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00:42 giovedì 27 agosto 2026
Un sito sta raccogliendo tutte le elegie funebri scritte dai giornalisti palestinesi per i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani Si chiama The Living Record e permette di ascoltare la voce e le parole dei giornalisti di Gaza, mentre ricordano i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani.
Un fotografo, una pittrice, una casa d’aste e una galleria d’arte si stanno facendo causa per la famosa foto in cui Liam Gallagher dà un bacio a Noel Justin Thomas accusa Elizabeth Peyton di plagio e la David Zwirner Gallery e Sotheby’s di aver provato a trarre guadagno da questo plagio.
Sempre più miliardari stanno comprando casa in Patagonia perché si sono convinti che lì sopravviveranno alla fine del mondo A convincerli sono stati quattro fattori: isolamento, capacità di produrre di cibo, capacità di produrre energia e abbondante disponibilità d’acqua.
Dolly Parton verrà ricordata anche come una delle più agguerrite sindacaliste nella storia dell’industria musicale La cantautrice è stata una lavoratrice della musica e non ha mai smesso di usare il proprio potere per tutelare chi suonava al suo fianco.
Pur di non danneggiare un antico castello da ristrutturare, in Giappone lo hanno fatto spostare a mano da 1800 volontari Il mastio del castello di Hirosaki pesa 360 tonnellate. Questo non ha affatto scoraggiato i volontari.
C’è una certa confusione attorno all’attore che interpreterà il professore di Difesa dalle Arti Oscure nella serie tv di Harry Potter La parte era stata affidata a Nicholas Hoult, che prima ha accettato e poi ci ha ripensato perché i suoi fan avevano preso malissimo la notizia. Ora il ruolo è passato a Kit Harington, i cui fan si sono fin qui dimostrati indifferenti.
Uniqlo ha lanciato la sua prima collezione di hijab Il lancio è avvenuto il 17 agosto in Malesia, Indonesia, Singapore e Filippine. È la prima collezione di hijab tutta realizzata dal brand, al di fuori di capsule collection e partnership speciali.
La tv di Stato iraniana ha messo una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Barron Trump Dando anche dei consigli pratici e logistici su come uccidere il più piccolo dei figli del Presidente degli Stati Uniti.

Come viaggiare nel tempo con un dizionario

Abbiamo provato la nuova funzione del Merriam-Webster e scoperto che una vita può essere raccontata in una ventina di parole.

29 Agosto 2017

Non ricordo la prima volta in cui ho sentito la parola “foodie”. Sarà stato una decina d’anni fa, quando ero già adulta, eppure sono nata esattamente nell’anno in cui questo vocabolo è comparso per la prima volta sulla carta stampata. Era anche l’anno di “yuppie”, di “Euro”, di “hip-hop” e di “high five”. Mio fratello e il mio compagno invece sono nati entrambi nell’anno di “cyberpunk”, di “toolbar” e di “screenshot”. Mia figlia nell’anno di “Arab Spring”, fatto un po’ ironico, se uno ci pensa: la bambina non va ancora in seconda elementare e già un termine suo coetaneo s’è dimostrato tragicamente obsoleto.

Da qualche tempo il Merriam-Webster, uno dei più prestigiosi dizionari di inglese americano, che fa capo alla stessa proprietà dell’Encyclopædia Britannica, ha reso disponibile la funzione “Time Traveller”, che permette all’utente di rintracciare quali parole sono apparse per la prima volta ogni singolo anno: è possibile effettuare la ricerca su base annuale dal 1501 al 2010, mentre per le epoche precedenti la classificazione è in base al secolo (“Quindicesimo secolo”, “Quattordicesimo secolo”, “Tredicesimo secolo” e “prima del Tredicesimo secolo”). Di questa nuova funzione aveva parlato sul New Yorker la scrittrice Elif Batuman, che tra le altre cose notava di essere nata nell’anno di “Ebola” e di essersi laureata in quello di “blog” e “clickbait.”

Sono rimasta intrigata dall’idea di potere ricostruire le nostre storie personali a partire dai nuovi termini che sono apparsi nel corso delle nostre esistenze, una variazione sul tema del trastullo ben noto di ripercorrere le tappe delle nostre vite confrontandole con i grandi avvenimenti storici, politici o sportivi. Così, un po’ per gioco e un po’ per curiosità, ho provato a ricostruire la mia di storia. Il fatto che molte delle parole comparse di recente, come “clickbait” e “foodie”, per l’appunto, siano di utilizzo universale ha reso il rivolgermi a un dizionario inglese meno complicato di quanto non avessi pensato.

Artists Paint The Word Violence On To The Walls Of The Tate Liverpool

Questa è, per sommi capi, la mia storia: sono nata, come si diceva, nell’anno di “foodie” e “hip-hop”. Sono andata a scuola, con un anno in anticipo, grazie a genitori “yuppie” (vedi sopra) affatti da ansia da prestazione, nell’anno di “anime” e “baby monitor”: era anche lo stesso anno in cui la parola italiana “ciabatta”, nel senso della pagnotta, entrava nella lingua inglese, o così almeno racconta il Merriam-Webster. Iniziavo la scuola media nell’anno di “Html”, di “Url” e di “Website”. Nell’anno di “cyberbulling” davo l’esame di maturità e lasciavo l’Italia. In quello di “blogosfera” iniziavo l’università. Ho compiuto vent’anni mentre comparivano “Google”, “sudoku” e “speed dating”; poco dopo mi sono laureata con l’avvento di “binge watch”.

C’è qualcosa di potente nell’atto di dare un nome alle cose. È per questo, per esempio, che fa un certo effetto scoprire che in altre lingue esistono nomi per indicare emozioni che in italiano non ne hanno uno: è la conferma che ciò che sentiamo è reale. L’impressione che mi sono fatta è che una frazione di quella potenza si riflette anche nel divertissement, apparentemente gratuito, di assegnare un nome agli anni della nostra vita, quasi i vocaboli aiutassero a infondere un senso alla piatta cronologia. Ho conosciuto uno dei miei ex nell’anno di “big data”, l’ho sposato in quello di “crowdsourcing” e ci siamo separati nell’anno di “gamification”: messa così, per un secondo la nostra storia sembra quasi avere una sostanza, una direzione. Una persona a cui ho voluto bene è nata nell’anno di “New Deal” e si è tolta la vita in quella di “social networking”: mi rendo perfettamente conto che questa cosa non significa nulla, però una parte di me non può fare a meno di attribuirle un significato.

In ebraico esiste un solo termine per indicare una “parola” e una “cosa”: davar, che in alcuni contesti può significare anche “avvenimento” o, addirittura, “nulla”. Non credo sia una coincidenza, né un semplice caso di omofonia. Semmai, è qualcosa che ci ricorda quanto sia sottile il confine che separa i fatti dai nomi che diamo loro.

Un lavoro dell’artista Luca Frei e del designer designer Will Holder alla Tate modern (Christopher Furlong/Getty Images)
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