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08:28 mercoledì 19 agosto 2026
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

Elvia Wilk, l’apocalisse dentro e fuori

Nel suo Narrazioni dell'estinzione la scrittrice racconta l'altro lato della fine del mondo: l'inevitabile rinascita che segue la fine di tutto.

19 Settembre 2023

Due ragazze camminano nel bosco. Una delle due si allontana per fare pipì dietro un albero, e dopo un minuto sparisce. L’amica corre a cercarla, ma non trova nessuno: ci sono solo alberi. Così comincia il racconto di Margaret Atwood che introduce e dà il titolo all’ultimo libro di Elvia Wilk, Death by Landscape. Edito in italiano come Narrazioni dellestinzione, il libro è una raccolta di saggi sperimentali che, attraversando epoche e generi, cerca di ripensare il rapporto tra umanità, ambiente e fine del (nostro) mondo. Se l’apocalisse è spesso intesa come catastrofe, rovina o distruzione, allo stesso tempo è anche rivelazione di una verità, lo svelarsi di ciò che prima era nascosto o inconoscibile. L’esperienza corporea, la letteratura weird e la mistica sono gli strumenti usati dall’autrice per raccontare l’apocalisse della nostra identità: una lenta e inesorabile fusione con il non-umano che passa per la scrittura. Forse l’unica strada per sopravvivere a se stessi.

Nel libro sostieni – citando Doris Lessing – che il soggetto nascosto di tutta la letteratura, e simbolo della condizione umana sulla Terra, sia un “vuoto apocalittico”.
Lessing ci dice che anche in un’apocalisse c’è un potenziale nascosto da cui possono emergere nuovi significati. Nella cultura popolare e in letteratura, però, dell’apocalisse emerge quasi sempre solo l’aspetto catastrofico. Forse ad attrarci è l’idea di semplificazione che un evento così assoluto porta con sé. Ma l’apocalisse che stiamo vivendo non è un fenomeno improvviso: è una lenta trasformazione verso una realtà a noi sconosciuta e forse incomprensibile, e per affrontarla non abbiamo altra scelta se non cambiare i nostri schemi e reinventarci nel presente.

Questo “vuoto apocalittico” si manifesta in tutto il suo potenziale a metà del libro, in un saggio in cui parli di due donne che si innamorano di un buco nero.
Davanti alla forza di gravità estrema dei buchi neri, così come alle catastrofi dell’amore o del dolore, i nostri strumenti analitici crollano. In quel saggio ho cercato di mostrare come il linguaggio possa arrivare solo fino a un certo punto nello spiegare questi eventi, e di come fallisca. Mentre mi interrogo su come funzionano le storie, il desiderio che le muove, la trama, al centro della scrittura resta sempre un vuoto, un vuoto di significato. La letteratura cerca di colmare questo vuoto, e quando ci riesce quella che vediamo è, superata l’apocalisse, una sorta di resurrezione, un inaspettato risveglio della coscienza. È quello che succede nella seconda metà del libro.

A proposito di coscienza, una domanda che ricorre spesso nel libro è: dove inizia e dove finisce l’identità? Dove inizia il mondo esterno?
L’idea di un sé isolato non ha più senso per me. La gravidanza è l’esempio più semplice in cui due identità coesistono per un certo periodo prima di separarsi. Il nostro corpo ospita trilioni di batteri senza cui non potremmo vivere. Viviamo in simbiosi e non c’è un confine netto tra dentro e fuori. Le distinzioni gerarchiche nate con l’Illuminismo (esseri umani in cima, poi natura e la tecnologia alla base) non reggono più.

Cosa dovremmo aspettarci invece?
Il singolo individuo è limitato da un corpo e da una soggettività che gli impediscono, finché opera da solo, di comprendere trasformazioni epocali e su larga scala. È uno degli aspetti che esploro nel primo saggio: i racconti che prendo in esame (di Anne Richter, Kathe Koja, Han Kang, Jenny Hval e Karen Russell) hanno tutti a che vedere con la creazione di un sé che si contamina ed estende oltre l’individuo, un sé interconnesso e interdipendente, i cui effetti sul mondo possono essere imprevedibili.

