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La nuova campagna di Valentino è un omaggio al ’68, ma non a quel ’68 La campagna pre-fall 2026 (con protagonista il cantante Sombr) è ispirata a un anno molto particolare e sorprendente della lunga storia del brand.
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La leggenda di Chuck Norris

Compie 80 anni l'attore americano, la cui carriera è esplosa negli anni '80 e che oggi vive una seconda popolarità in forma di meme.

10 Marzo 2020

Negli anni Ottanta imperversava alla tv la reclame di un dopobarba in cui una mano femminile si insinuava furtiva fra i bottoni della camicia di un uomo, fino a sfiorargli il petto villoso. Poi, all’improvviso, sul più bello, quelle dita affusolate che noi tutti avremmo voluto continuassero nella perlustrazione, non foss’altro che per la curiosità di vedere come sarebbe andata a finire (c’erano dubbi?), venivano bloccate in modo fermo e deciso dalla mano maschile. Mentre una voce fuoricampo recitava: «Denim, per l’uomo che non deve chiedere mai». Per anni ho cercato di capire a chi s’ispirava quello spot. Se esisteva un comune mortale che non avesse mai bisogno degli altri e che sapesse sempre cavarsela da solo. Poi, ho capito: quell’uomo esiste e si chiama Chuck Norris.

L’attore americano il 10 marzo compie 80 anni e il suo nome è sinonimo del tipo tutto d’un pezzo, del cavaliere solitario capace di azzerare ingiustizie e soprusi. Mascella squadrata e testosterone a mille, per intenderci. Per mezzo secolo si è messo sulle spalle il peso di quell’America semplice ed essenziale. Che si commuove quando ascolta l’inno oppure le note della tromba che annuncia l’arrivo della cavalleria. Norris ha preso il posto che un tempo era occupato da John Wayne. E ancora prima da Tom Mix. Da decenni e decenni è lui (insieme a pochissimi altri) a portare alto il vessillo dell’uomo senza macchia e senza paura, dell’uomo – appunto – che non deve chiedere mai.

Oggi, nonostante i suoi 80 anni, nessuno se lo immagina a fare il pensionato, intento a coltivare violette, mais o cavolfiori nel ranch dove vive a nord di Dallas, in Texas. Chuck Norris non è soltanto un nome, ma uno stile di vita. Tanto che tempo fa, sono diventati virali in rete i meme “Chuck Norris Facts”, dove l’attore veniva presentato come una sorta di eroe al di sopra di qualsiasi divinità. Frasi del tipo “Chuck Norris non schiaccia pisolini: li pesta a morte”, “Chuck Norris non accende la luce, spegne il buio” o “Il giorno del ringraziamento Chuck Norris risponde prego” non hanno fatto che aumentarne la leggenda, spruzzandola qua e là d’ironia. Anche Stormzy canta «Non potrei mai morire / sono Chuck Norris / fanculo al governo / fanculo a Boris» in “Vossi Bop”. Interpellato sull’argomento, l’attore ha sviato: «Mi interesso più del selvaggio West che del selvaggio mondo di internet, quindi non so bene cosa pensare».

Originario di Ryan, paesino di poco più di ottocento anime nel cuore dell’Oklahoma, Chuck in realtà si chiama Carlos Ray. E nelle sue vene scorre sangue Cherokee. I nonni paterni infatti erano nativi americani, mentre la madre era irlandese. Quello che sarebbe diventato anni dopo Rombo di tuono o Walker Texas Ranger era un bambino timido, goffo e fragile. Insomma, uno di quelli che le prendeva sempre. Ma proprio come succede nei suoi film, l’eroe in difficoltà risorge e torna a vendicarsi o vendicare le vittime indifese. E così è stato anche per lui. L’anno della svolta è il 1958 quando sposa la sua compagna di banco, Dianne Holochek (da cui si separerà trent’anni dopo). Entra a far parte della United States Air Force, prima negli Usa e poi in Corea del Sud. È qui che Carlos diventa Chuck, e smette di prenderle e inizia a darle. Prende la cintura nera di Tangsudo, studia jujitsu insieme all’amico Bruce Lee meritandosi la cintura 6º dan. «Nessun altro essere umano si è mai allenato come Bruce – ha detto – O si allenava o pensava all’allenamento. Non era mai a riposo. Pensava sempre a migliorarsi e quali nuove invenzioni fossero possibili. La sua mente era costantemente attiva».

Tornato in America Norris apre diverse scuole di combattimento con lo scopo di migliorare il più possibile la vita di chi non crede in sé stesso, di chi non ha autostima e pensa di non farcela. Inizia a combattere anche a livello internazionale. Sfida gli avversari e li mette puntualmente sotto. Diventa per sei volte campione mondiale di karate (alla fine si ritirerà con un record di 75 vittorie e 5 sconfitte, mentre 45 vittorie e 8 sconfitte saranno i suoi numeri nel Taekwondo). Nel frattempo insegna arti marziali a molti attori di Hollywood. Fondamentale, l’incontro con Steve McQueen. È grazie a lui che appare per qualche minuto nel film Quella sporca dozzina. Poi viene scritturato in Berretti Verdi e infine in Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, con Sharon Tate, dove è ripreso sempre e solo di schiena. Si vede invece in primissimo piano nel 1972, quando interpreta Colt ne L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente e sfida Bruce Lee in un epico combattimento finale all’interno del Colosseo. Da quel momento in poi la sua carriera deflagra. La sua vita sembra un plot perfetto, di quelli che piacciono a certi suoi compatrioti. Prima impacciato e indifeso; poi duro e vendicatore.

