Centomila bilioni di parole scritti dalle macchine: l'ennesima splendida notizia per gli esseri umani che hanno ancora la velleità di guadagnarsi da vivere con la scrittura.
Un elenco di tutto ciò che Donald Trump ha insultato su Twitter
Ora che è diventato ufficialmente il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti d’America, Donald Trump potrebbe diventare il quarantacinquesimo inquilino della Casa Bianca a Washington. Tra le altre cose, il magnate newyorkese è noto anche per un uso assiduo di Twitter, il social network a cui affida messaggi brevi di propaganda, commenti volgari e, molto spesso, anche insulti ad avversari politici e semplici critici.
Il New York Times ha dedicato una pagina alle invettive a colpi di tweet di Trump, eloquentemente titolata “The 250 People, Places and Things Donald Trump Has Insulted on Twitter”. L’elenco, definito «a complete list» per la sua dichiarata esaustività aggiornata giornalmente, mette in fila tutti i messaggi da 140 caratteri in cui il possibile presidente americano ha sfottuto o ingiuriato qualcuno o qualcosa, dalla giornalista di Fox News Megyn Kelly (bersaglio di diversi noti attacchi misogini) al senatore Rand Paul, passando per un leggio dello studio ovale che «ha un aspetto strano».
Reading @nytdavidbrooks of the NY Times is a total waste of time, he is a clown with no awareness of the world around him- dummy!
— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 19 marzo 2016
La grafica pulita della pagina del sito del Times non lascia spazio ai commenti: ci sono soltanto le frasi, o le espressioni, di Donald Trump che si riferiscono al bersaglio di turno, con un collegamento al tweet in questione. Gli insulti sono ripartiti in sottocategorie coi nomi delle vittime del tycoon: in “Mitt Romney” si può leggere «un uomo spaesato che non sa che pesci prendere. Non mi sorprende che abbia perso!», mentre la lega sportiva nazionale “Major League Baseball” è semplicemente «so ridiculous». Tra le sezioni con più voci, nemmeno a dirlo, “Hillary Clinton”, “Ted Cruz”, “Cnn” e “The New York Times”.
La chiusura dell'app di generazione di video tramite AI è una notizia improvvisa ma non così imprevista: i problemi legali erano molti e grossi, tutti relativi al diritto d'autore.
In molti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra Zuckerberg e i dipendenti di Meta, però: lui non può essere licenziato e rimpiazzato dall'AI.