Il rapporto tra sé, corpo e mondo è fondamentale nel misticismo. La tradizione mistica ha influenzato la tua scrittura?
Leggere i testi mistici mi ha fatto apprezzare come mente e corpo registrino le esperienze in modo diverso, ma sempre restando in comunicazione e, appunto, interdipendenza. Credo in questo legame, nell’interazione tra esperienza e biologia, e non credo lo si possa ridurre a un semplice rapporto causa-effetto. Penso spesso a come il corpo sia una fonte primaria di esperienza, un elemento fondante della tradizione mistica. La questione dell’autorità del corpo è connessa al mio rapporto con il sistema medico-industriale statunitense, in cui la scissione tra corpo e mente è ancora violentissima. Abbiamo il compito di prestare attenzione a ciò che il corpo ci dice, perché nessun altro lo farà.

Cosa ti affascina del lavoro di figure come Ildegarda di Bingen, Angela da Foligno e Simone Weil, intimamente legate all’esperienza mistica?
Trovo i loro scritti estremamente sexy. Mi affascinano per il loro potere politico, che consiste precisamente in una rinuncia alla partecipazione. In modo simile, mi interessano quegli scrittori che smettono di scrivere.

Perché?
Allontanarsi dalla vita pubblica, dai legami familiari e amorosi, da qualsiasi contatto sociale per avvicinarsi al divino, o dedicarsi ai libri per accedere più pienamente all’esperienza umana è un bellissimo paradosso. Mi chiedo se sia questo l’atto creativo definitivo.

Come accennavi prima, all’inizio del libro prendi in considerazione una serie di racconti in cui le protagoniste si trasformano in pianta: un atto di resistenza, dici, che nega il corpo e le relazioni con gli altri per trascendere non solo i limiti dell’identità, ma anche della nostra specie.
Le storie di donne che diventano piante costituiscono uno snodo centrale del libro. Il loro non è un atto di passività, di rimozione di sé o di morte, bensì una rivendicazione attiva della vita, solo in una forma diversa che sfida le distinzioni di specie.

Lo scardinamento del concetto di “umanità” per avvicinarsi al non-umano è un principio comune alla mistica e alla letteratura new weird che approfondisci in diversi saggi del libro. Perché invece secondo te si sente dire sempre più spesso che dobbiamo “restare umani”?
Sia in questo libro che nel mio precedente romanzo (Oval, edito da Zona42 nella traduzione di Chiara Reali) mi concentro sull’ossessione sociale per l’empatia, intesa come strumento necessario per diventare “più umani”. Il problema non è la mancanza di sentimenti, ma credere che gli esseri umani siano eccezionali rispetto al resto dei viventi e del mondo. Così come l’idea che la nostra sia l’unica forma di intelligenza possibile. Questa concezione influenza oggi anche i discorsi sull’intelligenza artificiale, spingendoci a misurarla in termini umani, o in competizione con noi. Ma l’AI non sarà mai umana.

Contaminazioni e trasformazione di sé. Il tuo libro racconta proprio di “come si può diventare ciò che si studia”. Cosa stai studiando ora? 
Narrazioni dell’estinzione mi ha avvicinato a personalità, libri, opere d’arte e racconti non miei: mi ha aperto alle contaminazioni e ha favorito una trasformazione. Ora invece sto scrivendo un libro sulla malattia e sull’insonnia, di cui soffro. Mi sono quindi rivolta all’interno, ho studiato il mio corpo avvicinandomi alle mie esperienze primarie. Ma scriverne ha reso l’insonnia ancora più insopportabile. Forse non è stata una buona idea.

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