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Come si costruisce un festival letterario di successo

Dietro le quinte della manifestazione che dal 5 settembre riunisce a Mantova il meglio dell'editoria mondiale.

04 Settembre 2018

«Fatevi un applauso per l’affetto che ci mostrate». Luca Nicolini è un libraio di Mantova. Indossa un paio di pantaloni beige e una polo scura, e non appena pronuncia al microfono quelle parole, il pubblico di piazza Leon Battista Alberti gli restituisce il rumore scrosciante della stima per ciò che lui rappresenta lì, ossia il comitato organizzatore di Festivaletteratura. La scena dell’applauso è di mercoledì 25 luglio, poco dopo le 21. Il centro di Mantova è immerso dall’aria bagnata dell’afa padana. Nonostante il caldo, nonostante sia un mercoledì, riesco a contare quattordici file di quindici sedie l’una. Una platea di più di duecento persone a cui aggiungerne altrettante in piedi o sedute sui marciapiedi tutt’attorno. Loro e Nicolini sono lì per l’annuale rito della consegna del programma di quello che tutti in città chiamano semplicemente Festival.

Lo chiamano così dal 1997, dalla prima edizione. Tre anni prima la Regione aveva commissionato a Comedia, un’agenzia inglese, il compito di individuare se e come le più piccole province lombarde potessero trovare stimolo dalla cultura. Gli obiettivi erano ambiziosi. Si parlava di innescare flussi di turismo, stimolare l’imprenditoria, provocare evoluzioni urbanistiche, favorire l’occupazione giovanile. Quando gli inglesi scesero a Mantova, incontrarono una serie di interlocutori locali. Volevano capire da loro i margini, le criticità, le disponibilità verso eventuali progetti indirizzati su quei sentieri. La relazione finale che i consulenti di Comedia avevano confezionato per Mantova proponeva una rosa di interventi, tra cui «fare di Mantova un polo per congressi culturali», oppure «creare in città un’agenzia per la valutazione della qualità della vita». E poi citava Hay-on-Wye, un piccolo paese della campagna gallese. Nemmeno 5.000 abitanti e da diversi anni capitale britannica del libro usato.

L’idea era «fare di Mantova la città del libro», libro inteso come prodotto commerciale. Nella cittadina della contea del Powys aveva funzionato e l’economia locale, secolarmente ancorata alla pastorizia, era sbocciata grazie a questa nuova vocazione e ad una densità di librerie per abitante senza eguali al mondo. Tra tutti i soggetti coinvolti da Comedia nella sua indagine c’erano anche Luca Nicolini, appunto, e Marzia Corraini che assieme al marito dirige in città una casa editrice indipendente specializzata in arte contemporanea e storicamente legata a Bruno Munari. Al termine del progetto di consulenza le istituzioni non se ne occuparono più. Nicolini, Corraini e gli altri sei dell’odierno comitato organizzatore, invece, capirono che c’era del buono. Accantonarono l’idea di città del libro, ma capirono che da Hay-on-Wye avrebbero importato l’altra cosa per cui la cittadina è conosciuta. Il suo celebre festival letterario.

Scomparso l’11 agosto 2018, V.S. Naipaul, Premio Nobel per la letteratura nel 2001, è stato ospite del festival nel 2010. Nella foto lo scrittore a Stoccolma nel 2001 (Maja Suslin/Afp/Getty Images)

Festivaletteratura nasce così, come una soluzione locale ad una necessità altrettanto locale. La sua dimensione nazionale se l’è conquistata nel tempo, fino a diventare l’ampio scenario che oggi – dati dell’edizione 2017, l’ultima – aggrega più di 400 tra scrittori, autori, artisti di molti Paesi, impegna 3.000 volontari e richiama più di 120.000 persone da tutta l’Italia. Non deve suonare pretenzioso allora che quella stessa sera di luglio, nella piazzetta all’ombra della cattedrale di Sant’Andrea, Mattia Palazzi, sindaco della città, ricevuto il microfono da Nicolini per un breve saluto, abbia parlato di piazze che devono essere intese come porti e che, come i porti, devono sempre restare aperte. Aperte a idee altrui, a discussioni, a stranieri. Nemmeno un politico locale può esimersi dal riproporzionare su larga scala l’orizzonte del suo intervento ben oltre la scena delle dispute cittadine. Come accade nello spettacolo, la percezione della distanza tra il palcoscenico e la platea è direttamente proporzionale alla fama di chi sta su quel palco. Così la crescita dell’eco della manifestazione – così come nel notevole indotto economico che ogni anno muove – ne ha gradualmente messo sempre più in ombra il dietro le quinte. Per sovvertire questa logica e non accontentarsi di guardare al risultato apparente, si deve entrare nelle stanze della segreteria organizzativa. Lì si può comprendere come nasca un’edizione di Festivaletteratura e cosa significhi lavorarci.

