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09:34 mercoledì 15 luglio 2026
Le proteste contro i data center si stanno facendo sempre più diffuse, radicali e partecipate in tutto il mondo Le prime proteste si sono registrate negli Stati Uniti. Poi sono arrivati movimenti anche in Inghilterra e Olanda. E adesso si inizia a protestare anche in Italia.
Fa talmente caldo che a Firenze le cere anatomiche del Museo di Storia Naturale hanno rischiato di sciogliersi Un guasto all'impianto di aria condizionata ha messo a rischio quasi duemila modelli anatomici, alcuni dei quali hanno 250 anni.
A Bali i turisti consumano così tanta acqua che adesso il Paese deve affrontare una gravissima crisi idrica Un turista consuma indirettamente e direttamente tra i 2 mila e i 4 mila litri di acqua al giorno, un balinese se la deve cavare con 50.
Nonostante le innumerevoli critiche e stroncature, Michael è diventato il primo biopic nella storia del cinema a incassare un miliardo al botteghino mondiale 371,8 milioni di dollari negli Stati Uniti e in Canada, 629,8 milioni nel resto del mondo: mai nessun biopic ha incassato così tanto.
In un lago in Arizona sono morti tutti i pesci, tutti assieme, tutti nello stesso momento, tutti per lo stesso motivo È successo al lago San Carlos, un bacino d'acqua artificiale, il più grande dello Stato. Ovviamente, c'entra l'inquinamento.
Sempre più coppie che divorziano usano l’AI per farsi dire come rispondere al partner, il che peggiora solo le cose Il problema è che se racconti a ChatGPT che il tuo partner fa questo e quest'altro, ChatGPT ti darà ragione e non perché tu abbia ragione, ma perché è costruito per farlo.
Christopher Nolan ha detto che non gli importa delle polemiche attorno all’Odissea perché sono irrilevanti Davanti alla foga con cui alcuni spettatori si stanno accanendo sul film, Nolan ha semplicemente risposto che fa tutto «parte del gioco».
C’è una biologa che vuole fare in modo che le donne abbiano il ciclo mestruale solo 3 volte all’anno Secondo Hongmei Wang ridurre il ciclo potrebbe essere un modo per estendere il periodo riproduttivo femminile e, quindi, ingannare il cosiddetto orologio biologico.

Come viaggiare nel tempo con un dizionario

Abbiamo provato la nuova funzione del Merriam-Webster e scoperto che una vita può essere raccontata in una ventina di parole.

29 Agosto 2017

Non ricordo la prima volta in cui ho sentito la parola “foodie”. Sarà stato una decina d’anni fa, quando ero già adulta, eppure sono nata esattamente nell’anno in cui questo vocabolo è comparso per la prima volta sulla carta stampata. Era anche l’anno di “yuppie”, di “Euro”, di “hip-hop” e di “high five”. Mio fratello e il mio compagno invece sono nati entrambi nell’anno di “cyberpunk”, di “toolbar” e di “screenshot”. Mia figlia nell’anno di “Arab Spring”, fatto un po’ ironico, se uno ci pensa: la bambina non va ancora in seconda elementare e già un termine suo coetaneo s’è dimostrato tragicamente obsoleto.

Da qualche tempo il Merriam-Webster, uno dei più prestigiosi dizionari di inglese americano, che fa capo alla stessa proprietà dell’Encyclopædia Britannica, ha reso disponibile la funzione “Time Traveller”, che permette all’utente di rintracciare quali parole sono apparse per la prima volta ogni singolo anno: è possibile effettuare la ricerca su base annuale dal 1501 al 2010, mentre per le epoche precedenti la classificazione è in base al secolo (“Quindicesimo secolo”, “Quattordicesimo secolo”, “Tredicesimo secolo” e “prima del Tredicesimo secolo”). Di questa nuova funzione aveva parlato sul New Yorker la scrittrice Elif Batuman, che tra le altre cose notava di essere nata nell’anno di “Ebola” e di essersi laureata in quello di “blog” e “clickbait.”

Sono rimasta intrigata dall’idea di potere ricostruire le nostre storie personali a partire dai nuovi termini che sono apparsi nel corso delle nostre esistenze, una variazione sul tema del trastullo ben noto di ripercorrere le tappe delle nostre vite confrontandole con i grandi avvenimenti storici, politici o sportivi. Così, un po’ per gioco e un po’ per curiosità, ho provato a ricostruire la mia di storia. Il fatto che molte delle parole comparse di recente, come “clickbait” e “foodie”, per l’appunto, siano di utilizzo universale ha reso il rivolgermi a un dizionario inglese meno complicato di quanto non avessi pensato.

Artists Paint The Word Violence On To The Walls Of The Tate Liverpool

Questa è, per sommi capi, la mia storia: sono nata, come si diceva, nell’anno di “foodie” e “hip-hop”. Sono andata a scuola, con un anno in anticipo, grazie a genitori “yuppie” (vedi sopra) affatti da ansia da prestazione, nell’anno di “anime” e “baby monitor”: era anche lo stesso anno in cui la parola italiana “ciabatta”, nel senso della pagnotta, entrava nella lingua inglese, o così almeno racconta il Merriam-Webster. Iniziavo la scuola media nell’anno di “Html”, di “Url” e di “Website”. Nell’anno di “cyberbulling” davo l’esame di maturità e lasciavo l’Italia. In quello di “blogosfera” iniziavo l’università. Ho compiuto vent’anni mentre comparivano “Google”, “sudoku” e “speed dating”; poco dopo mi sono laureata con l’avvento di “binge watch”.

C’è qualcosa di potente nell’atto di dare un nome alle cose. È per questo, per esempio, che fa un certo effetto scoprire che in altre lingue esistono nomi per indicare emozioni che in italiano non ne hanno uno: è la conferma che ciò che sentiamo è reale. L’impressione che mi sono fatta è che una frazione di quella potenza si riflette anche nel divertissement, apparentemente gratuito, di assegnare un nome agli anni della nostra vita, quasi i vocaboli aiutassero a infondere un senso alla piatta cronologia. Ho conosciuto uno dei miei ex nell’anno di “big data”, l’ho sposato in quello di “crowdsourcing” e ci siamo separati nell’anno di “gamification”: messa così, per un secondo la nostra storia sembra quasi avere una sostanza, una direzione. Una persona a cui ho voluto bene è nata nell’anno di “New Deal” e si è tolta la vita in quella di “social networking”: mi rendo perfettamente conto che questa cosa non significa nulla, però una parte di me non può fare a meno di attribuirle un significato.

In ebraico esiste un solo termine per indicare una “parola” e una “cosa”: davar, che in alcuni contesti può significare anche “avvenimento” o, addirittura, “nulla”. Non credo sia una coincidenza, né un semplice caso di omofonia. Semmai, è qualcosa che ci ricorda quanto sia sottile il confine che separa i fatti dai nomi che diamo loro.

Un lavoro dell’artista Luca Frei e del designer designer Will Holder alla Tate modern (Christopher Furlong/Getty Images)
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