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Cannes prima di Cannes

La Croisette prima del Festival: atmosfere retrofuturistiche che rimpiangono la Francia anni Ottanta, l’ultima volta che la grandeur ha potuto specchiarsi nella realtà.

10 Maggio 2016

La Croisette la domenica mattina prima dell’inizio del Festival è un ciondolare di pensionate dai capelli viola per la tinta scolorita e bambini in monopattino che fanno lo slalom tra i passanti. L’atmosfera è quella del benessere ovattato del sonno che si dirada quando ci si sveglia nella seconda casa. Tanto che, se chiudo gli occhi e li riapro di colpo, per un attimo posso pensare di essere sul lungomare di Bordighera, se non fosse che tutti leggono Nice-Matin. È la serenità di chi sa di essere oltre: sarà che ogni cosa, dai baracchini della “glace à l’italienne” – che poi sono cornetti Algida – alla manciata di giostre accanto al Palais du cinéma, rimanda a un’epoca d’oro che non è il presente. Ma non è neanche qualche decennio mitico della belle époque o della nouvelle vague: no, sono gli anni Ottanta di Mitterrand, l’ultima volta che la grandeur francese ha potuto specchiarsi nella realtà e non sentirsi inadeguata.

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Anche la speculazione edilizia ha incorporato quell’estetica: mentre lascio la Croisette e rientro nella città, soprattutto nella sua parte a est a ridosso del Porto nuovo, c’è quell’atmosfera vagamente retrofuturistica che emana oggi dagli anni Ottanta francesi. Qui nella versione domestica, petit bourgeois da condominio per le vacanze, ben diversa da quella che respiri girando la collina, il quartiere Californie (occasionissime immobiliari a partire da duemilioni e seicentomila euro). I pensionati-rentier non sembrano infastiditi dal brulicare di operai che attraversano la passeggiata scaricando dai camion assi di legno, teli plastificati, casse acustiche, sedie di legno: preparano gli stabilimenti delle spiagge dove tra quattro giorni inizieranno i party, le feste post-proiezione, gli aperitivi pre-proiezione, i servizi fotografici, i collegamenti televisivi. Dev’essere la natura delle località di villeggiatura: quella di assorbirti, di farti scivolare nel suo torpore prima che tu possa opporre resistenza. Così mi ritrovo anch’io a fissare i lavori negli stabilimenti, o le facciate liberty dell’Hotel Carlton impacchettate da manifesti del nuovo film di George Clooney, o i manifesti della Quinzaine sponsorizzati Nespresso, o l’Hollywood Reporter trasformare un american bar accanto al Casino nel suo nuovo quartier generale. Mi ritrovo mio malgrado a fissare languidamente una spiaggia rimasta fuori dal giro degli eventi, vuota e deserta, in cui un artista di strada ha costruito un castello di sabbia in cambio di qualche monetina da gettare su un telo da mare, manco mi stessi rimettendo dalla tisi.

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Anche il Palais du cinéma ha qualcosa di retrofuturistico: non fosse per quell’insegna gialla che annuncia la 69 edizione assomiglia più alla base di Mazinga che al tempio della settima arte. Neanche qui sono riusciti a fuggire all’idea un po’ cheap delle impronte di mani davanti all’ingresso. Capisco Scola, ma quella di Meg Ryan ci sarà per sbaglio, perché è inciampata ed è caduta nel cemento fresco? Quando entro nell’ufficio informazioni c’è una guardia che perquisisce le borse: chissà perché la controllano al donnone davanti e non a me. Peccato che i manifesti – quest’anno c’è una splendida inquadratura dal Disprezzo – non siano disponibili fino all’inizio del Festival: dovrò farmene portare uno da qualche amico inviato. Ecco, gli inviati: non possono trattenermi da un moto di pietà per questi forzati dell’informazione mentre la sera salgo per rue du Suquet, lo stretto budello che dal mare porta alla città vecchia sulla collina. Quanto mangerete male! Consigli non richiesti agli inviati alle prime armi: attaccatevi a un collega più anziano – non è difficile: i giornalisti sono ben contenti di fare sfoggio delle proprie ferite di guerra conquistate in anni di ristornati e ricevute da girare al giornale – e comunque evitate i posti con i ballerini di capoeira davanti all’ingresso. Sembra scontato, ma non lo è.

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Sì, perché rue du Suquet è una lunga successione di ristorantini, brasserie, wannabe Ducasse, ognuno col suo buttadentro pronto a cogliere la minima indecisione dell’incauto viaggiatore che esita in attesa che Tripadvisor carichi in roaming. È inutile anche cercare di evitare gli italiani: sono ovunque, e sentire la ragazza che simula la nasalità francese sull’accento romano mentre racconta dei lavori che sta facendo fare alla casa alle Egadi è solo un’altra forma di tassa di soggiorno. Ma prima del Festival, e lontano dalle zone più turistiche, e da quelle occupate militarmente da Zara, si può ancora trovare un pastis per due euro e cinquanta, magari vicino alla stazione, dove Cannes svela il suo volto in comune con tutte le città francesi di provincia, con i suoi sexy shop dietro alle tendine da fruttivendolo sulla porta, i suoi internet cafè, i Despar e le boulangerie dove comprare del pain d’epice.

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Ritorno davanti al Palais. Sto attraversando i giardini tra questo e il municipio listato di tricolori quando sento un cioccare metallico: mi volto e vedo un gruppo di vecchietti che gioca a petanque. La petanque è una variante delle bocce tipica del Sud-Est, tra Provenza e Costa Azzurra, ma molto diffusa anche in Piemonte e Liguria. Prendo una chaise bleue e mi siedo a guardarli in attesa che alle nostre spalle gli operai finiscano di montare il sogno. Del resto a Cannes prima del Festival, diciamolo, c’è poco altro da fare.

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