Disiscriversi da tutto è l’unica, vera cura del benessere

App, newsletter, piattaforme, servizi di ogni natura e genere: la nostra dipendenza dagli abbonamenti ormai ha anche un nome scientifico, subscription service overload. E, come per tutte le malattie gravi, c'è chi inizia a proporre e praticare cure molto radicali.

28 Gennaio 2026

Se si cerca su internet la parola disiscrizione, c’è un’altra parola che molto spesso, quasi sempre le viene associata: gioia, la gioia della disiscrizione. Essendo internet ancora una cosa molto americana, the joy of unsubscribing è soprattutto uno strumento per aumentare la propria produttività. Tutte quelle app, tutte quelle piattaforme, tutte quelle notifiche, tutte quelle mail, tutti quegli abbonamenti ti tolgono tempo dalla giornata (lavorativa, si capisce) e spazio dalla mente, liberatene e libera il tuo potenziale.

È triste pensare che se avessimo davvero tempo e forze in più probabilmente impiegheremmo entrambi per lavorare ancora un po’, ma qui non è questo il punto. Qui il punto è che ormai è diffusa un po’ dappertutto la consapevolezza che a ogni iscrizione, a ogni abbonamento corrisponde non un’aggiunta ma una sottrazione. Non solo né tanto dal conto in banca, anche se il costo della vita digitale ormai è una questione che tutti affrontano quando compilano il proprio bilancio personale. È una sottrazione di tempo e di energie, una moltiplicazione delle tentazioni: ogni abbonamento è una diversa manifestazione del demone del doomscrolling, quella specie di forza gravitazionale che in tutti i momenti impedisce alla nostra faccia di allontanarsi più di tanto dallo schermo.

«Ricordatevi, ci sono solo tre certezze nella vita: la morte, le tasse e il silenzio di Badalamenti», diceva l’avvocato Larry Schoenbach nel Divo di Paolo Sorrentino. Oggi quella massima andrebbe aggiornata, perché di una quarta cosa si può essere certi in questa vita: prima o poi, per una ragione o per un’altra, un abbonamento a una app o a una piattaforma lo farai. Il 78 per cento degli adulti che esistono in questo momento nel mondo sono abbonati a qualcosa: una app, una newsletter, una piattaforma, tutte e tre le cose assieme. Ma 78 non è il numero più stupefacente, quando si parla di abbonamenti. Il numero più interessante è un altro, è 74, cioè la percentuale degli stessi adulti che esistono in questo momento nel mondo che si dimentica di aver sottoscritto questo o quell’abbonamento e se ne ricorda solo a pagamento eseguito. C’è chi ammette di non essersi mai trovato in queste circostanze e chi mente: durante un casuale controllo delle entrate e uscite, si scopre che 7.99 € se ne sono andati per la versione premium di una app che permette di scoprire il nome scientifico e l’habitat naturale di una pianta scattandole una foto; altri 9.99 € sono stati usati per pagare una piattaforma che consiglia i migliori sentieri escursionistici in Italia; etc etc, sempre più giù nella scala dell’inutilità relativa e oggettiva.

Confesso che la persona che ha scoperto alla fine dell’anno fiscale di essere abbonato all’app delle piante e quella delle escursioni sono io. Io non ho mai comprato una pianta in vita mia e penso che i fiori più belli siano quelli che ci si può costruire con quei deliziosi set Lego floreali. Io ho fatto una sola escursione in vita mia ed è stata così traumatizzante che da quel momento ho deciso che la civiltà consiste nel mantenere una rispettosissima distanza dalla natura. Eppure a un certo punto della mia vita ho scoperto quelle app, un po’ le avrò studiate ed esplorate, e alla fine ho deciso di spenderci dei soldi.

La ragione per la quale in tanti si ritrovano addosso questa subscription fatigue è che le app e le piattaforme a disposizione oggi non sono più beni e servizi ma sogni e desideri. In questo senso, ogni iscrizione è una possibilità che si fa più possibile, una versione migliore di sé che prende un po’ più di corpo. Quest’anno diventerò una persona che ama le piante e che ha buon gusto quando si tratta di scegliere quale mettere in casa e dove e perché. Quest’anno passerò più tempo all’aria aperta, nella natura, invece di passare tutto il tempo nel triangolo delle Bermuda esistenzale, scrivania-divano-letto. Se è così, e in effetti è sempre più spesso così, le nuove iscrizioni hanno sostituito i buoni propositi: sarò quello che i miei abbonamenti suggeriscono, la mia buona volontà non solo esiste ma è quantificabile, ha un budget, piani spesa e prelievi periodici.

