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23:14 venerdì 18 settembre 2026
Il 24 settembre esce Eternal, un cofanetto di 16 dischi che raccoglie un anno intero di bootleg dei Joy Division E oltre ai 16 dischi: artwork di Peter Saville, scatto di copertina di Wolfgang Tillmans, note di Simon Armitage, foto di Anton Corbijn e Kevin Cummins e una versione restaurata del documentario Joy Division – A Malcolm Whitehead Film.
Bon Iver ha composto un jingle pubblicitario per promuovere il polpettone del ristorante di una sua amica «Meatloaf dippers at Howard’s in Stillwater/Meatloaf dippers can be a whole meal or starter/Meatloaf dippers, oh so light and yummy/Go on and warm your tummy, with dippers».
C’è una scuola in Vermont che insegna ai figli dei ricchi a coltivare i campi, badare al bestiame e pulire casa. Per 40 mila dollari a semestre La Mountain School offre agli studenti del terzo anno la possibilità di passare un semestre a lavorare in fattoria. Un semestre piuttosto costoso, oltre che faticoso.
Una ricerca dice che gli investimenti in energie rinnovabili sono arrivati al punto di svolta positivo: producono effetti molto migliori del previsto a un costo molto inferiore delle aspettative Ma i problemi rimangono, perché ancora oggi per ogni euro investito per proteggere la natura se ne spendono 30 per distruggerla, si legge nella stessa ricerca.
Una raver ha lanciato una petizione per vietare i pantaloni di Hello Kitty ai rave «I rave non sono pigiama party. I pantaloni del pigiama servono per dormire», ha scritto Samantha Scott su Change.org, in una petizione che finora non ha riscosso grande successo.
L’UE vuole che il Canada diventi un “membro associato” dell’Unione, ma nemmeno l’Unione sa cosa vuol dire diventare un membro associato dell’UE Ursula von der Leyen ha avanzato la proposta, il Canada si è detto interessato, resta solo da capire che cosa comporti questa proposta.
La prima ricerca sul disastro in Nepal ha confermato quello che tutti sospettavano: la crisi climatica c’entra eccome in quello che è successo Lo ha realizzato la climatologa Friederike Otto dell'Imperial College di Londra: per lei, i nepalesi stanno pagando una crisi provocata dalle emissioni di combustibili fossili.
Una città in Belgio ha affidato la cura dei suoi prati a un gregge di pecore e le pecore sono state così brave a curare i prati che ora il Comune assumerà altre pecore per curare i prati Si chiamano Lactose, Rayban, Pils, Domino, Katimini, Maria, Juliette e Puyu. E il Comune di Ixelles non può più fare a meno di loro nella cura del verde pubblico.

L’artista è la persona che ha l’idea o quella che realizza l’opera?

Sembra una domanda stupida, eppure il processo che coinvolge Maurizio Cattelan e lo scultore Daniel Druet fissato per il 13 maggio dovrà formulare una risposta.

04 Maggio 2022

Lo dimostra la quantità di video su TikTok che ti invitano a farti venire un’idea geniale, mollare il tuo lavoro “9 to 5” e diventare il boss di te stesso. Lavorare per gli altri non è mai stato facile e forse adesso, nel 2022, è ancora più difficile: il senso di impotenza nei confronti degli eventi che non possiamo controllare (e via con la solita lista: pandemia, guerra, etc.) amplifica un tipo di frustrazione più intima, quotidiana, quella che si prova lavorando a un progetto in cui non ci si riconosce o, ancora peggio, in cui ci si riconosce, ma ha la faccia di qualcun altro. Lavorare per gli altri è assai sconfortante, ma quando si tratta di persone famose dev’essere ancora più difficile. Ne sa qualcosa Daniel Druet, un nome che nessuno ha mai sentito nominare, il creatore dei prototipi in cera e resina delle opere più famose di Maurizio Cattelan. Dopo anni di onorato servizio, Druet ha deciso di ribellarsi: convinto di essere il vero autore delle opere dell’artista, ha fatto causa a lui e a Perrotin, la sua galleria, insegnandoci che non è mai troppo tardi per (provare a) mandare affanculo i propri capi: nato a Parigi il 6 ottobre 1941, Daniel Druet ha 81 anni.