Gli anni Settanta sono una sorta di palestra, un assaggio di quello che verrà dopo: e cioè gli Ottanta, con tutto il loro bagaglio politico, sociale e culturale. Sono gli anni di Ronald Reagan. Della crisi degli ostaggi americani a Teheran, dell’invasione di Panama e della deposizione del generale Noriega. Nell’immaginario collettivo dell’Occidente (e quindi anche del cinema Usa), i russi comunisti sono i veri cattivi. Poi vengono i libici e gli iraniani. Chuck Norris li sconfigge uno a uno. In Rombo di tuono, del 1984, torna in Vietnam per liberare i compagni prigionieri dei rossi (proprio nel 1970, durante la guerra in Indocina, Norris aveva perso un fratello). In Invasion Usa, del 1985, è un agente della Cia alle prese con un criminale sovietico. In Delta force, dell’86, sfida i terroristi palestinesi durante un dirottamento aereo. In Colombia Connection, del 1990, combatte i narcotrafficanti. Ma il suo più grande successo arriva nel 93 quando diventa Cordell Walker, il coraggioso ranger della serie tv Walker Texas Ranger, un mix che impasta arti marziali, western e cultura indiana. Il ruolo sembra ritagliato su di lui. Combatte la violenza, crede nell’amicizia e soprattutto nella lealtà. Come a dire: anche dopo oltre un secolo, gli ideali della frontiera americana sono vivi e vegeti. Il telefilm è un trionfo, tanto che dal 1993 al 1998 ne vengono prodotte sette stagioni. In quello stesso anno sposa la modella Gena O’Kelley, biondissima e dagli zigomi decisi e le labbra carnose, da cui ha due gemelli Dakota Alan e Danilee Kelly. «A volte le cose che vogliamo di più sono le più difficili da ottenere. – dice – Ciò significa che devi essere ancora più determinato per avere successo».

Dal 2000 gira solo una manciata di pellicole. Nessuna di queste è indimenticabile, ma su ognuna lascia il suo marchio: nell’horror Bells of Innocence (2003) combatte entità misteriose, predicatori satanici, bambini posseduti da Satana. Mentre in The Cutter (2005) va a caccia di diamanti e, ancora una volta, di criminali russi. Sette anni dopo torna con I Mercenari 2 diretto e interpretato da Sly Stallone, insieme a un cast di superstar come Arnold Schwarzenegger, Bruce Willis, Jean-Claude Van Damme, Dolph Lundgren, Jason Statham e Jet Li. È il suo ultimo lavoro. Ma, anche se non recita, il suo mantra rimane inalterato. C’è un problema? Niente paura, ci pensa Chuck Norris. Sia al cinema, che nella realtà. Nel 2015 a Park City, nello Utah, durante il Sundance Film Festival viene presentato Chuck Norris vs Communism, docufilm diretto dalla rumena Ilinca Calugareanu dove si racconta quanto importante sia stato il ruolo dei suoi film (e di molti altri) nella voglia di ribellione del popolo contro il dittatore Ceausescu. «Quando in Romania c’era il regime – ha spiegato la filmaker – la libertà era qualcosa di utopico. Così la censura era ovunque, frenata solo dal mercato nero di Vhs. Videocassette doppiate in modo rudimentale come Rocky, Terminator, Nove Settimane e Mezzo, Rambo sono diventate il tramite tra la Romania oppressa e l’Occidente libero, instillando nel popolo quella voglia di libertà esploso nella rivolta del 1989».

Repubblicano d’acciaio, convinto sostenitore della vendita delle armi, fervente cristiano, fortemente critico verso la comunità Lgbtq+, Norris nel 2017 è stato vittima di due arresti cardiaci, ma è stato salvato dal provvidenziale intervento dei medici. E anche questo doppio incidente non ha fatto che rafforzare la sua leggenda di maschio duro e praticamente indistruttibile. Quest’anno l’attore ha annunciato l’addio alle scene. Ma non è stato per raggiunti limiti d’età, ma per stare accanto alla moglie, oggi cinquantasettenne, avvelenata – secondo lui – dopo una risonanza magnetica. Norris ha avviato una causa da dieci milioni di dollari alla Superior Court di San Francisco perché dopo l’iniezione del liquido di contrasto, la sua Gena si sarebbe sentita male. «Ho lasciato tutto il resto in secondo piano per concentrarmi solo su di lei – ha spiegato – Ogni mio sforzo, da adesso in poi, è per far sì che continui a vivere». Oggi è questa la sua grande sfida. Ma il finale non è ancora scritto.

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