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01:24 giovedì 19 marzo 2026
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.
Vogue ha fatto causa a un giornale di moda per cani perché si chiama Dogue Secondo la casa editrice Condé Nast, il magazine, che ha una circolazione di 100 copie, «potrebbe danneggiare in maniera irreparabile la reputazione di Vogue».
Hans Zimmer ha confermato che la persona che canta nel trailer di Dune 3 è proprio Timothée Chalamet Alcuni fan avevano riconosciuto subito la voce dell'attore, ma adesso è arrivata anche la conferma del compositore della colonna sonora del film.
L’annuncio di Meloni ospite del podcast di Fedez sembrava la cosa più assurda della campagna referendaria. Poi abbiamo visto il trailer della puntata La puntata verrà pubblicata giovedì 19 marzo alle 13. Nel frattempo, abbiamo un trailer che ha già raggiunto altissime vette di surrealismo.
Il fatto che continui a chiedere alla Nato di intervenire nello Stretto di Hormuz dimostra che Trump non ha capito cos’è la Nato La Nato non può fare nulla perché è un'alleanza difensiva, che tra l'altro non è neanche stata interpellata prima degli attacchi Usa e Israele contro l'Iran.
La foto di un giornalista ha mostrato cosa resta al Dolby Theatre dopo la cerimonia degli Oscar: una montagna di spazzatura Cibo, cartacce, bottiglie vuote: la foto ha fatto arrabbiare molti per l'inciviltà mostrata dai partecipanti alla cerimonia. La colpa, però, non è delle celebrity.

Piotta e la mitologia del Quartiere Trieste

Il rapper torna con un nuovo disco e un libro scritto insieme al fratello scomparso Fabio, la storia di una generazione di romani e del quartiere in cui le loro storie hanno avuto inizio.

20 Marzo 2024

«I pini di corso Trieste emanano in piena estate un profumo intenso di resina. Il traffico è rado. La luce accecante. Il caldo intenso. Al centro, la grande aiuola per tutto il viale, con i fusti alti circondati dalle pigne in terra. Ai lati, i marciapiedi vuoti. È il luglio del 1975. Ho dodici anni. Danilo e Max, miei compagni di classe, mi camminano a fianco». Inizia così Corso Trieste (La Nave di Teseo+), il primo libro narrativo dell’esordiente Tommaso Zanello aka Piotta e di un autore di romanzi e repêchage orientali, e degno lui stesso di repêchage, anche se molto in anticipo sugli anni di oblio consueti nei salvataggi della memoria, il fratello di Tommi, Fabio Zanello. I due fratelli avevano già condiviso progetti e una stagione di speranze letterarie, sempre all’ombra rancida e malmostosa delle controculture che ora ha anche un senso storicizzare. «Noi rapper degli anni ’90 – dice Piotta, che esce contemporaneamente con un nuovo disco ‘Na notte infame (che cita una poesia di Fabio, “Ode romana”) – eravamo pochi e antagonisti della scena pop mainstream. La scena urban di oggi è una nuova forma pop anche se con le sue regole ciniche e brutali. Noi ci godevamo la musica e con essa il suo potere catartico, salvifico. Anche per Fabio la scrittura à stato un destino simile e questo libro mi auguro che sia un parziale risarcimento al suo talento».

Con Tommi ci si siamo visti davanti al Giulio (Cesare: per i non romani, meglio per i non QT, come chiama il quartiere Edoardo Albinati in La scuola cattolica) in un sabato piovoso e abbiamo iniziato a chiacchierare davanti a questi marmi. Tra le ville liberty e i palazzi impreziositi da decorazioni ci siamo cercati un posto in cui bere qualcosa. Non il Tortuga, di atmosfera vendittiana ma sempre meno riconoscibile. Siamo al bancone del bar Marziali di piazza Caprera a prendere un decaffeinato e tirare fuori da Corso Trieste i tanti fili generazionali. Iniziamo col dire che il QT è il quartiere di una medio-alta borghesia un po’ impaurita e sospettosa ma anche un fulcro di intelligenze riservate come Manganelli o i giovani fratelli De Chirico.

