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La petizione per interrompere tutti i rapporti tra Unione europea e Israele ha superato il milione di firme Ora la Commissione europea dovrebbe presentare al Consiglio una proposta formale che, se approvata, porterà alla sospensione dell'accordo di associazione UE-Israele.
Al Festival di Cannes verrà presentato Gli amanti della notte, il primo film tratto da un romanzo di Mieko Kawakami All the Lovers in the Night di Yukiko Sode, tratto dall'omonimo romanzo della scrittrice giapponese, è stato selezionato nella sezione Un Certain Regard.
La Danimarca è diventata il primo Paese al mondo a usare solo energie rinnovabili per un mese intero A marzo del 2025 il Paese è riuscito a soddisfare tutto il suo fabbisogno energetico usando solo l'eolico e il solare, per 31 giorni consecutivi.
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C’è un book club in cui si pagano 1500 euro per leggere in silenzio assieme a degli sconosciuti a cui non bisogna rivolgere la parola Si chiama Rest + Read, si tiene in Galles e si pagano 1.250 sterline (1.495 euro) per quattro giorni di lettura e silenzio.
Una delle nuove differenze tra ricchi e poveri è il green divide, cioè la possibilità e facilità di accedere a zone verdi Lo ha dimostrato una ricerca pubblicata su Nature Communications: meno del 15 per cento dei cittadini europei ha un accesso adeguato al verde. Nella situazione peggiore, ovviamente, ci sono i cittadini più poveri.
Al caso della “famiglia nel bosco” adesso si è aggiunto anche un film prima svelato e poi smentito nel giro di 24 ore I giornali hanno riportato di un accordo quasi fatto con Netflix. Accordo che è stato poi smentito dall'avvocata della famiglia e dalla stessa Netflix.

Il tuffo nella luce di David Hockney

La retrospettiva della Tate celebra la grandezza dell'artista passato dal grigio dello Yorkshire ai rosa della California.

09 Marzo 2017

La prima volta che ho visto “A bigger splash” (1967), il quadro più famoso di David Hockney, era riprodotto su un vecchio libro della Phaidon che si chiamava The Art Book. Se riprendo in mano il libro – che quando avevo quattordici anni sfogliavo ogni giorno – noto che la pagina con il paesaggio di Caspar David Friedrich è sciupata (possibile che lo sguardo possa consumare la carta?). Molto vissute sono anche quelle che raffigurano donne o uomini nudi. Quella di Hockney invece, è come nuova. Sì, perché cos’avevano da dire a me, giovane e annoiata abitante di Lecco, quella distesa piatta di blu primario, i colori vividi e luminosi, le due palme, l’edificio rosa con le vetrate, la perfezione (l’invenzione prodigiosa) delle bave di spuma appena suggerite? E il vuoto, il silenzio, la calma e l’energia dell’istante catturato, dispiegato nel tempo? «Se dirò all’attimo: fermati dunque! Sei così bello! Allora mi potrai gettare in catene, allora andrò volentieri in rovina», scriveva Goethe nel Faust.

Dal 9 febbraio la Tate Britain ospita la più grande retrospettiva dell’artista con gli occhiali tondi, che a giugno festeggerà il suo ottantesimo compleanno. La mostra è un vero e proprio evento in Inghilterra, essendo Hockney una specie di eroe nazionale. Basta esplorare il sito del Guardian per notare la quantità di articoli e notizie su di lui, dal successo della sua mostra – è quella che ha venduto più biglietti prima ancora di aprire in tutta la storia della Tate Modern – alle domande fondamentali sulla sua carriera (“David Hockney è stato influenzato dai Talking Heads?”) fino al monumentale catalogo che la ripercorre (peso: 35 kg, prezzo: poco più di 2000 euro).

