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20:12 martedì 7 luglio 2026
Pur di girare l’Odissea tutto in IMAX, Christopher Nolan si è dovuto inventare una nuova, stranissima, grossissima macchina da presa La cinepresa IMAX è troppo rumorosa e non si può usare per le inquadrature ravvicinate. Almeno, così è stato fino ad adesso, fino all'Odissea di Nolan.
La mattina in passerella, la sera sul red carpet: la rocambolesca storia dell’abito Schiaparelli indossato da Zendaya all’anteprima dell’Odissea La velocità della moda ha raggiunto nuovi livelli: persino gli abiti couture passano immediatamente dalla passerella alle celebrity. A patto di avere Law Roach come stylist.
Il luddismo è talmente tornato di moda che a New York gli hanno dedicato anche un nuovo festival, il Summer of Ludd Ovviamente il festival non aveva né sito né social, quindi per sapere cosa succedeva bisognava chiamare un numero telefonico pubblicato su un volantino.
C’è una lista di tutte le organizzazioni, iniziative e progetti musicali che devolvono i loro incassi in beneficenza a Gaza L'ha fatta Crack Magazine e si intitola "In solidarity with Gaza: A guide to the music and resources that support the humanitarian effort".
Si è sciolto A23, il più grande iceberg del mondo, ed è una buona notizia (anche se non sembra) Era grande quasi 4 mila km quadrati e pesava mille miliardi di tonnellate. Il suo scioglimento farà bene all'oceano, dicono gli scienziati.
Un pantalone di Zara è diventato famosissimo per la sua capacità di far inciampare e cadere le persone Soprannominato "The deadly Zara trousers", a causa della sua fattura ha causato migliaia di infortuni diventando il trend più divertente degli ultimi tempi.
Ford aveva licenziato centinaia di ingegneri per sostituirli con l’AI, ma poi ha scoperto che l’AI non è capace di fare il loro lavoro ed è stata costretta a riassumere gli ingegneri I dirigenti hanno ammesso di aver sopravvalutato l'AI e sottovalutato l'intuito e l'esperienza degli ingegneri.
I membri del nuovo governo di Gaza non possono entrare a Gaza perché Netanyahu glielo vieta Sono 13 palestinesi riuniti nel Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza che da gennaio sono bloccati al Cairo su ordine del Primo ministro israeliano.

Piotta e la mitologia del Quartiere Trieste

Il rapper torna con un nuovo disco e un libro scritto insieme al fratello scomparso Fabio, la storia di una generazione di romani e del quartiere in cui le loro storie hanno avuto inizio.

20 Marzo 2024

«I pini di corso Trieste emanano in piena estate un profumo intenso di resina. Il traffico è rado. La luce accecante. Il caldo intenso. Al centro, la grande aiuola per tutto il viale, con i fusti alti circondati dalle pigne in terra. Ai lati, i marciapiedi vuoti. È il luglio del 1975. Ho dodici anni. Danilo e Max, miei compagni di classe, mi camminano a fianco». Inizia così Corso Trieste (La Nave di Teseo+), il primo libro narrativo dell’esordiente Tommaso Zanello aka Piotta e di un autore di romanzi e repêchage orientali, e degno lui stesso di repêchage, anche se molto in anticipo sugli anni di oblio consueti nei salvataggi della memoria, il fratello di Tommi, Fabio Zanello. I due fratelli avevano già condiviso progetti e una stagione di speranze letterarie, sempre all’ombra rancida e malmostosa delle controculture che ora ha anche un senso storicizzare. «Noi rapper degli anni ’90 – dice Piotta, che esce contemporaneamente con un nuovo disco ‘Na notte infame (che cita una poesia di Fabio, “Ode romana”) – eravamo pochi e antagonisti della scena pop mainstream. La scena urban di oggi è una nuova forma pop anche se con le sue regole ciniche e brutali. Noi ci godevamo la musica e con essa il suo potere catartico, salvifico. Anche per Fabio la scrittura à stato un destino simile e questo libro mi auguro che sia un parziale risarcimento al suo talento».

Con Tommi ci si siamo visti davanti al Giulio (Cesare: per i non romani, meglio per i non QT, come chiama il quartiere Edoardo Albinati in La scuola cattolica) in un sabato piovoso e abbiamo iniziato a chiacchierare davanti a questi marmi. Tra le ville liberty e i palazzi impreziositi da decorazioni ci siamo cercati un posto in cui bere qualcosa. Non il Tortuga, di atmosfera vendittiana ma sempre meno riconoscibile. Siamo al bancone del bar Marziali di piazza Caprera a prendere un decaffeinato e tirare fuori da Corso Trieste i tanti fili generazionali. Iniziamo col dire che il QT è il quartiere di una medio-alta borghesia un po’ impaurita e sospettosa ma anche un fulcro di intelligenze riservate come Manganelli o i giovani fratelli De Chirico.