Se oggi Maurizio Cattelan è quello che ci compare nelle stories di Instagram perché si impicca nel bagno della galleria Massimo De Carlo (cadavere + fiori + gli splendidi marmi verdi di Casa Corbellini-Wassermann = perfetto sfondo per i selfie durante l’Art Week) o che usa lo scotch grigio (proprio come aveva fatto col gallerista De Carlo in persona) per attaccare una banana alle pareti dello stand di Art Basel Miami, raggiungendo cifre record, bisogna ricordare che già alla fine degli anni Novanta era stato capace di diventare virale (quando non c’erano i social si parlava ancora di “fare scandalo”) perché aveva esposto una riproduzione in cera di Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite, “La Nona Ora” (1999) e due anni dopo un piccolo Hitler inginocchiato in preghiera.  Chi vedeva “Him” per la prima volta, senza sapere di cosa si trattava, si avvicinava con curiosità e tenerezza alla sagoma di un bambino inginocchiato di cui vedeva soltanto le spalle, per poi riconoscere la faccia del dittatore soltanto quando ci si trovava davanti. L’opera è stata venduta nel 2016 in un’asta da Christie’s per la cifra record (sia per l’artista sia per l’asta) di 15 milioni di euro.

Vent’anni dopo, il “vero creatore” di quelle potentissime opere afferma di essere stato derubato della sua proprietà intellettuale. Non solo: Daniel Druet sostiene che ben nove delle opere più famose dell’artista siano basate su modelli in cera originali da lui realizzati, mentre secondo Galerie Perrotin sono solo quattro le opere da attribuire alla mano (ma non alla mente!) di Druet: “La Nona Ora”, “La Rivoluzione Siamo Noi” (un Maurizio Cattelan con l’abito in feltro di Beuys appeso all’attaccapanni di Marcel Breuer), “Him” e “Untitled” (la testa di Cattelan che sbuca dal pavimento). Sembra ovvio: se io ti dico di fare una scultura che riproduce un determinato soggetto e tu la fai, l’artista sono chiaramente io. Tu sei un mero esecutore. Ma se non stipuliamo alcun tipo di contratto (come ammette Perrotin definendola “un’ingenuità”), tu vieni pagato una certa cifra e le opere che hai creato vengono vendute per milioni che vanno tutti in tasca a me e al gallerista, le cose possono complicarsi.

Lo scultore ha raccontato a Le Monde come funzionava la collaborazione con l’artista vent’anni fa: Cattelan, o qualcuno dei suoi collaboratori italiani, mandava un fax in francese stentato con 10 righe di istruzioni per realizzare le opere. «Era tutto abbastanza vago», spiega Druet, «e spettava a me gestirlo». Secondo quanto riportato dal quotidiano francese, lo scultore sta combattendo per ottenere la piena paternità di tutte le opere da lui realizzate per Cattelan, comprese le cinque non riconosciute dalla galleria, oltre a un risarcimento per un totale di quasi 5 milioni di euro. Druet ha fatto causa anche a La Monnaie di Parigi, la prestigiosa istituzione che nel 2016 ha allestito una grande retrospettiva dedicata all’artista italiano, sostenendo che il museo sia stato complice dell’appropriazione indebita delle sculture in cera originali di Druet, mai nominato da nessuna parte. Il processo è fissato per il 13 maggio.

Non è passato molto tempo dalla battaglia legale tra Jeff Koons e un collezionista italiano (ha vinto il collezionista) e dalle tremende rivelazioni sulla factory di Damien Hirst, una “macchina da soldi” in cui i lavoratori vengono sfruttati, maltrattati e ingiustamente licenziati nonostante la caterva di fondi elargita dal governo. Episodi che invitano a non sottovalutare le parole di Druet, anche se verrebbe voglia di liquidarle rispondendo con una delle poche certezze che l’arte ci ha donato, almeno dal 1917: l’artista è la persona a cui viene l’idea, non quella che la realizza. 

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