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Dagli Epstein Files è spuntata una inquietante intervista a Epstein che non si sa da chi sia stata fatta, quando e perché A un certo punto l'intervistatore chiede a un interdetto Epstein: «Lei è il diavolo in persona?». E lui risponde pure.
Quello che sta succedendo a Piazza Italia non è affatto una novità nel mondo della moda Per il brand di fast fashion è scattato il provvedimento di amministrazione giudiziaria, come già successo in altri celebri casi.

Cos’è la post-comedy

Da Louie a Kidding, passando per Nanette: storie che oscillano tra leggerezza e dramma.

13 Settembre 2018

Il 9 settembre è andata in onda per la prima volta Kidding, la serie tv distribuita da Showtime con protagonista Jim Carrey, ancora inedita da noi in Italia. Carrey non si vedeva sullo schermo da un po’ (anche se non ha mai smesso di far parlare di sé, grazie al modo eccentrico in cui si è avvicinato alla pittura e alla filosofia), ma il suo ritorno sembra essere stato davvero strepitoso. Vox, ad esempio, dà a Kidding il massimo dei voti, definendo quattro delle dieci puntate viste in anteprima «strazianti e di rara meraviglia». IndieWire invece le assegna una ragguardevole B+, per la capacità di esplorare gli abissi della disperazione umana senza rinunciare a un messaggio di speranza. Il protagonista di Kidding è Mr. Pickles, un presentatore della tv per ragazzi, che affronta il lutto e la crisi matrimoniale dopo la perdita del figlio in un incidente stradale. «Mr. Pickles è una magica, gentile figura paterna per i bambini che lo guardano in tv – scrive The Atlantic – ma con la perdita del figlio diventa il punto esatto in cui la brutalità dell’universo interseca l’umana necessità di trovare un significato alle cose». Ciò che sembra aver esaltato la critica è l’interpretazione di Carrey, che ricorda alcuni dei suoi ruoli più celebri e chiaroscurali. Dietro la macchina da presa c’è Michel Gondry, che già aveva valorizzato le doti drammatiche di Carrey in Eternal Sunshine of the Spotless Mind, ma nonostante i toni gravi e le tematiche impegnative, Kidding è stata classificata come una commedia. Più precisamente, si tratterebbe di una post-commedia, almeno secondo Vulture, che ha dedicato un’intera settimana allo sforzo di codificare ciò che sembra un’evoluzione del genere.

Che le commedie siano diventate più cupe se ne sono accorti anche i critici di Variety, che in questo articolo hanno analizzato un gruppo di produzioni televisive in uscita, «centrate su personaggi che affrontano il dolore e la perdita», tra cui c’è anche Kidding (le altre due sono Sorry for Your Loss e A Million Little Things). «Tutti gli showrunner acconsentono sulla necessità di bilanciare i toni con momenti da commedia – si legge – non solo per lasciar respirare gli spettatori, ma per rispecchiare la vita vera». La prima volta che mi sono imbattuto in quella che, a posteriori, potrebbe essere definita una post commedia, fu quando vidi Louie, la serie prodotta, ideata, scritta e diretta da Louis C.K. Mi è capitato di consigliarla più volte, siccome la consideravo una delle cose più innovative per la tv (almeno fino a qualche anno fa), tuttavia quasi nessuno dei miei amici la vide: d’altra parte bisogna resistere fino alle ultime stagioni, quando la comicità scompare e lascia il posto a una serie di aneddoti così poetici e sorprendenti lasciare paralizzati dopo ogni puntata, in una specie di silenzio contemplativo.

Mr. Pickles in Kidding (Stagione 1, Episodio 2, “Pusillanimous”)

Nell’epoca dello streaming gli esempi di post commedia sarebbero molti di più: serie come Atlanta, film come Get Out, serie animate come Bojack Horseman e perfino stand up comedy che si trasformano in un flusso di coscienza, come Nanette o Drew Michael. Per Vulture, le caratteristiche che tengono insieme questi ed altri lavori (Search Party, Baskets, Transparent, Weeds) possono essere riassunte in otto punti. Il quadro narrativo non è immutabile, come nelle sit-com, ma il protagonista è spesso vittima di eventi negativi: magari si ritrova a pulire il sangue di una persona che ha appena ucciso (come nella serie tv Barry), o esplora sé stesso e le proprie contraddizioni, o più generalmente non riesce ad essere padrone della sua vita e far andare le cose per il verso giusto. La storia oscilla continuamente tra un tono drammatico e la leggerezza proverbiale della commedia: i comprimari, a volte ridicoli a volte antagonisti, agevolano questo movimento, ma più spesso lo moltiplicano, ad esempio in un episodio stand alone che si addentra nel passato e nelle rogne di un apparentemente scanzonato collega di lavoro. Gli effetti comici non sono separati dalle conseguenze, come invece avviene nell’umorismo slapstick, dove una torta in faccia è soltanto una torta in faccia, e mai un’umiliazione corporale. Completano il quadro una fotografia buia o molto contrastata e alcune prodezze meta cinematografiche, con cui il regista (o chi per lui) mette a nudo i meccanismi della commedia e gioca con lo spettatore e le sue aspettative.

Qualcosa di simile è successo con l’horror, che ha smesso di identificarsi con la paura per concentrarsi su famiglie disfunzionali o questioni di rilevanza sociale. Nel caso della commedia, le reazioni sono state prevedibilmente le stesse: dopo gli articoli di Vulture c’è stato chi non ha gradito che gli stand up non facciano più ridere, o, meglio, non facciano innanzitutto ridere. Eppure la realtà potrebbe essere ben più complicata, perché quella a nostra disposizione mi sembra soltanto la fotografia di un movimento in atto. E non c’è dubbio che Bojack Horseman sia molto diverso dalle prime serie animate che hanno sdoganato l’animazione come un linguaggio per adulti, e sì, è vero che tra alcune commedie amare si respira un’aria di famiglia. Però neanche è chiaro cosa separi la post commedia da una pletora di sfumature, forse anche un po’ estemporanee, di cui, a volte, abbiamo già sentito parlare: dramedy, dark comedy, murder-com (che ne sarebbe un sottogenere), commedia “in teoria”, ecc.

Forse questo impeto classificatorio dipende sia dalla naturale tendenza a creare dibattito dei giornali, sai dal fatto che ci troviamo in un momento di trasformazione, in cui ancora non è chiaro chi fa e cosa sia diventata la settima arte. Mi viene in mente quel che mi ha detto un ex professore universitario: da anni, e sempre più spesso, il cinema popolare si muove lungo traiettorie che prima appartenevano al campo dello sperimentalismo, come il fallimento, l’inconcludenza e (questo lo aggiungo io) il cinema che riflette su sé stesso. Anche Barbera, a quest’ultimo Festival del Cinema di Venezia, ha detto che il cinema di genere è il nuovo cinema d’autore: e così i film di genere hanno prima affollato le proiezioni, poi hanno vinto (The Shape of Water ha conquistato il Leone d’Oro lo scorso anno e sabato sono stati premiati tre western) e adesso sembrano essere il futuro della Mostra. Sarà per questo che sempre più spesso osserviamo, accettiamo e apprezziamo che i confini del genere siano forzati, e che le convenzioni si riducano a un debole riferimento per una prospettiva autorale. Che prima le accetta e poi le contraddice, le contamina e se ne prende gioco.

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