Ma dentro questa città negli anni ’80 iniziano a comparire l’eskimo e le borse di Tolfa, simboli anarchici, svastiche e falci e martello. La marijuana, il giro delle canne e anche i primi esperimenti con roipnol, serenase, tavor e alcol a seguire. Ma è anche la stagione del brigadiere Franco Evangelista, detto Serpico, freddato davanti al Giulio con Fabio (proprio lui!) che sarà uno dei primi a chiamare la polizia. Manifestazioni, cariche della polizia, l’amore libero (o qualcosa del genere – tutto assomiglia sempre male a qualcosa nell’adolescenza). La Roma politica è più quella di Fabio, classe 1963. «Io avevo dieci anni di meno – mi dice Piotta spiegando il lavoro a partire da un testo abbozzato dal fratello e da lui proseguito – ed erano una Roma e un’Italia completamente diverse. Anche la stessa Villa Ada, luogo speciale di unità e armonia e punto di ritrovo nelle nostre due diverse generazioni, aveva perso bonghi e spade [siringhe di eroina, in slang romano di quegli anni, vedi alla voce Amore tossico di Claudio Caligari, nda] e tanti amici rimastici sotto ma aveva trovato la scena di Villa Ada Posse, One Love Hi Powa e il mio rap, quello dei Colle der Fomento».

Nel libro, il sancta sanctorum del quartiere c’è tutto: il Piper Club, il Coppedè, Radio International Sound. Tutto ci scorre affianco in questo sabato mentre con Tommi continuiamo a girare per il QT. Ora siamo a Villa Paganini, anche questo luogo di formazione per entrambi i Zanello, mentre Villa Torlonia nella giovinezza di Fabio era ancora chiusa al pubblico e scontava ancora la damnatio memoriae per essere stata la residenza di Mussolini. Leggo il libro: «Oggi fa caldo persino a Villa Paganini, ma l’acqua di quella fontana di pietra, all’ombra degli alberi, è buona come nel ’63, nel ’73, nell’83, nel’93, e persino nel ’36, quando ci veniva nostro padre e c’era ancora il Duce che abitava di fronte e girava in questa zona».

Per Piotta Corso Trieste non è solo un flashback ma anche una ricerca nella storia degli anni giovanili del fratello: «Corso Trieste è il nome della mia infanzia, ma anche una via che collega quartieri lontani in cui ho vissuto come una grande arteria che sposta traffico e morti del tempo nelle sfide tra l’estremismo da sinistra a destra, da Valerio Verbano a Francesco Cecchin». E lo era anche per Fabio, che tredici anni fa cercava però «una Roma diversa e pregentrificata: Pigneto, Esquilino e Torpignattara». Luoghi del cuore anch’essi finiti nella bellissima traccia del disco “Ode a Dio”. «Il Trieste gli stava stretto anche se poi una parte delle radici di questo quartiere gli sarebbero mancate e ne avrebbe sofferto».

Questo è un libro dell’inquietudine e pure un libro tibetano dei morti, che un orientalista autodidatta come Fabio avrebbe amato. Morti-viventi, revenant e morti veri e propri (tra questi molti eroi e qualche martire). «Sì, è così anche per me. Fabio è morto – si chiarisce Tommi – eppure è ancora vivo mentre è morta, per assurdo, una parte di me. Come scrive in una sua poesia Franco Arminio, “sacro è continuare a vivere perché possano continuare a vivere dentro di noi quelli che non ci sono più”, Fabio compreso».

Tornando al nuovo disco, c’è molto di diverso dagli esordi del Piotta Supercafone. «Piotta – dice di sé Tommi – è un nome e un progetto musicale che mi sta ancora a cuore. Non lo discrimino e ne ricordo la genialità semplice che aveva portato un successo da multinazionale senza esserlo mai stato. Ma ora sento sempre di più di essere Tommaso. Ho superato la timidezza di una maschera da indossare. In questo disco sono in qualche modo a nudo, come se mi facessi guardare dentro in tutte le mie fragilità».

Siamo ora in viale Regina Margherita davanti alla vecchia casa dei nonni, in cui Fabio ha vissuto anni prima di migrare alla Marranella, e riascoltiamo idealmente la sua voce scampata all’oblio per una trasmissione RadioRai: «Eppure mi volevo bene, me lo ricordo / (..) Anche se non c’è niente di peggio / Che mancare i patti stabiliti con sé stessi / Quando neppure si ha avuto il coraggio di sottoscriverli». Ci viene da dirci quella frase che segna i passaggi del romanzo dei due Zanello come se potesse essere un appuntamento: «Il giorno dopo, come sempre, ci rivediamo a Villa Ada». Ma qui non c’è un giorno dopo. Eppure c’è un giorno prima ed è quello che siamo qui a celebrare, come il destino abbreviato di Fabio Zanello. «Oltre a tutti i libri che hai scritto – leggo nel commiato del libro di Tommi – ci sono ora anche questi diari di Corso Trieste, a ricordarci quello che siamo stati, e quelli che saremo sempre».

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