A 16 anni il regista di The Worst Person in the World e di Sentimental Value era un quasi professionista dello skate.
Christopher Walken è diventato il profeta della disconnessione
«Non uso tecnologia. A casa ho solo l’antenna satellitare. Quindi Severance l’ho visto grazie ai dvd che la produzione è stata così gentile da mandarmi. Non ho un cellulare. Non ho mai mandato una mail né ho mai, come si dice, twitterato (sic, ndr). Non ho mai avuto nemmeno un orologio. Se mi serve sapere che ora è, lo chiedo a qualcuno. Allo stesso modo, quelle rare volte in cui ho bisogno del telefono, chiedo alle persone se me lo possono prestare». Con queste parole, dette in un’intervista concessa al Wall Street Journal, Christopher Walken (che nell’ultimo anno è stato parecchio occupato: è stato l’imperatore Shaddam Corrino IV in Dune – Parte Due e Burt in Severance) è diventato il profeta della disconnessione, l’idolo di tutte le persone che vorrebbero disperatamente liberarsi di tutti i device e di tutte le app che hanno grandemente contribuito a complicarci la vita e ad arricchire le persone sbagliate. Peccato che dell’entusiasmo con il quale le sue parole sono state accolte su internet, Walken non saprà mai nulla: figuriamoci se a casa ha il Wi-Fi.
Il cantante ci parla di ricordi e piaceri, musica e traguardi, Sanremo 2026 e il Sanremo di Pippo Baudo. L’ultimo disco, Casa Paradiso, con i primi concerti giovanili, imitando gli Oasis, fino al nuovo tour nei palazzetti. La maturità e la famiglia con un certo sapersi godere la vita, le amicizie, i piaceri più semplici.
Dei Lumiere e dei cimiteri della Galizia, del teatro e della danza, del corpo e di psicologia della Gestalt: di tutto questo, e ovviamente di cinema, abbiamo parlato con il regista di uno dei film più amati, odiati, premiati e discussi dell'ultimo anno.
Il 19 febbraio 2016 moriva a Milano uno dei più grandi pensatori italiani. Dieci anni dopo, tutti cercano di appropriarsi di lui: destra e sinistra, apocalittici e integrati, intellettuali e populisti. Dimostrando, tutti, di non averlo capito.