Hype ↓
16:59 mercoledì 7 gennaio 2026
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.
Il carcere di New York in cui è rinchiuso Maduro è lo stesso in cui si trovano tutti i detenuti più famosi del mondo Il Metropolitan Detention Center di Brooklyn è noto per aver accolto politici, boss e celebrità, ma anche per il pessimo stato in cui versa.
Stephen Miller, il più fidato e potente consigliere di Trump, ha detto che gli Usa possono prendersi la Groenlandia con la forza «Il mondo è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli», ha spiegato Miller, minacciando per l'ennesima volta la Groenlandia.
Mickey Rourke è indietro con l’affitto della sua villa di Los Angeles e la sua agente ha lanciato una colletta per evitare che venga sfrattato A quanto pare, l'attore deve al suo padrone di casa ben 59 mila dollari di affitti arretrati. Per sua fortuna, la raccolta fondi sta andando bene.
Uscirà una nuovo giocattolo simile al Tamagotchi ma “potenziato” dall’intelligenza artificiale Si chiama Sweekar, può diventare immortale (più o meno), ricordare la voce del padrone e anche rievocare momenti vissuti insieme.
Il Cern ha annunciato che il Large Hadron Collider, il più grande acceleratore di particelle del mondo, resterà spento per cinque anni a causa di lavori di manutenzione Lo stop durerà almeno fino al 2030 e servirà a potenziare il LHC, in modo da usarlo in futuro per esperimenti ancora più ambiziosi.
Una delle ragioni per cui Maduro è stato catturato sarebbero i balletti che faceva in pubblico e che infastidivano Trump Trump avrebbe interpretato quei gesti come una provocazione e avrebbe quindi deciso di dimostrare che le precedenti minacce non erano un bluff.
Gli sciamani peruviani che ogni anno predicono il futuro avevano predetto la caduta di Maduro Durante l'abituale cerimonia di fine anno avevano avvertito della cattura del presidente venezuelano, e pure di un'imminente e grave malattia di Trump.

I Club Dogo hanno fatto la storia ma non sono una cosa del passato

È tornato con un nuovo disco il trio che ha fatto uscire il rap italiano dagli anni Novanta.

15 Gennaio 2024

I Club Dogo sono stati l’apice del rap italiano o, se lo chiedete ai puristi, l’inizio della fine. Ma anche questo è ormai vero fino a un certo punto, perché se per i puristi dei primi anni Duemila erano il demonio, ormai hanno fatto il giro, e si sono così ritrovati alfieri di un certo tipo di old school legata allo street rap, in contrapposizione con le nuove leve. Nel corso della loro carriera però, anticipando ogni trend, sono riusciti di volta in volta a farsi odiare dal pubblico più oltranzista del genere, proprio come in anni più recenti è successo man mano ai vari Sfera, Dark Polo Gang, FSK, Baby Gang, Simba La Rue.

È lo stesso Gué, nel suo libro Guérriero (uscito nel 2018 per Rizzoli) a rivendicare un po’ di questi primati: «Tra le cose che ho fatto in anticipo: mettermi dei denti d’oro, portare la “piazza” sul palco, indossare e creare bling bling personalizzati, usare l’autotune, vestire Stone Island, Supreme, Kappa, Champion, Gucci, Vuitton, Fendi, citare tutti i marchi nelle rime, swaggare, avere un’etichetta indipendente, creare un brand di streetwear, andare nei gossip con delle fighe famose, sdoganare e istituzionalizzare lo show del rapper nei club commerciali, indossare Rolex veri, mettere questo lifestyle nelle rime, citare cibo e alcol costosi, e la lista continua». Anche per chi li aveva seguiti più o meno dall’inizio, quando uscì un pezzo come “Spacco Tutto” l’impressione era “Questo non è neanche più rap”, ma la verità è che si erano sintonizzati prima degli altri su come il rap stava cambiando.

I Club Dogo, nei loro dieci anni abbondanti di attività prima del recente ritorno, hanno fatto il film dei Soliti Idioti, i featuring con Rosario Miraggio, portato i tronisti sul palco e girato reality show, fregandosene di tutto. E diventando lo stesso culto perché sapevano rappare. Quello che ha sempre dato davvero fastidio ai loro hater è che fossero forti a fare rap. Fossero stati commerciali e “venduti”, ma scarsi, non sarebbe stato un problema: sarebbero semplicemente stati gli ennesimi da bollare come sucker. Il problema è che facevano tutto quello che poteva far imbufalire gli integralisti della scena, a partire da quando si presentavano nei centri sociali tutti vestiti firmati (all’inizio rigorosamente con capi taroccati), ma sul saper rappare non si è mai potuto dir loro niente.