BRITAIN-ART-EXHIBITION-HOCKNEY

Ma come ha fatto Hockney a liberarsi del grigiore inglese e a diventare il pittore dei rosa della California (e a ritornare poi a dipingere il suo Yorkshire con toni tutt’altro che grigi)? Nato a Bradford nel 1937, quarto di cinque figli, dopo le elementari si iscrive alla scuola d’arte, dove riceve un’educazione tradizionale: copia dal vero, ritratti e paesaggi. Di quei tempi, nell’approfondimento dedicato sul sito della Tate, ricorda: «Ero felicissimo, passavo a scuola dodici ore al giorno». “Woman with a Sewing Machine 1954”, ritratto di sua mamma fatto a 17 anni, è una delle opere per cui vale la pena di prendere un volo low cost per Londra e andare a vedere la mostra (dura fino al 24 maggio), per gustarsi l’evoluzione di un grande artista ancora vivo e attivo, decade dopo decade, e vedere i primi disegni, le litografie, una quantità di opere “minori” ma – forse proprio per questo, perché tratte in salvo dall’usura dello sguardo – fresche e sorprendenti.

Il “ritratto di madre” è quasi genere a sé – penso al capolavoro di Sophie Calle, “Rachele Monique”, o ai magnifici ritratti della sua bellissima e malinconica mamma che Ren Hang (morto suicida – a 29 anni – il 25 febbraio scorso) ci ha lasciato, fino alla mostra La Grande Madre curata da Massimiliano Gioni. Hockney ritrae sua madre tante volte, anche in fotografia (un mezzo che approccia negli ultimi tre decenni della sua carriera, sotto forma di collage di polaroid – tentativo di catturare l’istante con approccio un po’ cubista, forse l’idea meno riuscita, insieme ai disegni con le dita sull’iPhone – come riflette anche Adrian Searle nella sua acutissima e impietosa recensione della mostra). Ma il collage che ritrae la madre, “My Mother, Bolton Abbey, Yorkshire, Nov 1982”, è tenero e toccante, e vale la pena tradurre un aneddoto riportato da un’altra recensione (sempre sul Guardian), questa volta di Tim Adams. Prima visita della madre di Hockney a Beverly Hills. Dopo due o tre giorni fuori passati a rilassarsi nel patio, la madre commenta: «È strano: qui il tempo è sempre adorabile, eppure non vedo panni stesi ad asciugare».

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Nato e cresciuto in una famiglia umile, Hockney inizia a esplorare il mondo dopo gli studi al Royal College of Art di Londra, dove già ottiene i primi successi come artista e vede crescere la sua reputazione (un esempio: come conseguenza del suo rifiuto di scrivere un saggio per l’esame finale – un artista, secondo lui, dev’essere valutato soltanto per le sue opere – l’Accademia modifica le sue regole, e Hockney si diploma a pieni voti). A 24 anni dedica un ciclo di opere al suo primo viaggio a New York (A Rake’s Progress – ispirato all’omonima serie di William Hogart del 1735). Ma è soltanto nel 1964, a 29 anni, che Hockney visita la California per la prima volta. «Quando sono arrivato», racconta in un’intervista, «non avevo idea della situazione artistica della città, era l’ultima delle mie preoccupazioni. Ho soltanto pensato: “Dio mio! Questo posto ha bisogno del suo Piranesi … bene, eccomi qui!”».

Immagino che visitare la mostra di Hockney significhi innanzitutto abbandonarsi a un grande sollievo. Nel tentativo di leggere un mondo la cui problematicità si fa sempre meno sintetizzabile – un’accozzaglia di identità sovrapposte, connessioni ipertrofiche, disuguaglianze in crescita esponenziale – una certa parte dell’arte contemporanea sembra perseguire la strada della mimesis o dell’impegno sociale. Un lavoro come quello di Hockney riporta alle gioie dell’arte più pura, al “Luxe, Calme et Volupté” di Matisse, all’erotismo vitalistico del piacere di guardare qualcosa di bello. Solo Hockney ha saputo rendere i paesaggi dello Yorkshire gigantesche bombe di energia verdeggianti. E poi, andando indietro nella sua carriera, la sua mano si fa sempre più raffinata e narrativa: i suoi primi lavori, infatti, sono autobiografici e alludono all’amore e al sesso, toccando così la sua omosessualità, che in Inghilterra, fino al 1967, era un crimine: per questo i riferimenti alla cultura gay sono spesso ambigui e trattenuti. Ma nelle scene di vita domestica e quotidiana pulsa una certa tensione, una vitalità trattenuta che sembra improvvisamente respirare ed esplodere, finalmente libera, nei corpi nudi, nei tuffi e nelle piscine delle tele californiane.

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