La porta d’ingresso non la nota nessuno. Si trova su un marciapiede poco battuto di via Castiglioni, nel cuore del centro storico della città. Il solo segno della sua presenza è un A4 plastificato, con sopra scritto Segreteria Festivaletteratura in un carattere non troppo grande. All’interno, dentro con librerie strabordanti usate come pareti, sono disposte le scrivanie di chi costruisce materialmente il festival. Una squadra di 8 persone al lavoro tutto l’anno, che da giugno a metà agosto cresce a 15 e che nelle ultime tre settimane che anticipano l’evento arriva addirittura a 40. Tra gli 8 assidui, c’è anche Alessandro Della Casa. Per prima cosa gli chiedo cosa siano tutti quei libri da cui sono circondati lui e i colleghi. «Un po’ di tutto, in realtà. Ci sono i programmi delle edizioni passate e i libri che ogni anno ci mandano come proposte. Possono arrivare da editori come da chiunque». La matrice aperta e libera di Festivaletteratura è ciò che da sempre lo rende un unicum nel panorama dei festival culturali. Può permettersi una totale autonomia di scelta riguardo ai temi da trattare e agli autori da invitare.

André Aciman, oggi conosciuto soprattutto per il romanzo Call My by Your Name, da cui Luca Guadagnino ha tratto l’omonimo film, è stato un ospite del festival nel 2014. Nella foto Aciman al Film Festival di New York del 2017 (Dia Dipasupil/Getty Images).

Mi spiega che lui è un dipendente di Festivaletteratura e come lui una quindicina di colleghi. Tra le sue responsabilità c’è anche quella di mettere insieme inviti e proposte per la composizione del programma. Giusto per avere un ordine di grandezza, lo scorso anno gli eventi distribuiti su cinque giorni sono stati 341. Una media di 68 ogni giorno, dal primo mattino fino alla mezzanotte. «Le segnalazioni di libri e autori da invitare ci arrivano nelle modalità più disparate. Ad esempio da lettori e affezionati, dalle chiacchierate informali che ogni componente del comitato ha nel quotidiano della propria professione, o attraverso i gruppi di lettura tenuti da alcuni dei nostri consulenti nel corso dell’anno. Spesso sono gli stessi autori già passati di qui a candidarsi per tornare oppure a segnalarci libri e temi da portare al festival». Razionalizzare e organizzare tutta quella mole disordinata di input è la principale funzione della riunione quindicinale che coinvolge comitato e segreteria al completo, da fine settembre a metà del luglio successivo. «Condividiamo le informazioni e le mettiamo sul tavolo. Diciamo che l’aspirazione è raggiungere l’unanimità su ogni proposta da inserire in programma. Abbiamo peculiarità differenti e ogni anno il programma è un’espressione fedele di tutte le nostre differenti anime».

Qui comunque non si parla solo di letteratura. E una delle molte conferme è Yanis Varoufakis. Arriverà in piazza Castello con il pretesto di parlare attorno al suo libro-diario, alle pagine che raccontano i mesi del suo incarico come ministro dell’Economia greco. Ma dato che Festivaletteratura è un organismo disseminato di nervature e respiri, è evidente che l’incontro con il fondatore di Diem25 non sarà una piatta promozione di Adulti nella stanza. Pochi giorni prima di incontrare Alessandro ero entrato alla Nautilus, la libreria mantovana di Luca Nicolini. Speravo di trovarlo per chiedergli se gli andasse di rispondere a qualche domanda per questo pezzo. Non lo avevo trovato. Avevo spiegato alla sua collega che ero in cerca di materiali e che avevo anche in programma un incontro con Della Casa. «Alessandro? Allora fatti raccontare tutto il lavoro che ha seguito per ReadOn. Un progetto molto grande. È un peccato che pochi sappiano che il Festival è anche questo». Festivaletteratura sta provando sempre più ad esistere anche lontano dai suoi tradizionali settembre, anche lontano dalla classica visione che tutti ne abbiamo. ReadOn è uno dei modi per riuscirci.

Nelle numerose e-mail che l’ufficio del preside della scuola superiore di Haugesund, fiordi norvegesi, ha inviato al suo omologo dell’Agrupamento de Escolas Carlos Gargaté, ad Almada, sponda sud del Tago di fronte a Lisbona, c’era sempre in copia anche Alessandro Della Casa. Alla domanda «Cosa può condividere un festival culturale italiano con due scuole talmente lontane?», la risposta è: «Può condividere un piano d’azione per creare nuovi ponti tra gli adolescenti e la letteratura». «Oltre a quelle due scuole, su ReadOn sono coinvolte anche associazioni e festival culturali di Spagna, Irlanda e Regno Unito. Il progetto è partito grazie ad un finanziamento dell’Unione europea. Abbiamo fatto riunioni qui a Mantova, a Cork, a Haugesund. La prossima sarà a Birmingham. Vogliamo capire come Festivaletteratura può raggiungere gli adolescenti. Sono lettori forti, leggono davvero moltissimo, eppure non riusciamo a coinvolgerli come vorremmo».

