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Jeff Bezos continua a investire miliardi nella moda nella speranza che prima o poi qualcuno lo trovi simpatico Lauren Sánchez e Jeff Bezos continuano a investire milioni in tessuti ecologici e giovani designer. Ma di simpatia, per il momento, ancora nessuna traccia.
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Il governo inglese ha esortato la popolazione a iniziare a far scorte di cibo e acqua per prepararsi agli eventi climatici estremi causati dal Super El Niño «Chi avrà delle scorte se la caverà molto meglio di chi non ne ha», ha detto la Ministra dell'Ambiente Angela Eagle.
È valsa la pena seguire tutti gli Emmy solo per vedere Rob Reiner vincerne uno storico, da record Ha vinto il premio per Outstanding guest actor in a comedy series per la sua interpretazione nella quarta stagione di The Bear.
L’ultima volta che un partito di estrema destra ha governato in Germania era QUEL partito di estrema destra Con la vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt il Brandmauer, il muro che ha tenuto l'estrema destra fuori dai governi dal dopoguerra a oggi, potrebbe crollare.
C’è una casetta che è rimasta miracolosamente intatta nell’inondazione in Nepal e nessuno sta riuscendo a spiegare come sia stato possibile L'hanno ribattezzata "casa miracolosa" e le hanno dato un pin tutto suo su Google Maps, dove ora è classificata come "a prova di alluvione".
A 80 anni Paul Schrader ha provato l’ayahuasca e gli è piaciuta così tanto che ha deciso di farci un film Dopo otto trip consecutivi (otto!) e un mese in Costa Rica, Schrader ha capito che dall'esperienza era necessario trarre un film.

Di cosa parla l’ultimo dibattutissimo saggio di Chimamanda Ngozi Adichie

L’autrice nigeriana parla degli insulti online che ha ricevuto dai suoi allievi condannando l'attivismo dei social che secondo lei ci sta rendendo tutti bigotti.

di Studio
17 Giugno 2021

Lo dicevano all’inizio del Novecento anche alcuni filosofi canadesi, che il modo in cui comunichiamo è fortemente influenzato dal mezzo che usiamo per comunicare. Libro, televisione, sms. Così anche i social hanno codificato una nuova lingua e un nuovo modo di rapportarsi con gli altri. Che ci dicono essere profondamente negativo. A parlarne la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, che martedì scorso ha pubblicato sul suo sito un saggio in tre parti intitolato It is obscene, è osceno, riferendosi al modo in cui i social media ci stanno trasformando in un grande ammasso di bigotti. Secondo lei un esempio chiarissimo proviene dall’ostentazione dell’attivismo digitale, cioè performativo perché è una «performance di virtù eseguita sul luogo pubblico che è Twitter», e mai nel rapporto interpersonale. Nel saggio commenta le accuse di transfobia che le sono state mosse negli scorsi anni da due autori che non vengono mai nominati e che crede abbiano condiviso «falsità» su di lei sui social. «In quest’era dei social media, dove una storia attraversa il mondo in qualche minuto, stare in silenzio a volte vuol dire che le altre persone possono sabotare la tua storia e poi che la loro versione falsa diventa la storia che ti definisce», scrive. Forse può sembrare tutto scollegato, ma a un certo punto le due cose si uniscono.

È iniziato tutto quando l’autrice di Dovremmo tutti essere femministi, saggio diventato anche un popolarissimo Ted Talk, aveva detto in un’intervista di quattro anni fa che «le donne trans sono donne trans», invalidando la loro qualifica come donne. «Essendo nate uomini, sono persone che hanno goduto dei privilegi che il mondo garantisce agli uomini, perciò l’esperienza di una persona nata femmina è la stessa di una donna trans», aveva poi chiarito meglio in un post su Facebook. Che una delle più importanti autrici di saggi femministi potesse essere transfobica ha generato tanto scalpore su Internet, dove l’hanno annoverata, al pari di J.K. Rowling, tra le Terf, cioè le vecchie glorie dei primi movimenti femministi che escludono le persone transessuali (qualche anno dopo dirà in un’intervista di aver trovato il famoso saggio di J.K. Rowling sull’identità di genere «piuttosto razionale»). Sui social erano impazzati tweet e post di odio per Adichie, i più furiosi erano quelli di due suoi allievi, ai quali si rivolge nel saggio.

Perché ogni anno l’autrice nigeriana tiene un corso di scrittura creativa a Lagos, per il quale ha vinto anche un premio. Tra gli allievi ne seleziona alcuni di cui riconosce il chiaro talento, e li prende sotto la sua ala, aiutandoli a farsi pubblicare. Lo racconta nel saggio apparso sul suo sito, di come tra lei e alcuni suoi pupilli si venga a formare poi un legame di amicizia. Che poi secondo lei viene rovinato dai social, dal modo in cui queste persone ne fanno uso. Nella prima parte del saggio – nel quale continua a ripetere senza tregua la sua tautologia sulle donne trans – Adichie racconta del rapporto con una giovane scrittrice alla quale ha fatto da mentore durante il corso. Dopo quella famosa intervista, l’allieva si è rivolta sui social per insultarla pubblicamente, senza cercare un confronto in privato. Si è poi scusata, anni dopo, tramite mail, che Adichie ha copia-incollato nel saggio, e che secondo lei riassume «una storia molto semplice: ti avvicini a una persona famosa, la insulti pubblicamente per darti valore, poi questa ti taglia fuori dalla sua vita, le mandi mail e messaggi che vengono ignorati, e poi decidi di andare sui social a vendere le tue bugie». Nulla a che fare, quindi, con idee contrastanti.

Nella seconda parte del saggio racconta di un episodio molto simile, che vede seguire, agli insulti sui social, il nome di Adichie sul frontespizio del libro d’esordio dell’allieva. Quindi di cosa parla il saggio? Bella domanda. Perché inizia rimproverando il comportamento pubblico di questi suoi alunni, come farebbe una brava maestra, e cerca poi di assolutizzare il discorso addossando le colpe agli stessi social media. «Ci sono persone ossessionate coi social piene di santimonia e che mancano di compassione che riescono tranquillamente a pontificare su Twitter sulla gentilezza», scrive Adichie, «Ho parlato con persone giovani che mi dicono che sono terrorizzate di twittare qualsiasi cosa, che rileggono i loro tweet perché hanno paura di venire attaccate. Ciò che importa per loro non è il bene, ma l’apparenza di bene». Secondo lei sui social esiste una sola idea giusta, che devi seguire alla lettera anche tu, oppure sei fuori. Viviamo in un’epoca di «ortodossia ideologica», dice, di gente che ti intima, con faziosi punti esclamativi, di educarti prima di parlare, non avendo mai letto un libro a parte quelli postati su Instagram. Scrivo che la mia maestra e amica Adichie è transfobica e che è colpa sua se le persone trans muoiono (l’ha scritto veramente il secondo allievo citato nel saggio), perché così mi pulisco la coscienza e faccio sfoggio di quanto io sia virtuoso e morale. Per concludere il saggio sceglie un’interessante metafora, definendo quella in cui viviamo una società di angioletti che lottano per chi è più santo, e non importa con che metodi. È come se dicesse che nell’era dei social l’importante è essere il primo a condividere la bandierina arcobaleno, e quello che succede appena lo schermo del telefono si spegne, poi, non importa veramente.

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