Ovviamente c’è il trucco e ormai siamo tutti abbastanza abbonati, e tutti abbastanza sempre gli stessi, da rendercene conto. Dal punto di vista dell’auto miglioramento, gli abbonamenti funzionano proprio come i propositivi di inizio anno: non funzionano proprio e per di più costano, ormai neanche poco. È anche per questo che da un po’ di tempo a questa parte si parla sempre più spesso di un altro miraggio, l’ennesima panacea per i mali che nessuno ci ha costretto a infliggerci. Going analog, si dice. Tornare al passato, staccare tutto, disiscriversi da tutto, tornare a comprare le verdure dal fruttarolo invece che su Cortilia, andare al cinema d’essai invece che alla Top 10 Netflix, comprare la chincaglieria al negozio invece che su Temu. Secondo Dazed questo è addirittura l’anno giusto: “Is 2026 the year of analogue?”, si chiede Emily Maskell in un articolo sulla questione. A quanto pare la risposta è sì, il fatto che stiamo tutti quanti tornando alla vita vera – qui a Rivista Studio ci speriamo abbastanza da averci dedicato un numero intero, alla vita vera – è dimostrato anche dal fatto che i ragazzini pubblicano guide alla composizione della propria analogue bag, borse in cui mettere tutto il necessario per godersi la propria vita da disconnessi. Le pubblicano su TikTok, queste guide, però.

Ma ci sono anche altri segnali che forse, stavolta davvero, la Grande Disiscrizione si sta per realizzare. Il New York Times, martedì 27 gennaio, ha pubblicato un articolo in cui si spiegava che questo potrebbe essere l’anno in cui si stabilisce un rilevantissimo precedente legale. Inizieranno nel 2026, infatti, diverse cause che accusano app e piattaforme social di funzionare esattamente come le sostanze che creano dipendenza a scopo di lucro. Big Tech come Big Tobacco, insomma. Non più strumenti impiegati male dal pubblico ma strumenti pensati per il male del pubblico. Nel caso più grave, una ragazza ha accusato Meta, Alphabet, TikTok, Snap di averla fatta diventare tossicodipendente, schiava della sostanza algoritmo.

È evidente che lo stesso principio sta muovendo diverse politiche nazionali in diversi pezzi di mondo: in Australia una legge c’è già, la Francia sta per diventare il primo Paese europeo a vietare l’uso dei social ai minori di 16 anni, Macron ha detto che non c’è altare sul quale sia accettabile «il sacrificio dei cervelli dei nostri ragazzi». È una disiscrizione di massa, calata dall’alto, imposta dal potere con misure quasi emergenziali, come se si trattasse di fare il possibile per contenere un virus che ha già causato una pandemia (Davide Coppo, in questo articolo di quasi tre anni fa, già la chiamava la più grande dipendenza del secolo). Secondo quelli che di tecnologia se ne intendono, l’industria tecnologica ha intuito da tempo l’aria che sta per iniziare a tirare e ha iniziato ad attrezzarsi di conseguenza. Internet è piena di profili social e newsletter specializzate che spiegano perché una delle cose più importanti da avere, per qualsiasi servizio in abbonamento, è un tasto unsubscribe facile da trovare e semplice da usare. Anche qui, però, vale lo stesso discorso fatto per le analog bag: quelle serve TikTok per capire come riempirle, per capire come avere il miglior tasto unsubscribe possibile serve abbonarsi a questo profilo social o a quella newsletter specializzata. È la reificazione del concetto di realismo capitalista, in fondo.

Uno nemmeno si rende conto di essere incastrato nel circolo vizioso, quello in cui è più facile immaginare la fine etc. Dopo aver letto una serie di ricerche scientifiche sulle pessime conseguenze che la mente e il corpo umano soffrono a causa del cosiddetto subscription service overload, ho provato a fare di me stesso la cavia di questo processo di guarigione, una cura che, stando sempre alle ricerche scientifiche, avrebbe dovuto ridurre ansia e stress. L’esperimento si è interrotto quando mi sono accorto che avevo scaricato una app – ce ne sono diverse, per tutte le fasce di reddito – che mi facesse da guida nel lungo e faticoso percorso di liberazione dalla dipendenza dalle app (e piattaforme e newsletter e tutto il resto). Ovviamente, ero a tanto così da abbonarmici.

È difficile, quasi impossibile, credere che questo sarà davvero l’anno in cui torneremo ritorneremo analogici, torneremo alla vita vera. Il mondo ha preso un’altra forma, ormai, e per quanto legittima possa essere la nostalgia – soprattutto quella che funziona come risposta a un’oppressione – si tratta pur sempre di una distrazione, di un’illusione. Come sempre succede in questi anni, la situazione è più facile spiegarla a meme che a parole. Ce n’è uno particolarmente efficace, che ritorna spesso da un anno a questa parte ogni volta che si professano propositi di disiscrizione. È la fotografia di una vecchia “postazione internet”, quello spazio che esisteva nelle case di tutti prima degli smartphone e del cloud: una scrivania con tanti scompartimenti appositi, uno per il monitor, uno per il tower case, uno per modem, uno per la stampante, uno per le casse. Nel testo che accompagna la fotografia si legge: «Era bello quando internet era un posto definito e immobile, invece di un terrore che si espande dappertutto. Andavi in questo posto quando volevi andare su internet. Quando lasciavi il posto, lasciavi internet».

La ragione per cui tutti i propositi e le proposte di disiscrizione suono così velleitarie è questa: internet oggi è una sostanza nebulizzata nell’aria, parte dell’atmosfera che respiriamo, l’impalcatura dell’ambiente in cui esistiamo. Per estraniarsi, figuriamoci estrarsi, da tutto questo sono necessari sforzi che forse nessuno è in grado di compiere e mezzi che ancora non sono a nostra disposizione. O magari lo sono, però previo abbonamento.

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