This Music May Contain Hope è l'album con cui l'artista compie il suo coming of age parlando di dolore, crescita, guarigione, della salvezza che ognuno ha il dovere di perseguire. Appena uscito, ha già suscitato l'entusiasmo della critica.
È morto David Gulpilil, attore-simbolo degli aborigeni d’Australia
Ieri è morto David Gulpilil, l’aborigeno australiano più famoso del mondo. Aveva 68 anni e da tempo gli era stato diagnosticato un cancro al polmone. Faceva l’attore, moltissimi se lo ricorderanno per la parte che interpretò nel primo film della saga di Crocodile Dundee (in particolare per la “gag della fotografia”). Ma David Gulpilil era molto, molto di più: la storia della sua carriera da attore e della sua vita da aborigeno che prova a conservare questa identità dentro l’Australia moderna è stata oggetto di spettacoli teatrali, documentari, interviste.
Era nato nel 1953, David Gulpilil, in un giorno che fu però deciso dai missionari che lo “adottarono”: l’1 luglio. In effetti, David non era neanche il suo nome, come lui stesso ricordava spesso: David era il nome che decisero per lui i dirigenti (inglesi) della scuola elementare che frequentava da bambino. Quando, la prima volta, gli chiesero come si chiamava, lui rispose semplicemente «Gulpilil». Anni dopo, ricordando l’episodio, disse che alla fine non gli importava nulla di quel nome che gli era stato dato: «Voi avete la vostra cultura e io ho la mia». L’attaccamento alla sua cultura, quella degli aborigeni d’Australia, è stata l’unica costante di una vita altrimenti difficilissima: la dipendenza dall’alcol, dal tabacco, dalle bevande zuccherate hanno reso la sua salute sempre un motivo di preoccupazione per amici e colleghi. Rolf de Heer, il regista con cui Gulpilil ha lavorato di più, ha detto che «tutte queste sostanze, estranee alla sua cultura, allo stesso tempo lo calmano e lo fanno infuriare». Solo davanti alla cinepresa Gulpilil sembrava davvero a suo agio, soprattutto quando si trattava di girare in quelle parti di Australia che lui considerava la sua terra. «So come camminare su questa terra davanti una cinepresa, perché è a questo posto che appartengo», diceva di sé. Una naturalezza che lo farà interprete di un modo nuovo di vedere gli aborigeni e la loro cultura, a partire da quella prima parte interpretata in L’inizio del cammino di Nicolas Roeg.
Una naturalezza che sarà la ragione del suo successo. Dei tanti film in cui ha recitato, è inevitabile citare quello che lo ha portato a vincere il premio come miglior attore a Cannes (Charlie’s Country), quello che lui definiva il suo miglior lavoro (The Tracker) e, ovviamente, quello che lo ha fatto conoscere al grande pubblico (Crocodile Dundee).
This Music May Contain Hope è l'album con cui l'artista compie il suo coming of age parlando di dolore, crescita, guarigione, della salvezza che ognuno ha il dovere di perseguire. Appena uscito, ha già suscitato l'entusiasmo della critica.
Perché ogni volta che annunciano un nuovo adattamento di uno dei sei romanzi dell’autrice inglese è certo che lo guarderemo, anche se sarà molto simile ai precedenti e racconterà una storia letta e riletta.
Lo scopo dell'iniziativa è quello di mantenere visibile l'opera per i due anni necessari al restauro, facendo scoprire al pubblico come funziona questo delicatissimo processo.
La forte somiglianza di costumi, scenografie e cast, unita alla pallida paletta cromatica vista nel trailer appena uscito, ha convinto i fan che nella serie ci abbia messo lo zampino l'AI.