Cultura | Dal numero

Il cinema a Milano

Scompaiono alcune sale storiche ma ne nascono altre: da Anteo Palazzo del Cinema alla Fondazione Prada.

di Mattia Carzaniga

Spettatori guardano un film alla Fondazione Prada il 16 novembre 2016 a Milano (foto di Jacopo Raule/Getty Images per Prada)

Una volta qui era tutto sciure del President. Si facevano la messa in piega, si mettevano la pelliccia, si accomodavano sulle poltrone di velluto giallo oro davanti a, che so, Marie Antoinette di Sofia Coppola: quello era il film perfetto per il salotto di Largo Augusto, ultimo baluardo delle sale del centro. Oggi il President è diventato un negozio di arredamento di lusso, sull’insegna c’è ancora la parola Cinema, ma più per vezzo di design che per altro, l’ex sala gloriosissima è ora luogo per eventi privati, ormai funziona così. Se un tempo da Largo Augusto prendevi via Durini e arrivavi in piazza San Babila, da lì cominciava la processione dei cinema, altro che H&M-Mango-Zara. C’era l’Astra, e il Pasquirolo, e l’Ambasciatori, e il Mediolanum, e il Corso, e il Mignon, e l’Excelsior, pure questo ora mall per turisti quasi come tutti gli altri. Chiuso pure l’Apollo, tramutato in Apple Store dopo molte polemiche, subito rientrate quando tutti abbiamo visto com’è bella la cascata con la mela in piazzetta Liberty. E l’Odeon, gruppo Mediaset, cerca disperatamente un compratore, che avrà giusto il vincolo sulle sale uno e due coi loro fregi déco, per il resto potrà fare quel che vorrà.

In corso Vittorio Emanuele resiste soltanto l’Arlecchino, fino a qualche tempo era facile sedersi dietro la chioma rossofuoco di Milva, a proposito di sciure, ma sotto lo schermo non c’è più il bassorilievo di Lucio Fontana, si vedrà poi dov’è finito, in ogni caso non è più quello di una volta. Per gli ultimi anfratti cinéphile in zona Duomo ci si deve spingere fino in via Torino, prima il minuscolo Centrale e poi l’Eliseo appena ristrutturato, dunque un futuro c’è, forse, chissà. La città che una volta, in pieno centro, era tutt’un poster della Vita è bella o Notting Hill, negli ultimi anni ha cambiato le sue abitudini per sempre. I cinema si sono gentrificati come i quartieri appena periferici, o forse no, son proprio scomparsi e si sono trasformati in qualcos’altro. Perché non ci sono più nemmeno il Brera (largo La Foppa) o lo Splendor (piazzale Piola) o il Maestoso (piazzale Lodi), adesso ci si accontenta del Plinius a Est (viale Abruzzi), e del Gloria e del Ducale a Ovest (il primo in corso Vercelli, l’altro in piazza Napoli), a Sud regge l’ancora mastodontico Orfeo (viale Coni Zugna) per i cinecomic in treddì, verso il centro l’unico porto sicuro resta il Colosseo (viale Monte Nero), ancora vi s’incrocia Giorgio Armani nel fine settimana.

Il cinema Mexico in Via Savona 57

I milanesi chiedono posizionamento sociale e intellettuale, e le sale storiche non potevano più garantirglielo. Perciò il pubblico, o quel che ne rimane, ora convoglia in massa sul neo-Palazzo del Cinema, altrimenti noto come il caro vecchio Anteo, l’azienda culturale più fiorente della città con le sue dieci sale ribattezzate, guarda caso, col nome di quelle che non ci sono più: tante delle già citate, ma pure l’Abanella, il Rubino, l’Astoria, il De Amicis. Un omaggio ai caduti, considerato che in un’epoca non così lontana si contavano più di centocinquanta cinema e oggi ce ne sarà una trentina a dir tanto. Ma la riconoscibilità dei milanesi non può passare solo dai film (molti, qui, proiettati in lingua originale: per forza), ci vogliono anche il caffè e la saletta dove si cena guardando Ken Loach (entrambi in collaborazione con Eataly, l’altro colosso radical lì di fronte), e poi l’osteria col cortiletto privé, e la biblioteca aperta dove sfogliare i saggi su Ermanno Olmi o Claude Chabrol, in un eterno ritrovarsi tra anime belle, ma belle davvero, se non ci fosse nemmeno l’Anteo allora in questa città staremmo davvero tutti a casa a guardare Netflix dal divano.

