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12:23 giovedì 3 settembre 2026
Tom Hardy ha pubblicato un album rap e la cosa sorprendente è che non è per niente male Si intitola Czarface Meets Frankie Pulitzer: quindici tracce con Inspectah Deck dei Wu-Tang Clan e 7L & Esoteric, più Busta Rhymes, Method Man ed El-P.
Putin ha deciso che da ora in poi le aziende che non sanno difendersi dagli attacchi dei droni ucraini verranno nazionalizzate E sarà lui (ovviamente) a decidere chi gestirà l'azienda, e come, dopo l'avvenuta nazionalizzazione.
Per contrastare la denatalità, il governo di Singapore darà ai genitori 50 mila euro a figlio Si comincia con 10 mila dollari di Singapore alla nascita, poi ne arrivano 2 mila ogni anno dal primo compleanno fino ai sedici, poi altri sussidi: in totale quasi 70 mila dollari di Singapore per bambino, distribuiti fino ai diciassette anni.
Nel 2028 arriverà finalmente il sequel di Priscilla, regina del deserto Lo ha detto Guy Pearce, uno dei protagonisti. E le scene con il compianto Terence Stamp sono già state girate tutte.
Il nuovo report dell’Onu sulla crisi climatica dice sostanzialmente due cose: sta andando tutto molto male e andrà tutto sempre peggio Non solo non riusciremo a tenere l'aumento della temperatura sotto gli 1,5 gradi di media, ma entro la fine del secolo rischiamo che l'aumento tocchi i 3 gradi.
La nuova campagna di Valentino si chiama Interferenze ed è scattata in un ex centrale elettrica romana convertita in museo La campagna è stata scattata da Glen Luchford nella Centrale Montemartini di Roma, ex centrale elettrica convertita in museo nel 1997.
L’uomo condannato per l’omicidio di Tupac aveva scritto in un libro di essere il mandante dell’omicidio di Tupac, poi è stato accusato di essere il mandante dell’omicidio di Tupac e ha detto che in realtà si era inventato tutto per vendere più copie Il libro si intitola Compton Street Legend, autopubblicato, 215 pagine con filigrane a forma di foro di proiettile, e descrive Duane Keith Davis, detto Keffe D, come l'uomo che procurò la pistola che fu usata per uccidere Tupac.
Four Tet ha pubblicato su YouTube un set di 4 ore e mezza 58 tracce condensate in 4 ore e 24 minuti. Nel video ci sono inediti, remix, canzoni dal suo repertorio fantasma e numerose collaborazioni.

Claudio Marchisio

Incontro col centrocampista della nazionale e della Juventus. La forza gentile che ribalta tutti gli stereotipi sui calciatori.

25 Gennaio 2013

Consiglio per i vari forum sulla famiglia che vogliono sponsorizzare fra i giovanissimi il valore del vecchio e caro nucleo familiare: il numero 8 juventino è il vostro testimonial ideale.
Pensateci la prossima volta che, scuotendo la testa, ripeterete stancamente indignati che i giovani non credono più a niente, le ragazzine vogliono fare le veline, i maschi i calciatori. Perché, come se foste un Vidal o un Pirlo qualsiasi (ammesso che esistano dei Pirlo e dei Vidal qualsiasi), potreste arrivare rapidamente a considerare che il vostro compagno di battaglia ideale forse è proprio un calciatore, ha 27 anni, e di professione fa il numero 8 della Juventus FC: «Gioco a calcio da sempre e, quando ho iniziato le superiori, come per tutti è stato un periodo in cui sono cambiato molto, ho fatto nuove amicizie, nascevano i primi amori – racconta a Studio Claudio Marchisio seduto comodamente ma compostamente sul divano post allenamento – e dentro la mia testa capivo che stavo crescendo e mi chiedevo se non avessi forse voglia o bisogno di fare altro. Mi allenavo già cinque volte alla settimana abitando a 50km dal campo, e non avevo tempo per uscire, per farmi un amico del cuore con cui studiare assieme il pomeriggio. Un giorno in macchina, parlando con mia mamma – che per inciso aveva lasciato il lavoro di assicuratrice per seguirmi nella mia avventura – le dissi che io sinceramente avrei voluto più tempo libero per me. E lì mia madre, senza pressioni, mi disse che dovevo ovviamente scegliere io con la mia testa ma di tenere presente che i sacrifici oggi portano sempre a qualcosa di buono domani. E aveva ragione. Non risposi niente sul momento, credo. Io non sono uno che parla molto, sono un tipo un po’ chiuso, ma poi lavoro mentalmente sui consigli. E quello fu preziosissimo, mi ha portato dove sono oggi. Penso ai tanti compagni che venivano da fuori e, nelle piccole scelte di tutti i giorni, negli anni dei grandi dubbi, non hanno avuto la grandissima fortuna che ho avuto io di avere una famiglia così vicina e così presente. Fondamentale».

