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Olivia Rodrigo ha salvato il brand di una designer palestinese semplicemente indossando uno dei suoi vestiti La founder del brand Nöl Collective, Yasmeen Mjalli, ha definito la richiesta della cantante un vero e proprio «intervento divino».
Per colpa di un errore dell’AI, Stati Uniti e Cina sono andati a tanto così dallo scatenare la Terza guerra mondiale Nella scorsa primavera, un chatbot ha rivelato ai militari Usa che una nave cinese stava trasportando materiali per armi nucleari in Medio Oriente. Non era vero nulla.
Il 24 settembre esce Eternal, un cofanetto di 16 dischi che raccoglie un anno intero di bootleg dei Joy Division E oltre ai 16 dischi: artwork di Peter Saville, scatto di copertina di Wolfgang Tillmans, note di Simon Armitage, foto di Anton Corbijn e Kevin Cummins e una versione restaurata del documentario Joy Division – A Malcolm Whitehead Film.
Bon Iver ha composto un jingle pubblicitario per promuovere il polpettone del ristorante di una sua amica «Meatloaf dippers at Howard’s in Stillwater/Meatloaf dippers can be a whole meal or starter/Meatloaf dippers, oh so light and yummy/Go on and warm your tummy, with dippers».
C’è una scuola in Vermont che insegna ai figli dei ricchi a coltivare i campi, badare al bestiame e pulire casa. Per 40 mila dollari a semestre La Mountain School offre agli studenti del terzo anno la possibilità di passare un semestre a lavorare in fattoria. Un semestre piuttosto costoso, oltre che faticoso.
Una ricerca dice che gli investimenti in energie rinnovabili sono arrivati al punto di svolta positivo: producono effetti molto migliori del previsto a un costo molto inferiore delle aspettative Ma i problemi rimangono, perché ancora oggi per ogni euro investito per proteggere la natura se ne spendono 30 per distruggerla, si legge nella stessa ricerca.
Una raver ha lanciato una petizione per vietare i pantaloni di Hello Kitty ai rave «I rave non sono pigiama party. I pantaloni del pigiama servono per dormire», ha scritto Samantha Scott su Change.org, in una petizione che finora non ha riscosso grande successo.
L’UE vuole che il Canada diventi un “membro associato” dell’Unione, ma nemmeno l’Unione sa cosa vuol dire diventare un membro associato dell’UE Ursula von der Leyen ha avanzato la proposta, il Canada si è detto interessato, resta solo da capire che cosa comporti questa proposta.

Per Elliott Erwitt la fotografia era una questione di fortuna

A 95 anni è morto l'ultimo padre nobile della fotografia del Novecento: lascia un'opera immensa, messa assieme in sessant'anni di lavoro.

01 Dicembre 2023

Non era un tipo che amava parlare, Elliott Erwitt. Ai mormorii e ai bisbigli preferiva di gran lunga il silenzio e l’ironia. «Se volete sapere cosa ho da dire», diceva, «guardatevi le mie foto». Ne ha realizzate a centinaia in sessant’anni di carriera. Ha scattato fino all’ultimo istante. Poi, lo scorso 29 novembre (anche se la notizia è stata data solo oggi dal New York Times), a 95 anni se n’è andato lasciandoci in eredità istantanee memorabili capaci di raccontare con grazia e ironia una buona fetta di Novecento.

Elliott Erwitt è stato l’ultimo padre nobile della fotografia del secolo scorso. Uno dei pochi che ancora poteva raccontare di quella volta che aveva preso un caffè con Robert Capa o disquisito di inquadrature e di bianco e nero con Robert Frank. Davanti al suo obiettivo sono passati tutti: John F. Kennedy ritratto alla Casa Bianca, Fidel Castro a Cuba, Richard Nixon a Mosca mentre punta il dito sul petto di Nikita Krusciov. «Io ero lì per fotografare frigoriferi a una fiera di prodotti americani e loro si misero a discutere davanti a me…», ha raccontato in seguito. «Mi preoccupavo solo di trovare una buona inquadratura. Poi Nixon la usò per una sua campagna elettorale, ma per fortuna quella volta non vinse». Nel suo album di foto leggendarie c’è Marilyn in accappatoio mentre legge un copione e Marlene Dietrich nel backstage di un teatro di New York, Truman Capote che indossa una mascherina nera e balla scatenato e Grace Kelly pensierosa alla festa di fidanzamento col principe Ranieri di Monaco al Waldorf-Astoria. Nel suo curriculum ci sono tantissimi esseri umani e altrettanti cani, per i quali nutriva un amore sconfinato. «Ci parlo abbaiando, mi capiscono», raccontava. Erwitt li ha celebrati in otto libri. Mentre nel corso degli anni pensatori, filosofi e addetti ai lavori si contorcevano con ragionamenti astrusi per definire cos’è la fotografia, lui la riassumeva in poche parole essenziali: «In fin dei conti non è altro che far vedere a un’altra persona quel che non può vedere perché è lontana, o distratta, mentre tu invece sei stato fortunato e hai visto».

