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L’agenzia meteorologica giapponese è la prima al mondo a dire che il Super El Niño è ufficialmente arrivato E adesso ci si aspetta che altre agenzie, stabilito il primo precedente, facciano lo stesso. Anche perché gli indizi iniziano a essere tanti.
La FIFA aveva imposto il divieto di portarsi la propria bottiglietta d’acqua alle partite del Mondiale ma dopo le proteste dei tifosi e l’intervento di Mamdani è stata costretta a ripensarci Il sindaco di New York si è schierato con i tifosi dicendo che «nessuno dovrebbe rischiare la disidratazione perché i prezzi sono troppo alti».
La nuova impresa di Peter Thiel è una start up AI che aiuta i ricchi a querelare i giornalisti Si chiama Objection.ai e per una cifra che va da un minimo di 2 mila a un massimo di 15 mila dollari permette di smentire un articolo e denunciare un giornalista.
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Nonostante le aziende ci stiano investendo miliardi, non c’è ancora nessuna prova scientifica che l’AI sia più efficiente e conveniente del lavoro umano Nonostante investimenti che sfiorano già i mille miliardi di dollari, nessuna ricerca scientifica ha ancora dimostrato che le macchine costano meno degli uomini.
Negli Stati Uniti già 70 città hanno imposto il divieto di costruzione di nuovi data center Divieti più o meno lunghi, più o meno temporanei, ma sempre più diffusi. Tra le città che ne hanno già imposto uno ci sono New York, Denver, New Orleans, Seattle e Minneapolis.
In Svezia la denatalità è così grave che si sta pensando di introdurre la fecondazione assistita “di Stato” Al momento il Servizio Sanitario Nazionale copre i costi per sei tentativi alle persone senza figli. L'attuale governo vuole coprire i costi di tutti i tentativi, per tutti.

Ci siamo già scocciati dell’Eurovision?

Da baracconata trash a messa cantata camp, con annessi tutti i ricatti e le incongruenze morali dell'epoca in cui attivismo e marketing coincidono. L'unica speranza, quest'anno, è la vittoria del surreale pezzo finlandese.

12 Maggio 2023

Abbiamo voluto l’Eurovision, abbiamo vinto l’Eurovision, ci siamo già scocciati dell’Eurovision? In effetti, quest’anno l’edizione è un po’ moscia, proprio come la ballata di Marco Mengoni. È anche vero che si tiene a Liverpool, e l’Inghilterra ha mandato in onda il vero grande evento già la settimana scorsa, con l’incoronazione di Carlo III. È anche vero che il Regno Unito tradizionalmente prende l’Eurovision un po’ sottogamba, mandandoci artisti di seconda e terza categoria, tranne l’anno scorso che ha schierato Sam Ryder, TikTok star e voce potentissima, che infatti è arrivato secondo e non ha vinto solo perché si doveva far vincere l’Ucraina. In Italia, l’Eurovision Song Contest ha raggiunto il picco massimo d’interesse nel 2021 con la vittoria dei Måneskin, e nel 2022 con l’edizione torinese. Il successo internazionale raggiunto dai Måneskin, e dal cantautore olandese Duncan Laurence (che ha vinto nel 2019, quando Mahmood si è classificato secondo), ha attirato l’attenzione anche dell’industria musicale statunitense, che ha iniziato a farci un pensiero (magari partecipare come l’Australia?), benché quest’anno l’American Song Contest sia stato sospeso.

Sicuramente, quello che era considerato fino a qualche anno fa un “baraccone trash”, oggi viene preso sul serio da tutti in quanto generatore di nuove pop star, evento che macina ascolti e porta soldi alla nazione ospitante. Se prima qualcuno provava a spiegare che l’Eurovision è anche una questione identitaria e di politiche internazionali, la reazione era certamente quella di uno scettico che annuisce e dice “sì, sì certo” solo per tagliar corto. Oggi a questo fatto ci credono tutti e non c’è più bisogno di spiegarlo. Ci credono soprattutto gli autori dei testi, se si va a vedere di cosa parlano quest’anno le canzoni: metà parlano di antimilitarismo, l’altra metà di fluidità di genere. Quest’anno l’edizione doveva svolgersi in Ucraina ma la guerra è ancora in corso, per cui si è ovviato facendola organizzare dalla nazione arrivata seconda (che meritava il primo posto): capolavoro di diplomazia, colorata dalla testa ai piedi di gialloblu. Si intuisce che siamo a Liverpool solo perché ogni tanto fanno vedere le statue bronzee dei Beatles sul lungomare. Ci sarà anche qualche omaggio musicale e ne farà uno anche Mahmood, che canterà “Imagine” (che non è dei Beatles ma di John Lennon). Ma non sarebbe stato più simpatico fargli cantare “Money (that’s what i want)”, nella versione beatlesiana? No, perché chiaramente a qualcuno dovevano pur far pronunciare il fatidico e ricattatorio verso lennoniano «imagine all the people living life in peace».

La sensazione è che l’Eurovision si sia trasformato da baraccone trash, però vivo e genuinamente diverso, a messa cantata camp con ricatti morali annessi. Il problema dello sposare le buone cause per marketing e per compiacere le community online è che poi apri le strade a incongruenze, tipo l’UK che sposa la causa ucraina per non far notare troppo che è ancora alle prese con Brexit. O l’antimilitarismo che viene disattivato un attimo prima che entri Israele e riattivato subito dopo. Ma perché poi uno deve essere costretto a confrontarsi con le agende politiche, la Nato e la Commissione europea. Non si potrebbero affrontare i grandi temi nei luoghi preposti, invece di infilarli a forza in una competizione canora, che stava riuscendo così bene nell’impresa di fare la Schengen della cultura popolare? Ridateci il baraccone trash, le canzoni agghiaccianti degli anni ’90, il death metal finlandese, le polacche procaci e l’intricata votazione col blocco scandinavo che fa le strategie.

Ormai abbiamo fatto diventare “la canzone che parla di orientamento sessuale” un clichè, come “la canzone che parla di droga”. Sembrano lontanissimi i tempi di Conchita Wurst, adesso c’è un’atmosfera da Met Gala con i partecipanti che si presentano con vestiti fuori tema. Un po’ Giorgia Soleri che fa la rivoluzione in vacanza a Ibiza, un po’ tormentone estivo di Fedez scritto con l’algoritmo sottomano, qualcosa in quest’edizione più che stonare, annoia. Anche la coppia di commentatori italiani, Corsi e Maionchi, sembra assortita male, con quest’ultima un po’ sottotono rispetto alla solita verve. Fa rimpiangere Cristiano Malgioglio che se la prende con la cantante spagnola, inveisce contro San Marino, urla di gioia alla vittoria dei Måneskin. Possibile che l’Eurovision abbia già saltato lo squalo? È una crisi da post-pandemia, un momento di passaggio o una vibe shift? Tutte le speranze sono riposte nella Finlandia che si è presentata con una roba a metà tra i Rammstein e la tecno, ma si intitola “Cha Cha Cha”; cantata in finlandese, lingua cult, e con una performance che è anche una probabile re-interpretazione demoniaca del famoso party con Sanna Marin. Alla Finlandia affidiamo le nostre speranze per un grandioso ritorno del baraccone trash, magari vincesse, così l’anno prossimo l’organizza e contestualmente potrà festeggiare anche l’ingresso nella Nato. Per l’Italia invece si auspica lo sganciamento dall’astronave madre, cioè Sanremo: magari potremmo presentarci con un neomelodico o con Tananai, intenzionato a diventare il nuovo Eros Ramazzotti della Gen Z.

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