solo online?

In questo momento è come se lavorassimo su due magazine: il cartaceo e il digitale. Probabilmente quello che leggono i nostri lettori in Italia è una combinazione tra i due. Questo significa che pubblichiamo tra le 15 e le 20 storie al giorno. Le storie digitali vengono lavorate più velocemente. In questo momento ci sono 17 fact-checker che lavorano sul cartaceo e tre che lavorano al digitale, anche se presto saranno quattro. Questo significa che i fact-checker che lavorano al digitale devono concentrarsi sulle storie più controverse. Però il nostro direttore, David Remnick, intende alzare gli standard per il digitale.

ⓢ Venti fact-checker sono un bel costo. Ne vale la pena?

Il fact-checking è estremamente costoso. Però è una parte centrale del nostro processo editoriale e, sì, ne vale la pena, perché ci aiuta a costruirci una reputazione di affidabilità.

ⓢ Come verificate le interviste? Chiedete le registrazioni?

No. I nostri autori tendono a prendere appunti, dunque chiediamo gli appunti. Poi richiamiamo gli intervistati: se negano di avere detto qualcosa, ma vediamo che è negli appunti, li pressiamo. Non cambiamo i virgolettati soltanto perché ci chiedono di farlo.

ⓢ E come la mettiamo con le fonti anonime?

Quando c’è una fonte anonima in un pezzo del New Yorker, ci sono sempre delle persone che sanno chi è: in genere David Remnick, io e un avvocato.

ⓢ Com’è stato fatto il fact-checking dell’inchiesta di Ronan Farrow su Weinstein?

Farrow ha pubblicato più di un’inchiesta. Con la prima è andata così: c’erano due fact-checker dedicati alla storia, uno dei quali è un ex avvocato. Farrow aveva condotto l’inchiesta per la Nbc (l’emittente tv, che ha rifiutato di uscire con la storia, nda), dunque aveva le registrazioni e le trascrizioni. Abbiamo letto le trascrizioni e poi abbiamo chiamato le persone. Abbiamo parlato con tutte le vittime. Spesso si è trattato di conversazioni imbarazzanti (Canby utilizza il termine “awkward”, che può essere tradotto anche come “scomodo” o “delicato”, nda). Non ricordo esattamente quanto tempo ci ha richiesto, però è stato un lavoro lungo: sapevamo che anche il New York Times stava lavorando a una storia simile, però non abbiamo permesso alla cosa di metterci troppa fretta (il Nyt infatti è uscito qualche giorno prima, nda).

ⓢ Un’altra storia di cui s’è parlato molto è “The Voyeur’s Motel” di Gay Talese. Sono state riscontrate delle incongruenze: è andato storto qualcosa nel processo di fact-checking?

Le incongruenze erano nel libro di Talese, Motel Voyeur. Noi abbiamo pubblicato un estratto, e in quell’estratto in particolare non c’era alcuna incongruenza. L’articolo del Washington Post, che ha sollevato la questione, non fa distinzione tra libro e il pezzo pubblicato sulla rivista. Per dirla tutta, noi abbiamo telefonato agli editor del libro, sollevando qualche dubbio, non su quello che abbiamo pubblicato noi ma sul resto del testo: preoccuparci di quello che pubblicano gli altri non è una cosa che facciamo solitamente, ma in questo caso lo abbiamo fatto. Non hanno seguito il consiglio.

ⓢ Mi chiedo come gestiate l’ego dei giornalisti. La prendono sul personale? Vi capitano le prime donne che si sentono al di sopra dei controlli?

Il fatto è che godiamo di un ampio sostegno interno alla redazione, specialmente da parte di Remnick e della vicedirettrice Pamela McCarthy. Certo, non a tutti piace essere fact-checkati, però sono soprattutto gli autori nuovi che fanno più resistenza. Poi noi stessi siamo editor e autori, con una carriera alle spalle, sappiamo gestire negoziati in modo ragionevole.

ⓢ E riuscite a spuntarla, in questi negoziati?

Quando un fact-checker segnala dieci cose, tre o quattro devono essere assolutamente cambiate; tre o quattro non ne hanno poi così bisogno, e le restanti sono in una zona grigia. Noi questo lo sappiamo: mica ci aspettiamo che vengano cambiate tutte.

ⓢ Cosa serve per essere un buon fact-checker?

Abbiamo bisogno di gente che sappia gestire i dettagli senza vederli come una perdita di tempo. E di una squadra che parli otto o nove lingue: abbiamo anche una persona che parla italiano. Ma le cose più importanti sono il senso dell’umorismo, la modestia e la diplomazia.

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