Gli chiedo perché non possa bastare invitare autori che i ragazzi amano. «Non basta. Il format non è adatto a loro, lo sentono estraneo. Dobbiamo tener conto che è una fascia di pubblico abituata ad una nuova fruizione delle storie. Non c’è solo il libro, esistono ad esempio piattaforme di lettura e scrittura come Wattpad. In generale sono portati ad un’interazione molto più attiva che non a starsene seduti ad ascoltare un autore». Finora ReadOn è stato molte cose e tra queste anche “Anthology”, una raccolta di libri che i ragazzi vorrebbero leggere in antitesi alle antologie scolastiche dei libri che i ragazzi dovrebberoleggere. Ogni anno un tema differente, ogni anno un’antologia frutto delle segnalazioni dei ragazzi europei. La top ten italiana verrà decretata proprio venerdì 7 settembre, nell’evento numero 79 del programma riservato a ragazzi con più di 12 anni e meno di 18.

Lo scrittore anglo-giapponese Kazuo Ishiguro, premio Nobel per la letteratura nel 2017, è stato ospite del festival nel 1998 e nel 2015. Nella foto, Ishiguro a Londra nel 2017 (Ben Stansall/Afp/Getty Images)

Festivaletteratura ha numerosi estimatori sia tra gli addetti ai lavori che tra i lettori. Esistono delle ragioni oggettive con cui motivarne il successo. Personalmente ho sempre pensato fossero la sua formula ristretta in pochi giorni – dal primo pomeriggio del mercoledì al tardo della domenica – la sua geografia concentrata in un perimetro lungo 15 minuti a piedi, le scenografie intime di piazzette, cortili, chiese e chiostri patrimonio Unesco. Parlando con Alessandro, ho scoperto che ci sono anche altre ragioni. «Qui gli autori amano venire perché il pubblico è molto interessato, molto coinvolto. Non è facile trovare un’altra rassegna analoga che abbia i singoli incontri a pagamento. Le persone che arrivano a sedersi hanno fatto un percorso lungo di lettura del programma, di scelta e infine di acquisto. Quando arrivano sono molto consapevoli, fanno domande, sono interessate. Hanno delle aspettative ben precise. Poi possono anche non essere soddisfatte, ma l’approccio è molto motivato». Puntare alla qualità dell’affluenza più che alla quantità, è stata una scommessa vinta. Così come poteva apparire rischioso decidere di fare a meno dell’influenza delle case editrici.

Il telefono dell’ufficio continua a squillare. Sono i giorni che precedono quei famosi cinque di settembre e lo devo lasciare tornare a sbrigare l’organizzazione. Mi sembra di capire che stia parlando con un autore per definirne l’arrivo e la logistica del breve soggiorno in città. Quando riattacca ne approfitto per chiedergli quanto ci sia di vero nelle leggende che circolano su autori che si sono sorprendentemente rivelati capricciose rockstar in tournée. «Beh, qualche episodio c’è stato. Tuttavia, ti garantisco che sono davvero delle eccezioni. Ci sono tanti e tanti grandi autori passati di qui con un’umanità e una disponibilità deliziose». Personalità notevoli come l’orgoglioso Salman Rushdie che nel 1997 – nome più importante dell’allora edizione inaugurale – ancora colpito dalla fatwa di Khomeini, decise di uscire dall’hotel controllato dalla sua scorta e fuggire per una passeggiata serale inseguito dagli agenti della Digos. «Sono molti di più i personaggi che ci hanno colpito piacevolmente, te lo garantisco».

Alla fine trovo la possibilità di parlare anche con Nicolini. L’ufficio è nascosto nel piano interrato della sua libreria, dietro una porta incastrata tra la sezione sport e la sezione cucina. Ha tempo solo per una domanda. Nel 2017, per il ventennale, hanno fatto ristampare tale e quale il breve manifesto che avevano divulgato al primo anno. Gli chiedo se per caso ne abbia una copia. La cerca e la trova sul pc. Un’impaginazione in PowerPoint e un testo in bilico tra una dichiarazione d’intenti e un arruolamento di forze volontarie. «[…] Vorremmo creare nei giardini, nelle piazze, nei bar, nelle librerie… molti incontri con scrittori, scrittrici, poeti, attori, attrici… e per fare questo occorre molto impegno[…]». Nel ’97 doveva spiegare cosa volevano fare, cosa volevano essere. Vent’anni dopo voleva dimostrare se e quanto erano rimasti fedeli a quell’idea? «Ci piaceva semplicemente tirare fuori questo nostro ricordo a cui siamo molto legati».

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