Anzi no, perché i milanesi al divano sono in fondo allergici, vivono ancora il cinema come una missione, un raduno di piazza, un dovere innanzitutto civico. L’ultima stagione conferma questa urgenza mai sopita. Se sbaracchi una sala, devi aprirne almeno un’altra, ci vuole un equilibrio costante, anche solo mentale, specie in questi anni in cui la cultura è diventata di nuovo benzina della città, altro e inconfutabile segno per rimarcare la differenza tra Milano – l’unica vera metropoli vicina all’Europa – e tutti gli altri comuni mediograndi d’Italia, confinati nella loro eterna provincia. È andata esattamente così: per ogni insegna perduta o quasi, ne è sorta una nuova in grado di catalizzare gli stessi sogni e bisogni cittadini, solo aggiornati all’agenda di oggi. L’esempio principe è Il Cinemino (via Seneca), associazione culturale con saletta underground settantacinque-posti-non-di-più e baretto sulla strada, con un mucchio di tesserati pronti a salire sulle barricate contro la burocrazia che complica sempre tutto, perché qui le battaglie si combattono davvero, qui non si tratta più di andare solo al cinema, questa è vera e propria militanza politica. Milano eternamente riottosa, romantica, risorgimentale.

L’insegna del cinema Beltrade, in via Nino Oxilia 10

È andata esattamente così. Gli spettatori della cerchia (e di tutte le cerchie appena un po’ più larghe) hanno deciso di andare là dove potevano essere riconosciuti come selezionatori del gusto e difensori del cinema come bene di prima necessità e di tutti. Dunque eccoli in fila all’Anteo, unico grande multisala (ora anche con costola hi-tech a CityLife) di cui non ci si vergogna: gli altri, gli Uci e i The Space, lasciamoli alla gente di periferia. Al Cinemino, appunto. Al Wanted Clan (via Vannucci), luogo d’aggregazione con solita micro-saletta sponsorizzato dall’omonimo e coraggioso distributore indipendente. Al Mexico (via Savona), il più alternativo e queer e punk, un posto dove gli anni Settanta/Ottanta sembrano non essere finiti mai, e non solo per la replica infinita del Rocky Horror Picture Show con pubblico cantante. Allo Spazio Oberdan (piazza Oberdan), cinémathèque formato nostalgia. Persino nelle vecchie sale parrocchiali capaci di trasformarsi, col tempo, in custodi di quartiere di quel cinema piccolo e ormai invisibile, nei grandi crocevia delle major e dei popcorn: vale a dire il Palestrina (via Palestrina), l’Ariosto (via Ariosto, sempre circuito Anteo), il Beltrade (via Oxilia).

Fino alla destinazione ultima, nella mappa e nell’immaginario dei milanesi: la Fondazione della signora Miuccia Prada, mecenate appassionata che non solo si è messa a produrre cortometraggi diretti da autrici molto hip (i Miu Miu Tales, ogni anno alla Mostra di Venezia), non solo ha commissionato il design del suo caffè a un grande auteur (il Bar Luce di Wes Anderson), ma ha proprio aperto, nel museo d’arte contemporanea più bello d’Italia, la sua sala cinematografica personale, con le retrospettive firmatissime (Roman Polanski, Alejandro González Iñárritu) e le rassegne coi titoli selezionati dagli artisti che espongono le loro opere tra la Cisterna e l’Osservatorio in Galleria (Luc Tuymans, Theaster Gates, Damien Hirst). Una sala con le poltrone in velluto vagamente giallo oro e il bassorilievo di Lucio Fontana. Ecco dov’è finito. Non più sotto lo schermo, ma all’ingresso del cinema della più sciura tra le sciure, quasi fosse il tributo finale alla città che più di tutte quest’arte l’ha amata, l’ha griffata, l’ha socializzata, l’ha politicizzata, l’ha combattuta, l’ha salvata. Tutti a riconoscerci lì, allora. Da Miuccia il sabato sera.

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