Fondamentale è un aggettivo che Marchisio usa tre volte durante la nostra conversazione: quando parla della famiglia appunto, quando parla di Torino – «la mia città, un posto magico che è migliorato tantissimo, dove c’è tutto ma che sa rispettare la voglia di tempo libero di un calciatore» – ma soprattutto quando parla di Juventus. Chiedere a Marchisio quanto conti la Juve per lui, è retorica simile al domandare alla Regina Elisabetta quanto abbia contato l’essere inglese nella sua vita: tutto, ovviamente. «La Juventus è il massimo. È sempre stato il mio sogno principale da bambino: ho iniziato alla Juve nel ‘93, a sei anni, e quando ci sono arrivato non c’era assolutamente l’idea di arrivare in prima squadra e fare il calciatore. Era solo un bel modo di giocare, per giunta con il privilegio di poterlo fare con la maglia della squadra del cuore. Man mano che passavano gli anni il gioco si è trasformato in passione e poi in professione». E ora? «Il mio obiettivo è cercar di fare tutta la mia carriera alla Juve. Si parla di bandiere che non ci sono più, di calcio globale che cambia, di valori che si sarebbero persi. Io ho solo in mente di fare il numero più alto di presenze con questa maglia. Sarebbe il massimo per me: diventare una bandiera della Juve. Vorrei poter non andare più via. Del resto ho fatto solo un anno fuori, ad Empoli nel 2007/2008; non lo rimpiango perché mi ha fatto crescere tantissimo come uomo, ma se non ci fosse stato sarebbe stato perfetto».

Già, Empoli. Cinque anni fa, eppure sembra un’altra era calcistica. La Juventus ha da poco concluso il primo campionato di serie B della sua storia con una promozione che deve, non si sa ancora in quale misura, costituire la pietra miliare della difficile ricostruzione dalle macerie di Calciopoli. I campioni dell’era Capello partiti in fretta e furia l’anno prima sono lontani dagli occhi e dal cuore, quelli rimasti nella serie cadetta entrati invece probabilmente per sempre nella pelle dei tifosi bianconeri. Lo sgomento surreale delle sgambate a Crotone e Rimini, si è rivelato, fra lo scherno sentimentalpopolare dei tifosi altrui, ottimo cemento di affetti e consapevolezza di un’appartenenza unica. Ora mancano i risultati e le facce che li rappresentino perché, se è vero quel che diceva Boniperti e quel che la Juve da questa stagione porta scritto all’interno del colletto delle divise ufficiali e cioè che qui “vincere è l’unica cosa che conta”, c’è bisogno di profili con gli occhi di tigre di lippiana memoria e lo stampo di famiglia marchiato a fuoco. Periodo difficilissimo, in cui la società lavora duro per tornare al vertice. Lo slalom fra i mille intoppi, a guardarlo oggi, dove è servito a qualcosa, è sicuramente nel riuscire a forgiare una generazione che ha dovuto crescere di colpo, forzare i tempi e accomodarsi ancora in fasce nello scomodo olimpo che il popolo bianconero riserva a pochissimi. E Marchisio oggi, che quella generazione la rappresenta, è perfettamente consapevole di questo percorso: «La possibilità di mettersi in mostra è stata decisiva per noi. C’era la possibilità di arrivare in alto in poco tempo. Poi, sarà banale, ma è vero che se le occasioni arrivano bisogna poi anche saperle sfruttare. Io in quegli anni sono cresciuto in fretta: finita l’esperienza con la squadra primavera è scoppiata Calciopoli, poi un anno di B con la Juve, poi di corsa ad Empoli con la mia futura moglie, da soli, fuori di casa per la prima volta. Neanche il tempo di accorgersene e poi il ritorno alla base, la nazionale, la Champions, il matrimonio, i figli. In pochi anni sono cresciuto talmente tanto che a volte mi chiedo se mi sono davvero goduto quegli anni, che forse andrebbero vissuti in modo diverso e con più spensieratezza».

Sembra il ritratto del “soldatino”, il profilo del tipo di giocatore juventino grigio e intruppato di cui ha parlato, in modo dispregiativo, Antonio Cassano proprio nei giorni del nostro incontro col centrocampista bianconero. Che a proposito commenta: «Può essere fraintesa, ma la parola soldatini non mi dà così fastidio. Quando si entra alla Juve, si entra in una famiglia, si cresce assieme seguendo determinate regole. Il gruppo unito, dai vertici all’ultimo di noi, è la forza di questa Juve e di quelle del passato. Ricordo gli Juve-Milan o gli Juve-Inter di quand’ero piccolo: sulla carta eravamo inferiori come rosa, ma poi alla fine vincevamo e il commento unanime era che la forza stava nel gruppo. Se per soldatino intendiamo questo, fiero di esserlo».

Serviti gli amanti del genio e della sregolatezza, due aggettivi che viaggiano raramente in coppia da queste parti, alla faccia dei romanzieri stucchevoli dei Maradona, delle cassanate e del calcio che fu.

Questa è la Juve, piaccia o meno. Vincere è l’unica cosa che. Occhio al numero 8.

Foto di Guido Gazzilli
Dal numero 11 di Studio

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