Avevano innanzitutto dimostrato di saper fare anche il rap antagonista (“Cronache di resistenza”, “Hardboiled Sabotatori”), creare pietre miliari serissime e di qualità indiscutibile (“Serpi”, “Dolce Paranoia”), di saper fare il rap di strada (“Puro Bogotà”, “D.O.G.O.”), e anche nel diventare più commerciali di saperlo fare comunque sempre con inventiva, originalità, tecnica, flow, capacità di scrittura, metafore, punchline, citazioni, immaginario, riferimenti iper contemporanei e uno sguardo proiettato alle nuove tendenze.

La loro rivoluzione, dietro all’ostentazione di menefreghismo, è stata aver portato il rap veramente nelle strade, nelle piazze, agli zarri che prima ascoltavano solo la dance (genere che comunque non hanno mai disprezzato: ricordiamo la collaborazione con i Datura, o il cameo di Ricky Le Roi e Franchino nel video di “Brucia Ancora”). Il loro cruccio era che nel resto del mondo “gli zanza” ascoltavano il rap, da noi ascoltavano solo la dance. Il rap qui era una cosa di nicchia, per borghesi acculturati (quali anche loro erano, per estrazione sociale), che potevano seguire scene e comprare dischi e vestiti fuori dal mainstream. I Dogo hanno deciso di ignorare il contesto italiano, di fare come in America e di fregarsene di tutta l’ortodossia alla quale il genere era legato nel nostro Paese.

L’unico contesto al quale rispondono è quello delle piazze milanesi degli anni Novanta, dove il gruppo nasce e si sviluppa tra i chiloom, i cani, i motorini truccati e le Nike Silver. Sono le panchine del parco Sempione, dove si mescolavano sancarlini, zarri, alternativi, rapper e spacciatori. È quello il loro mondo ed è a quel mondo espanso che parlano, che arrivano e che portano il rap, che pian piano comincia a diventare un fenomeno nazionale. I Club Dogo hanno fatto diventare il rap la musica degli zarri, come dicevamo, e a seconda del punto di vista da cui guardate la cosa può essere una vergogna o l’apogeo di un genere. Di sicuro era quello che volevano.

Ora sono tornati, un po’ a sorpresa, quasi all’improvviso, dopo una decina di anni di pausa. Lo hanno fatto con un disco arrogante e potente, con lo status di classici, potendosi permettere autocitazioni nei testi e nelle musiche, un trailer con la partecipazione di Beppe Sala, un release party in Triennale, dieci Forum di Assago, lo stadio di San Siro. Leggevo qualche giorno fa una polemica social seguita alla definizione “il gruppo più influente del rap italiano”, ma è innegabile che se oggi il genere è arrivato dove è arrivato, che piaccia o meno, lo ha fatto guardando ai Club Dogo più che a chiunque altro.

Quello che i tre non hanno perso in questi anni è la voglia di fare le cose in grande e il gusto per fare incazzare facendo quello che i critici non si aspettano. Creano una pagina Instagram e la risposta è “tanto faranno solo ristampe”; annunciano i live e “tanto non faranno un disco”; annunciano il disco e “tanto sarà pop e pieno di featuring”. Invece il disco è rap al 100 per cento, con collaborazioni ridotte all’osso e la volontà di sottolineare il proprio ruolo in questa storia. In un’intervista di qualche anno fa Gué diceva che la sua paura più grande, avendolo visto succedere ad altri, era quella di svegliarsi un giorno e accorgersi di non essere più bravo a rappare come una volta. Non sappiamo come proseguirà questa reunion, se ci saranno altri episodi o se sarà l’epico finale della sigla, ma quello che possiamo dire con certezza è che per il momento quel giorno per i Club Dogo è ancora lontano.

Articoli Suggeriti
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano

S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.

Béla Tarr era talmente diverso che si è inventato un cinema che solo lui poteva fare e nessuno potrà mai imitare

A 70 anni è morto una leggenda del cinema europeo e dell'arte del Novecento, un uomo che con la macchina da presa ha cercato di compiere due missioni: dire la verità e fare la rivoluzione.

Leggi anche ↓
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano

S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.

Béla Tarr era talmente diverso che si è inventato un cinema che solo lui poteva fare e nessuno potrà mai imitare

A 70 anni è morto una leggenda del cinema europeo e dell'arte del Novecento, un uomo che con la macchina da presa ha cercato di compiere due missioni: dire la verità e fare la rivoluzione.

Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount

L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.

Con il suo finale, Stranger Things si è dimostrato all’altezza di tutti i classici che lo hanno ispirato

Dopo dieci anni, e con un'ultima, grande sorpresa, è giunta al termine quella che è senza dubbio la serie Netflix più rilevante e amata di sempre.

Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film

Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.

Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki

Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.