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Il creatore di Fortnite sta usando i miliardi guadagnati con il videogioco per comprare foreste e salvarle dall’abbattimento Tim Sweeney sta usando il suo patrimonio personale per salvare milioni di chilometri quadrati di foresta, sottraendoli alla speculazione immobiliare.
Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.
In Voce Triennale arriva Equinozio, tre giorni e tre notti di concerti, performance e talk per festeggiare l’inizio della primavera Da venerdì 20 a domenica 22 marzo «una lunga e leggera progressione di danze», come l'ha definita il curatore Carlo Antonelli.
Macron ha usato una canzone dei Justice come colonna sonora del video in cui presenta il nuovo arsenale nucleare francese Il post è stato successivamente modificato per rimuovere la canzone, lasciando solo le parole nette del Presidente sull’invincibilità delle armi nucleari francesi.
Il siparietto tra Anna Wintour e Anne Hathaway sul palco degli Oscar è la miglior trovata della campagna promozionale del Diavolo veste Prada 2 Non c'è ancora la certezza matematica della sua partecipazione al sequel, ma sul palco degli Oscar di ieri si è molto immedesimata nel ruolo di Miranda Priestly.
A Sean Penn importa così poco di aver vinto l’Oscar che non si è presentato alla cerimonia e non ha mandato nessuno a ritirare il premio al posto suo «Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome», ha detto Kieran Culkin, che ha ritirato il premio per lui.
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La letteratura naturale di Elif Batuman

Chi è la scrittrice e collaboratrice del New Yorker che ruba i titoli dei suoi libri a Dostoevskij.

11 Marzo 2018

Negli ultimi mesi mi sono accorta di avere sviluppato una discreta ossessione per alcune scrittrici che rispondono allo stesso identikit: quarantenne nordamericana che scrive sul New Yorker e che dà il meglio di sé nella nonfiction, e più precisamente in quel genere giornalistico-letterario che i più chiamano “personal essay” e che il New Yorker ha ribattezzato, con non poco snobismo, “personal history”. Ariel Levy, Kathryn Schulz ed Elif Batuman. Le tre autrici sono accomunate anche da un approccio che combina, con grazia e lucidità, il rigore analitico alla compassione, permettendo loro di muoversi con invidiabile naturalezza tra il generale e il particolare.

Elif Batuman, la più giovane, è nata a New York nel 1977 da una famiglia turca colta e benestante, musulmani laici e kemalisti: la madre aveva studiato al liceo americano di Ankara; il padre, di origini più modeste, è cresciuto nell’Anatolia meridionale. Elif, il cui nome, racconta, deriva dalla pronuncia turca della prima lettera dell’alfabeto arabo, la alif, cresce nel New Jersey, studia linguistica e letteratura russa a Harvard e Stanford. Il suo primo libro parla di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa. Il suo secondo libro parla, beh, di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa.

I Posseduti, pubblicato nel 2010 da Farrar, Straus and Giroux e portato in Italia da Einaudi nella traduzione di Eva Kampmann nel 2012, è stato descritto come una collezione di saggi e come un testo a metà strada tra il memoir e una lettera d’amore. Il titolo è un omaggio a Dostoevskij (The Possessed è uno dei nomi inglesi dei Demoni). È un memoir, perché il filo conduttore è il dottorato in letteratura russa che Batuman ha conseguito pur senza aspirare alla carriera accademica. L’alternativa sarebbe stata accettare una residency letteraria in una ex segheria del New England, così la ragazza sceglie il PhD, con la stessa forza della disperazione con cui Bridget Jones sceglieva la vodka e Chaka Khan. L’autrice paragona la sua esperienza a quella di Hans Castorp nella Montagna incantata di Thomas Mann e, miracolosamente, riesce a farlo senza sembrare pomposa: come lui ha passato sette anni in un sanatorio senza avere la tubercolosi, così io ho passato «sette anni in un sobborgo californiano a studiare la forma del romanzo russo» prima per caso, poi per amore. È una collezione di saggi perché si compone di sette testi separati, alcuni dei quali già pubblicati su Harper’sn+1 e New Yorker.

Il secondo libro è un romanzo, però gli elementi autobiografici sono tali da renderlo quasi un prequel del primo. The Idiot, e anche qui c’è l’omaggio a Dostoevskij, pubblicato da Penguin a marzo e non ancora tradotto in italiano, racconta di una studentessa di Harvard, ossessionata dal linguaggio, dai particolari, dalla letteratura russa e, non ultimo, dalla ricerca di un senso. Il tipo di ragazza che ci resta male perché il dizionario che le ha regalato la banca non include il lemma “ratatouille” e che ragiona ad alta voce: «Che cos’è “Cenerentola”, se non un’allegoria dell’infelicità fondamentale di quando vai a comperarti un paio di scarpe?». Come l’autrice stessa nei Posseduti, anche la protagonista di The Idiot spazia dalla realtà all’impressione della realtà, e dall’impressione della realtà a quello che essa evoca.

È la stessa dote che Batuman sfoggia nei suoi pezzi giornalistici. Nella storia di copertina del New Yorker dedicata alla sua esperienza in Turchia e al velo islamico, parte dalla vicenda dei suoi genitori, per raccontare l’ascesa di Erdogan e poi analizzare come sono trattate le donne, sollevando domande su quanto siamo disposti a sacrificare la nostra libertà per essere accettati, citando Houellebecq: riesce a farlo, cosa non da poco, senza l’ombra di un volo pindarico. Si potrebbe osservare, forse a ragione, che non c’è nulla di così speciale nel coniugare teoria ed esperienza, che è anzi un campo di scrittura fin troppo affollato (specie rispetto a quando Chris Kraus inaugurò con I Love Dick «un nuovo genere, qualcosa a metà strada tra critica culturale e fiction», come decretò il critico Sylvère Lotringer, suo ex). Batuman, è vero, non fa nulla di nuovo. Però lo fa tremendamente bene. Del suo secondo libro, la Los Angeles Review of Books ha scritto: «Ha impilato una bella collezione di non-eventi, eppure il risultato è incendiario». Raccogliere frammenti di memoria episodica e provare a trasformarli in memoria narrativa, soffermandosi più sul processo che sul risultato. È la stessa cosa che si legge nei Posseduti: «Gli eventi e i luoghi si succedono come le voci sulla lista della spesa. Possono esserci esperienze interessanti e commoventi, ma un fatto è certo: non prenderanno spontaneamente la forma di un libro meraviglioso».

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