Stress cronico, spaesamento, ansia. La cura più efficace, al momento, sarebbe l'attivismo, quello vero.
Una ricerca ha scoperto che, contrariamente a quanto si credeva, la cannabis non ha nessuna efficacia nella cura di ansia e depressione
Si tratta della più grande ricerca di questo tipo mai fatta. Secondo i risultati, usare i cannabinoidi per curare ansia, anoressia nervosa, Ptsd o altre dipendenze non serve a nulla.
La cannabis terapeutica si sta rivelando una promessa non mantenuta, almeno per quanto riguarda la salute mentale. Una ricerca pubblicata su The Lancet Psychiatry, basata sul più grande set di dati mai raccolti (54 studi che hanno coinvolto 2.477 persone) sulla questione, riporta risultati inequivocabile: non esistono prove concrete che i cannabinoidi siano efficaci nel trattare i disturbi mentali più comuni. Una scoperta che ribalta la narrazione degli ultimi anni, secondo la quale i cannabinoidi potevano, invece, essere utili nel trattamento di diverse malattie.
Come scrive il Guardian, lo studio evidenzia una pressoché totale mancanza di prove che dimostrino l’efficacia della cannabis nel trattare malattie molto diffuse come l’ansia, l’anoressia nervosa, il disturbo da stress da stress o la dipendenza da oppioidi. Mentre nel mondo, e in particolare in Occidente, aumenta il numero di pazienti che richiede e ottiene l’accesso ai cannabinoidi come farmaci per curare queste malattie, la ricerca suggerisce che l’utilizzo di questa sostanza come farmaco sia basato più sulla percezione che sulla realtà clinica. Esistono solo limitatissimi casi in cui i cannabinoidi si sono dimostrati parzialmente efficaci come cura, in ambiti estremamente specifici come l’attenuazione dei sintomi della sindrome di Tourette, dello spettro autistico e dell’insonnia cronica. Restano, però, eccezioni abbastanza marginali in un panorama di generale inefficacia.
I ricercatori concludono che l’uso di routine per trattare disturbi psichiatrici è oggi «raramente giustificato», sottolineando la discrepanza tra le motivazioni spesso alla base delle politiche di legalizzazione e la validità terapeutica della sostanza. In un’epoca di ricerca febbrile di soluzioni naturali al disagio psicologico, il report pubblicato su The Lancet Psychiatry suona come un richiamo al rigore scientifico e un ritorno alla realtà.