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Dopo che Mamdani ha consigliato ai newyorchesi di leggere Heated Rivalry, i download del libro sono aumentati del 500 per cento Download tutti arrivati dalla rete delle biblioteche pubbliche della città, dove il libro si poteva scaricare gratuitamente.
Ikea ha annunciato che non produrrà più la borsa Frakta (quella blu da 99 centesimi) L'accessorio, passato anche sulle passerelle di Balenciaga e sui campi da tennis, sarà sostituito da un nuovo modello, in fase di progettazione.
Sydney Sweeney rischia una denuncia per atti vandalici per aver coperto la scritta Hollywood con i suoi reggiseni Era tutta una trovata pubblicitaria per lanciare la sua linea di biancheria intima, Syrn. Ma, a quanto pare, la trovata pubblicitaria la porterà in tribunale.
La CDU, il partito di maggioranza in Germania, vuole abolire il diritto di lavorare part time Secondo il partito del cancelliere Merz, la crisi economica tedesca è colpa soprattutto dei troppi lavoratori che decidono di fare part time.
I cittadini di Minneapolis hanno organizzato una festa per il licenziamento di Greg Bovino davanti all’hotel dove alloggiava Cori, canti, balli, musica, festeggiamenti. Fino a quando la polizia non è intervenuta per interrompere violentemente il party improvvisato.
Ad Amsterdam saranno installate lungo i canali delle mini scale per aiutare i gatti che cadono in acqua Centomila euro che il Comune ha deciso di investire nella costruzione di quelle che tecnicamente si chiamano “scale per l’uscita della fauna selvatica”.
Dopo il litigio con il figlio Brooklyn, una canzone di Victoria Beckham di 25 anni fa è arrivata in cima alle classifiche inglesi A 23 anni dal lancio, "Not Such An Innocent Girl" raggiunge la vetta di ben due classifiche inglesi, grazie al pubblico litigio tra Victoria e David da una parte e il figlio Brooklyn dall'altra.
Per la prima volta Pitchfork ha spiegato come assegna e cosa significano i voti che dà agli album È una guida che introduce anche gli abbonamenti al sito, che permetteranno agli utenti di aggiungere il loro voto a quello dei giornalisti.

La letteratura naturale di Elif Batuman

Chi è la scrittrice e collaboratrice del New Yorker che ruba i titoli dei suoi libri a Dostoevskij.

11 Marzo 2018

Negli ultimi mesi mi sono accorta di avere sviluppato una discreta ossessione per alcune scrittrici che rispondono allo stesso identikit: quarantenne nordamericana che scrive sul New Yorker e che dà il meglio di sé nella nonfiction, e più precisamente in quel genere giornalistico-letterario che i più chiamano “personal essay” e che il New Yorker ha ribattezzato, con non poco snobismo, “personal history”. Ariel Levy, Kathryn Schulz ed Elif Batuman. Le tre autrici sono accomunate anche da un approccio che combina, con grazia e lucidità, il rigore analitico alla compassione, permettendo loro di muoversi con invidiabile naturalezza tra il generale e il particolare.

Elif Batuman, la più giovane, è nata a New York nel 1977 da una famiglia turca colta e benestante, musulmani laici e kemalisti: la madre aveva studiato al liceo americano di Ankara; il padre, di origini più modeste, è cresciuto nell’Anatolia meridionale. Elif, il cui nome, racconta, deriva dalla pronuncia turca della prima lettera dell’alfabeto arabo, la alif, cresce nel New Jersey, studia linguistica e letteratura russa a Harvard e Stanford. Il suo primo libro parla di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa. Il suo secondo libro parla, beh, di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa.

I Posseduti, pubblicato nel 2010 da Farrar, Straus and Giroux e portato in Italia da Einaudi nella traduzione di Eva Kampmann nel 2012, è stato descritto come una collezione di saggi e come un testo a metà strada tra il memoir e una lettera d’amore. Il titolo è un omaggio a Dostoevskij (The Possessed è uno dei nomi inglesi dei Demoni). È un memoir, perché il filo conduttore è il dottorato in letteratura russa che Batuman ha conseguito pur senza aspirare alla carriera accademica. L’alternativa sarebbe stata accettare una residency letteraria in una ex segheria del New England, così la ragazza sceglie il PhD, con la stessa forza della disperazione con cui Bridget Jones sceglieva la vodka e Chaka Khan. L’autrice paragona la sua esperienza a quella di Hans Castorp nella Montagna incantata di Thomas Mann e, miracolosamente, riesce a farlo senza sembrare pomposa: come lui ha passato sette anni in un sanatorio senza avere la tubercolosi, così io ho passato «sette anni in un sobborgo californiano a studiare la forma del romanzo russo» prima per caso, poi per amore. È una collezione di saggi perché si compone di sette testi separati, alcuni dei quali già pubblicati su Harper’sn+1 e New Yorker.

Il secondo libro è un romanzo, però gli elementi autobiografici sono tali da renderlo quasi un prequel del primo. The Idiot, e anche qui c’è l’omaggio a Dostoevskij, pubblicato da Penguin a marzo e non ancora tradotto in italiano, racconta di una studentessa di Harvard, ossessionata dal linguaggio, dai particolari, dalla letteratura russa e, non ultimo, dalla ricerca di un senso. Il tipo di ragazza che ci resta male perché il dizionario che le ha regalato la banca non include il lemma “ratatouille” e che ragiona ad alta voce: «Che cos’è “Cenerentola”, se non un’allegoria dell’infelicità fondamentale di quando vai a comperarti un paio di scarpe?». Come l’autrice stessa nei Posseduti, anche la protagonista di The Idiot spazia dalla realtà all’impressione della realtà, e dall’impressione della realtà a quello che essa evoca.

È la stessa dote che Batuman sfoggia nei suoi pezzi giornalistici. Nella storia di copertina del New Yorker dedicata alla sua esperienza in Turchia e al velo islamico, parte dalla vicenda dei suoi genitori, per raccontare l’ascesa di Erdogan e poi analizzare come sono trattate le donne, sollevando domande su quanto siamo disposti a sacrificare la nostra libertà per essere accettati, citando Houellebecq: riesce a farlo, cosa non da poco, senza l’ombra di un volo pindarico. Si potrebbe osservare, forse a ragione, che non c’è nulla di così speciale nel coniugare teoria ed esperienza, che è anzi un campo di scrittura fin troppo affollato (specie rispetto a quando Chris Kraus inaugurò con I Love Dick «un nuovo genere, qualcosa a metà strada tra critica culturale e fiction», come decretò il critico Sylvère Lotringer, suo ex). Batuman, è vero, non fa nulla di nuovo. Però lo fa tremendamente bene. Del suo secondo libro, la Los Angeles Review of Books ha scritto: «Ha impilato una bella collezione di non-eventi, eppure il risultato è incendiario». Raccogliere frammenti di memoria episodica e provare a trasformarli in memoria narrativa, soffermandosi più sul processo che sul risultato. È la stessa cosa che si legge nei Posseduti: «Gli eventi e i luoghi si succedono come le voci sulla lista della spesa. Possono esserci esperienze interessanti e commoventi, ma un fatto è certo: non prenderanno spontaneamente la forma di un libro meraviglioso».

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