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È stato annunciato il sequel di KPop Demon Hunters ma i registi hanno già detto che ci sarà molto da aspettare prima di vederlo Maggie Kang e Chris Appelhans hanno messo le mani avanti e avvisato i fan: i tempi di lavorazione saranno lunghi, molto lunghi.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha detto di aver scoperto di essere la nuova Guida suprema dell’Iran guardando la tv Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.

“American Teenager” di Ethel Cain, l’inno delle ragazze tristi anche d’estate

Nel singolo della cantautrice americana ci sono malinconia e ansia per il presente, sensazioni che le vere sad girl vivono anche in vacanza.

06 Agosto 2024

L’estate è arrivata un po’ più tardi quest’anno, però è arrivata. La vita rallenta per necessità, gli abiti si accorciano, le giornate si allungano. Ci sono i ghiaccioli, il mare, l’abbronzatura, le vacanze, i festival, i concerti e, nel mondo parallelo che scivola accanto e continua imperterrito al di là delle stagioni, gli avvenimenti politici, le corse presidenziali, le guerre che continuano più aspre, più sottili e più dimenticate. Non sono una grande fan dell’estate: non mi piace il caldo, non mi piacciono le zanzare, l’abbronzatura, il mare, le alghe, i pesci, la mitologia della spiaggia, la narrazione di una montagna da cartolina e da turismo di massa. L’estate per me è sempre stata una stagione malinconica, sia per la mia pressione bassa e i conseguenti svenimenti che mi ricordano la mia caducità (un memento mori contemporaneo da surriscaldamento globale), sia perché è un periodo più vuoto del resto dell’anno, in cui abbiamo più tempo per svuotare il cervello e per riempirlo di considerazioni che il ritmo incalzante della vita adulta tende ad eliminare.

Quando due anni fa, nel 2022, alla fine della primavera, è uscito il singolo “American Teenager” di Ethel Cain, ho capito che avevo trovato l’inno della mia estate. La canzone è contenuta in Preacher’s Daughter, l’album di debutto di Hayden Silas Anhedönia, in arte Ethel Cain, ed è il brano più pop dell’album in bilico tra folk, indie e goth vagamente religioso. Tra allegorie e intrecci autobiografici, i vari brani narrano la storia cruenta di Ethel Cain, una ragazza trans dell’Alabama, figlia di un pastore della Chiesa evangelica che viene rapita, obbligata a prostituirsi, e infine uccisa e mangiata dal proprio assassino. No, non è un classico album da estate, di amori leggeri e brillanti da ombrellone, eppure la melodia di “American Teenager” entra in testa e sa di libertà, di corse in motorino verso l’età adulta che da adolescente sembra molto, molto distante. La voce di vetro di Cain, delicata e ferma, improvvisamente graffiante quando sembra sul punto di rompersi, ci rivela nel testo che in realtà, purtroppo, l’età adulta non è mai così lontana. “American teenager” è una sequenza di immagini vivide e desolate del giocatore di football del liceo morto in guerra, di alcolismo, della solitudine e dell’abbandono sentiti nella religione, di aderenza disperata al sogno americano che si rivela in tutta la sua sinistra irrazionalità.

Nel video della canzone, uscito a luglio dello stesso anno e diretto da Cain, la cantante indossa la vecchia uniforme da cheerleader della madre, corre in bicicletta e balla sugli spalti del campo da football vuoto, i capelli lunghi che si muovono nel vento. Seppur legata al contesto statunitense, la canzone affronta i temi universali del patriottismo («The neighbor’s brother came home in a box / But he wanted to go so maybe it was his fault / Another red heart taken by the American dream»), della religione, dell’inadeguatezza e della dipendenza («Jesus, if you’re listening, let me handle my liquor / And Jesus, if you’re there / Why do I feel alone in this room with you?»), e in quest’estate più che mai si accorda alla realtà che stiamo vivendo. Cain racconta con convinzione che si può sentire la libertà sulla pelle senza cancellare dai nostri pensieri quello che sta accadendo in noi stessi e nel mondo: «I’m doing what I want and damn, I’m doing it well, for me», canta nel finale

“American teenager” è tornare a casa la sera, nel paese di provincia in cui si è cresciuti, con un cono gelato in mano mentre si pedala in bicicletta per le strade semi deserte, e sentire in lontananza il telegiornale a volume altissimo – la voce del giornalista che esce dalla finestra aperta di una casa, forse di un anziano sordo – che narra le ultime stragi, le guerre, gli Europei di calcio e le Olimpiadi, dei tossicodipendenti trattati come criminali, degli armamenti e delle carceri, e continuare a pedalare nel fresco della sera, in questa lacerazione perenne tra quotidiano e avvenimenti storici. “American teenager è la canzone delle ragazze tristi per posa e per natura, pallide e inadeguate, con la fronte corrucciata anche a luglio e ad agosto, che hanno smesso da un po’ di conformarsi alla spensieratezza imperante e si sono create la propria forma di leggerezza, la stessa per cui tutti fanno a gara in tutte le stagioni: è una leggerezza malinconica e ombrosa, che per noi ragazze tristi si acuisce e splende più forte in estate.

Ognuno di noi ha un libro, una canzone, un film che associa all’estate. “Cose d’agosto” è una raccolta di articoli in cui le autrici e gli autori di Rivista Studio raccontano questo loro feticcio estivo, che sia intellettuale o smaccatamente pop.

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