Elio Romano Ervitz era nato nel 1928 a Parigi, figlio di una coppia di ebrei ortodossi russi (la sua famiglia era composta in buona parte da studiosi del Talmud) fuggita in Francia dopo la rivoluzione del 1917. Fino all’età di 10 anni ha vissuto a Milano, poi nel 1938 le leggi razziali del regime fascista spingono la sua famiglia a trasferirsi prima in Francia e poi definitivamente in America: è a New York che inizia a farsi chiamare Elliott Erwitt. Col padre, venditore a Central Park West a Manhattan, attraversa la nazione da est a ovest fino a Los Angeles, guadagnandosi da vivere vendendo orologi da polso. In California inizia a scattare le prime foto: lo fa con una vecchia macchina fotografica in vetro trovata chissà dove. Poi passerà alla leggendaria Rolleiflex. «Il mio primo cliente è stato il mio dentista», racconta nella sua biografia. Dopo il diploma alla Hollywood High School, studia fotografia al Los Angeles City College. Nel ’49 torna a New York, dove frequenta la New School for Social Research. Nel 1951 si arruola nell’esercito durante la guerra di Corea. E qui arriva la svolta: ritrae un gruppo di soldati che si annoiano in caserma e manda lo scatto a un concorso indetto dalla rivista Life. Lo vincerà e con l’assegno di 2.500 dollari comprerà un’automobile che chiamerà “Grazie, Henry”, in onore dell’editore del magazine Henry Luce. Negli anni ’50 lavora come fotografo indipendente per la Standard Oil, per riviste come Collier’s, Look, Life e Holiday e per compagnie aeree come Air France e Klm. Nel 1954 entra a far parte della scuderia Magnum.

Ormai Erwitt è un professionista richiestissimo, parla quattro lingue e gira il mondo senza sosta. Negli anni ’70 è uno dei primi fotografi a beneficiare dell’interesse del mercato dell’arte. Vende decine di stampe a collezionisti e broker. «Con i soldi guadagnati mi sono comprato la casa a East Hampton», spiega con una punta di malizia. Influenzato dalla poetica di Eugène Atget, nei suo scatti mescola il neorealismo italiano all’ironia di Robert Doisneau, Modigliani al formalismo di Henri Cartier Bresson. Sposato e divorziato quattro volte (l’ultima nel 2012 con Pia Frankenberg), lascia sei figli, dieci nipoti e tre pronipoti. «Non posso farci nulla, amo la vita», afferma. Sono decine le pubblicazioni al suo attivo. Fra le più importanti: Photographs and anti-photographs (1972), Son of a Bitch (1974), Personal exposures (1988) e Between the sexes (1994). Molti anche i docufilm, come The Many Faces of Dustin Hoffman realizzato nel 1968, Beauty Knows No Pain del 1971, The Glassmakers of Herat, Afghanistan del 1977 e The Magnificent Marching 100 del 1980.

All’Italia è sempre rimasto legato. Da noi, ha detto più volte, di ha passato il periodo più dolce della sua esistenza: l’infanzia. Molti anni dopo, in occasione della pubblicazione di una delle tante monografie, scrive: «Dedico questo libro a Mussolini che mi ha cacciato dal mio Paese. Sono diventato americano per colpa sua». Lo scorso anno, proprio Villa Mussolini a Riccione, ha ospitato una personale del grande artista intitolata “Ellitott Erwitt: Family”: 58 opere in bianco e nero esposte lungo i tre piani dell’ex dimora estiva di Mussolini. Una rivincita in perfetto stile Erwitt, firmata esattamente come le sue foto: con grazia e ironia.

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