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Gli impallinati di alieni sono convinti che gli Usa stiano per dire che gli alieni esistono perché il governo ha registrato il dominio aliens.gov Tutti quelli che non sono impallinati di alieni, invece, dicono che è solo un altro tentativo di Trump di distrarre l'opinione pubblica dagli Epstein Files.
Qualcuno si è inventato un traduttore che traduce qualsiasi cosa dici nella ridicola lingua tipica di LinkedIn Si chiama Kagi Translate e vi insegnerà come trasformare qualsiasi cosa vi succede sul lavoro in un «nuovo emozionante capitolo!».
Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
Per i 25 anni della saga si terrà un rave party a tema Signore degli Anelli in cui il dj sarà Elijah Wood, cioè Frodo Baggins Insieme all’attore Zach Cowie, suo partner nel duo Wooden Wisdom, Wood guiderà un «rave in pieno stile Terra di Mezzo» il prossimo 31 maggio.
Zendaya sarà la protagonista di tutti i film più attesi del 2026 Sette film in un anno, uno più atteso dell'altro: si inizia con The Drama l'1 aprile e si finisce a dicembre con Dune 3.
Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.

Dave Chappelle vuole avere ragione

Nel suo ultimo speciale Netflix, The Closer, il comico americano sembra volersi giustificare. Ma il suo è un esercizio riuscito a metà.

13 Ottobre 2021

The Closer è Dave Chappelle che spiega le sue battute. È una ripicca, un altro modo di dire una cosa che ci ha già detto in passato: siamo stupidi, proprio come sostenevano quei dirigenti di Comedy Central che lo convinsero a lasciare sul tavolo 50 milioni di dollari di Chappelle’s Show e andarsene in Sudafrica per ritrovare quella parte di sé che alla fine scoprì stava in Ohio. Una cosa alla Salinger, come scrisse Rachel Kaadzi Ghansah in un pezzo per The Believer che è diventato un classico. Siamo stupidi noi e questo fa star male lui, nonostante in Equanimity ci avesse spiegato che «per politica personale, non mi sento mai in colpa per nulla di quello che dico mentre sono quassù». Non era vero e in The Closer lo ammette: le cose che si dicono su di lui e che gli succedono attorno lo fanno pensare. Già si sapeva: la leggenda vuole che a convincerlo ad andarsene da Hollywood fu la risata fragorosa di un bianco sentita durante uno sketch in cui lui, Chappelle, blackface in volto, ballava sul palco alla maniera dei minstrel. «Queste battute in mano ad altri possono essere pericolose», si racconta andasse dicendo il comico alla fine di quello spettacolo-epifania.

The Closer è uno spettacolo triste ma necessario, noioso eppure inevitabile. È una tortura a cui Chappelle ha dedicato crudele pianificazione: una prima battuta su Johnson & Johnson che è il vaccino dei barboni, una seconda sui preti che violentano i bambini, una terza sull’essere il Magic Johnson del Coronavirus, una quarta su un film di fantascienza da lui sceneggiato e intitolato Space Jews, una quinta su un libro per bambini che sta scrivendo e che uscirà col titolo di Clifford, the Big Black Nigga, dieci minuti stupendi che fanno pensare che magari non è vero niente di quel che si legge di questo ultimo speciale Netflix, che è soltanto l’ennesima crisi isterica via social media, che è solo un altro scandalo del giorno che durerà al massimo mezza giornata perché oramai la nostra capacità di prestare attenzione è quella che è. Poi una pausa e un annuncio: «Sono qui stasera perché tutto il lavoro che ho fatto con Netflix lo voglio completare. A tutte le vostre domande su tutte le battute che ho fatto negli ultimi anni spero di rispondere qui. Vorrei cominciare rivolgendomi alla comunità Lgbtq+ direttamente». A questo punto – siamo al minuto 10, ne restano altri 62 – The Closer diventa un’altra cosa: difesa, accusa, confessione, autoanalisi, autoassoluzione, autocelebrazione. The Closer è lo spettacolo in cui Chappelle prova a rinconciliarsi con il fatto di essere passato dall’American folk hero annunciato dal New York Times al momento del suo ritorno/resurrezione nel 2018 al solito stronzo di cui tutti (s)parlano adesso che siamo alla fine del 2021. «Chi sono io per parlare. Sono quello che ha rinunciato a 50 milioni di dollari ed è sceso dal bus». Abbiamo capito, Dave. 

Chapelle è il più egoriferito tra i comici della sua generazione, parte del suo essere il più bravo di tutti: non fosse stato così, uno show «sull’essere neri e sull’essere un ragazzo nero», definizione che il co-creatore e co-sceneggiatore Neal Brennan diede di Chappelle’s Show, non sarebbe mai diventato il saggio di Ethnic Studies che poi è stato. È talmente bravo, Chappelle, che persino uno spettacolo che è la sua versione estesa di “Non sono transfobico, ho tanti amici trans” alla fine sarà comunque la cosa più divertente che guarderemo quest’anno. Perché Space Jews è come «e poi le diedi un calcio nella vagina»: la dimostrazione che deve essere vero quando dice che è talmente bravo a fare quello che fa che quello che fa gli è venuto a noia.

«Fino a che punto mi è richiesto di partecipare alla tua autorappresentazione?», chiedeva Chappelle a un certo punto di Deep in the Heart of Texas. Il filo che tiene assieme questi pezzi d’arte – così li chiama lui – che ha creato per Netflix è questa domanda, che è una domanda che solo uno stronzo potrebbe porre e porsi in questo momento storico: perché dice autorappresentazione invece di identità, perché parla di partecipazione invece che di riconoscimento, perché dimostra che basta un dito per aprire buchi nella carta sottile delle certezze recenti. L’uomo che la pone è spericolato e ha torto, e spericolatezza e torto sono esattamente le cose che Chappelle aveva deciso di conservare: «The responsibility of being reckless, the joys of being wrong», diceva in The Bird Revelation. «Non sono venuto qui per avere ragione», aggiungeva poi.

Il problema con The Closer è proprio la novità che lo distingue dai precedenti spettacoli di Chappelle: ora lui vuole avere ragione, anche su quelle cose che rende divertenti ma sulle quali ha torto (il genere è un fatto? Certo, solo non il fatto che pensa lui). Non gli basta più la spiegazione valsa fin qui, cioè la regola d’oro secondo la quale «talvolta la cosa più divertente da dire è anche la più cattiva». Non si accontenta più di essere il comico socialmente consapevole – in un’intervista a Kevin Powell ormai di tanto tempo fa disse che solo agli artisti bianchi è concesso di essere individui, i neri hanno sempre la «battaglia più grande» da tenere in considerazione – che però, per deformazione professionale, pende sempre dalla parte di quel che è buffo, anche e soprattutto quando «Convention and what’s funny butt heads», come disse a Entertainment Weekly nel 2004. 

Ora Chappelle vuole avere ragione. Su di sé, soprattutto, e si torna a quella domanda ma stavolta il senso di marcia è invertito: fino a che punto a noi è richiesto di partecipare alla sua autorappresentazione?  

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