Cultura | Dal numero

La pandemia e la nuova vita degli oggetti

Maniglie, mascherine, gel disinfettante: un progetto raccoglie e cataloga gli oggetti che raccontano quanto le nostre vite sono cambiate.

di Cristiano de Majo

Una faccia con mascherina disegnata sul pavimento di una strada a Bruxelles (Photo by FRANCOIS WALSCHAERTS/AFP via Getty Images)

Quando ci chiediamo quanto sono cambiate le nostre vite a causa della pandemia di Coronavirus, o quando ci chiediamo cosa ricorderemo di quello che abbiamo passato, potremmo trovare una risposta a entrambe le domande negli oggetti. Gli oggetti che abbiamo usato, quelli che ci hanno fatto compagnia, quelli che abbiamo scartato, quelli che ci sono apparsi sotto un’altra luce. Le cose nuove che non sospettavamo sarebbero entrate con così tanta forza o necessità nella nostra vita. Pandemic Objects è un progetto editoriale del Victoria & Albert Museum di Londra, che attraverso una sezione del blog del museo di Cromwell Road ha iniziato a raccogliere oggetti che durante l’emergenza Coronavirus hanno assunto un valore nuovo e diverso. Il progetto si articola come una sorta di catalogo in cui gli oggetti vengono elencati e accompagnati da un testo che racconta storie, esperienze e riflette sulle trasformazioni che gli ultimi mesi hanno impresso sulle nostre vite. Non è detto che sia per tutti uguale, ma è innegabile che, già a guardarci intorno nelle nostre case, ci sono cose che hanno assunto una preminenza; altre invece che hanno perso importanza.

Il balcone, per esempio, non era certo un “luogo” trascurato, anzi spesso era la prima cosa da spuntare nei filtri delle nostre ricerche immobiliari, ma è diventato qualcosa di più di un’estensione dell’appartamento. Si è trasformato in un palcoscenico dove inscenare le nostre autorappresentazioni (inni, balli, striscioni motivazionali). È stato arricchito con sedie e tavoli, decorato con fiori. È stato per molti l’unico ponte di collegamento con il mondo esterno, la nostra torre di avvistamento verso la desolazione e il vuoto. Altro esempio, le mascherine, che sono ovviamente l’oggetto principe della pandemia e un argomento che si può declinare sotto moltissimi punti di vista: estetico, tecnologico, medico, economico, persino giuridico. Come ci ricorda Pandemic Objects, hanno ispirato autoproduzioni, tutorial per la costruzione in casa, sono diventate simboli per le aziende che hanno riconvertito la produzione per fare quelle di cui la domanda aveva bisogno. Hanno infine compiuto il loro ciclo diventando un problema ecologico, quando ci si è chiesti come avrebbero dovuto essere smaltite.

Ognuno ha, ovviamente, i suoi oggetti di riferimento, ma ci sono quelli che hanno scandito le vite a livello generale e mondiale: la carta igienica, che spariva dagli scaffali, il gel antibatterico che con l’allentamento del lockdown è diventato una coperta di Linus senza la quale ci si sente nudi, il pacchetto di lievito nel momento in cui tutti hanno deciso di panificare, le scatole di cartone con cui ci venivano consegnati i prodotti ortofrutticoli nella di cile arte di fare la spesa on line, e ora che abbiamo ricominciato a muoverci la biciclet- ta o il monopattino elettrico. Altro “pandemic object” per eccellenza è la maniglia. «Il 17 marzo 2020», si legge su Pandemic Objects, «uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine rivelava che il Coronavirus poteva resistere su superfici come plastica o alluminio per più di 72 ore, così di colpo uno degli oggetti di più comune uso diventava un possibile focolaio di germi mortali. L’azienda di stampa 3D Materialise molto rapidamente rispondeva a quest’angoscia producendo con una stampante 3D delle maniglie che possono essere sovrapposte a quelle in uso e che possono essere aperte senza usare la mano, ma solo il braccio».

Un saggio che volesse fare il punto e rispondere alla solita domanda potrebbe essere intitolato “Com’è cambiato il nostro rapporto con le maniglie”. Perché, per quanto nessuno sappia ancora con certezza quanto e effettivamente il virus resista sulle superfici, è incredibile pensare a quanto questi oggetti così poco visibili, usati spesso con indifferenza, abbiano iniziato a pulsare, scottare, a colorarsi di rosso come in quel video virale del ministero della Sanità israeliana, ad apparire pericolosi e quindi spesso scomodi e difficili da aggirare.

Quello che è ancora più complicato da capire è quanto questi cambiamenti che si sono segnalati tra l’inverno e l’estate del 2020 resteranno da qui in avanti nella nostra quotidianità. Oggi saremmo pronti a scommettere che non torneremo a stringerci la mano come un tempo, non a tutti e agli sconosciuti in particolare, almeno. Oggi saremmo pronti a scommettere che diffcilmente abbandoneremo l’uso della mascherina in posti chiusi e affollati come la metropolitana. E quanto conterà l’esistenza di uno spazio esterno – sì, un balcone – quando dovremo cercare una nuova casa? Gli oggetti ci danno la misura di quanto sia stato forte l’impatto della pandemia con le nostre vite. Alcuni di questi oggetti rappresentavano l’impensabile, un impensabile che oggi abbiamo elaborato e che ci appare necessario e che faremo fatica ad abbandonare.

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