Ma dentro questa città negli anni ’80 iniziano a comparire l’eskimo e le borse di Tolfa, simboli anarchici, svastiche e falci e martello. La marijuana, il giro delle canne e anche i primi esperimenti con roipnol, serenase, tavor e alcol a seguire. Ma è anche la stagione del brigadiere Franco Evangelista, detto Serpico, freddato davanti al Giulio con Fabio (proprio lui!) che sarà uno dei primi a chiamare la polizia. Manifestazioni, cariche della polizia, l’amore libero (o qualcosa del genere – tutto assomiglia sempre male a qualcosa nell’adolescenza). La Roma politica è più quella di Fabio, classe 1963. «Io avevo dieci anni di meno – mi dice Piotta spiegando il lavoro a partire da un testo abbozzato dal fratello e da lui proseguito – ed erano una Roma e un’Italia completamente diverse. Anche la stessa Villa Ada, luogo speciale di unità e armonia e punto di ritrovo nelle nostre due diverse generazioni, aveva perso bonghi e spade [siringhe di eroina, in slang romano di quegli anni, vedi alla voce Amore tossico di Claudio Caligari, nda] e tanti amici rimastici sotto ma aveva trovato la scena di Villa Ada Posse, One Love Hi Powa e il mio rap, quello dei Colle der Fomento».

Nel libro, il sancta sanctorum del quartiere c’è tutto: il Piper Club, il Coppedè, Radio International Sound. Tutto ci scorre affianco in questo sabato mentre con Tommi continuiamo a girare per il QT. Ora siamo a Villa Paganini, anche questo luogo di formazione per entrambi i Zanello, mentre Villa Torlonia nella giovinezza di Fabio era ancora chiusa al pubblico e scontava ancora la damnatio memoriae per essere stata la residenza di Mussolini. Leggo il libro: «Oggi fa caldo persino a Villa Paganini, ma l’acqua di quella fontana di pietra, all’ombra degli alberi, è buona come nel ’63, nel ’73, nell’83, nel’93, e persino nel ’36, quando ci veniva nostro padre e c’era ancora il Duce che abitava di fronte e girava in questa zona».

Per Piotta Corso Trieste non è solo un flashback ma anche una ricerca nella storia degli anni giovanili del fratello: «Corso Trieste è il nome della mia infanzia, ma anche una via che collega quartieri lontani in cui ho vissuto come una grande arteria che sposta traffico e morti del tempo nelle sfide tra l’estremismo da sinistra a destra, da Valerio Verbano a Francesco Cecchin». E lo era anche per Fabio, che tredici anni fa cercava però «una Roma diversa e pregentrificata: Pigneto, Esquilino e Torpignattara». Luoghi del cuore anch’essi finiti nella bellissima traccia del disco “Ode a Dio”. «Il Trieste gli stava stretto anche se poi una parte delle radici di questo quartiere gli sarebbero mancate e ne avrebbe sofferto».

Questo è un libro dell’inquietudine e pure un libro tibetano dei morti, che un orientalista autodidatta come Fabio avrebbe amato. Morti-viventi, revenant e morti veri e propri (tra questi molti eroi e qualche martire). «Sì, è così anche per me. Fabio è morto – si chiarisce Tommi – eppure è ancora vivo mentre è morta, per assurdo, una parte di me. Come scrive in una sua poesia Franco Arminio, “sacro è continuare a vivere perché possano continuare a vivere dentro di noi quelli che non ci sono più”, Fabio compreso».

Tornando al nuovo disco, c’è molto di diverso dagli esordi del Piotta Supercafone. «Piotta – dice di sé Tommi – è un nome e un progetto musicale che mi sta ancora a cuore. Non lo discrimino e ne ricordo la genialità semplice che aveva portato un successo da multinazionale senza esserlo mai stato. Ma ora sento sempre di più di essere Tommaso. Ho superato la timidezza di una maschera da indossare. In questo disco sono in qualche modo a nudo, come se mi facessi guardare dentro in tutte le mie fragilità».

Siamo ora in viale Regina Margherita davanti alla vecchia casa dei nonni, in cui Fabio ha vissuto anni prima di migrare alla Marranella, e riascoltiamo idealmente la sua voce scampata all’oblio per una trasmissione RadioRai: «Eppure mi volevo bene, me lo ricordo / (..) Anche se non c’è niente di peggio / Che mancare i patti stabiliti con sé stessi / Quando neppure si ha avuto il coraggio di sottoscriverli». Ci viene da dirci quella frase che segna i passaggi del romanzo dei due Zanello come se potesse essere un appuntamento: «Il giorno dopo, come sempre, ci rivediamo a Villa Ada». Ma qui non c’è un giorno dopo. Eppure c’è un giorno prima ed è quello che siamo qui a celebrare, come il destino abbreviato di Fabio Zanello. «Oltre a tutti i libri che hai scritto – leggo nel commiato del libro di Tommi – ci sono ora anche questi diari di Corso Trieste, a ricordarci quello che siamo stati, e quelli che saremo sempre».

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