Hype ↓
12:13 sabato 3 ottobre 2026
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.
È uscito un videogioco in cui l’unica cosa da fare è andare a un rave illegale e ballare tutta la notte Si chiama Afters, è gratuito e lo ha realizzato un game designer a cui l'idea è venuta dopo una notte passata tutta a ballare a un rave illegale.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.
Tilda Swinton ha scritto un’autobiografia, ma siccome non voleva fare la solita autobiografia ha deciso di raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che ama Si intitola Material Evidence, uscirà nel 2028 e al suo interno ci saranno: un abito da battesimo, una lettera, una gamba di legno, una felpa, una matassa di seta da ricamo, una fotografia, una vita intera.
Per lanciare il loro nuovo album i Fontaines D.C. hanno organizzato dei listening party nei negozi di dischi indipendenti di tutto il mondo e l’Italia è uno dei Paesi in cui ce ne saranno di più Saranno ben 22 e si terranno tutti l'8 ottobre, sparsi dalla Liguria alla Sicilia e molti in "provincia", dentro negozi che sono pezzi di storia delle città.
La storia del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, abbattuto per far posto anche a un supermercato, è molto più complicata e preoccupante di come la si sta raccontando Perché oltre al supermercato verranno costruiti anche una Casa della Comunità, una biblioteca e un polo sociale. E piantati 1350 nuovi alberi.
Negli ultimi cinque anni la Svizzera ha perso un quinto dei suoi ghiacciai Solo nel 2026 è sparito il 5,5 per cento del ghiaccio delle Alpi Svizzere. Gli scienziati parlano apertamente di «un anno catastrofico».
Esiste una mappa che raccoglie tutte le donne, militanti, scrittrici e studiose, che hanno fatto la storia dell’anarchia Si chiama Mujeres Anarquistas e al momento include sette grandi italiane: Virgilia D'Andrea, Luce Fabbri, Giovanna Berneri, Maria Roda, Tina Tomasi Ventura, Anna Maria Mozzoni e Marie Louise Berneri.

Andate a vedere Border di Ali Abbasi

Il film del regista iraniano è un oggetto strano, ha il sapore del cinema che non si fa più e scatena le analisi post-visione.

04 Aprile 2019

Una volta, quando usciva un film cosiddetto d’essai, parecchia gente fremeva, oddio devo andare a vederlo subito, poi lo toglieranno dalle sale, ho letto recensioni magnifiche, il mio critico di riferimento ne ha scritto entusiasta dall’ultimo Festival di Cannes, non posso perderlo per nessun motivo! È la fotografia analogica di un mondo che non c’è più. Oggi quell’esatto pubblico affezionato all’«esperienza della sala» cede al canto delle sirene moderne: l’offerta audiovisiva che possiamo trovare sui nostri device, si dice così, standocene comodamente a casa è così ampia che, se dai cinema levano proprio quel film d’essai che aspettavamo tanto, che sarà mai. C’è così tanta roba da recuperare, su cui essere aggiornati, con cui fare bella figura alle cene con gli amici, che disertare l’opera d’autore una volta irrinunciabile non dà più cruccio alcuno. Con buona pace dei critici: tanti di quei film ormai li vedono solo loro. Al Festival di Cannes.

Milano, cinematograficamente parlando, è una piazza diversa. Milano come tutte le grandi città che ancora possono vantare un’ampia offerta di sale, certamente, ma a Milano ci vivo, sono sempre andato al cinema qui, e negli anni ho visto da dentro che tutto è cambiato per restare com’era. Ho scritto su queste pagine un pezzo sull’andare al cinema a Milano al tempo di Netflix. C’è ancora una significativa fetta di pubblico che non rinuncia all’«esperienza della sala», appunto, una platea a suo modo resistente e militante, non per forza dalle chiome imbiancate, sicuramente avvantaggiata dalla presenza in città di luoghi competitivi nella programmazione e gradevoli nelle strutture (il nuovo palazzo dell’Anteo su tutti), di sale con visione esclusivamente in lingua originale, di cinemini di quartiere, eccetera. Bisognerebbe inaugurare la rubrica: «Cose che solo a Milano». Un paio di settimane fa ho presentato proprio all’Anteo Il venerabile W. del venerabile Barbet Schroeder, documentario su Wirathu, il monaco buddista birmano considerato il responsabile indiretto del genocidio dei Rohingya, sbattuto in copertina da Time come nuovo Hitler. Alla proiezione seguiva il dibattito con il regista. Sono rimasti in un centinaio ad ascoltare e parlare di derive pazze del nirvana e di Aung San Suu Kyi, all’ora di pranzo della domenica. Verso la fine della chiacchierata, mi son permesso di chiedere se qualcuno avesse il ragù sul fuoco – o anche solo un avocado toast, come più spesso avviene in questa città.

Eva Melander e Eero Milonoff in “Border – Creature di confine”

In questi giorni sto ricevendo parecchi commenti su Border – Creature di confine di Ali Abbasi, uscito lo scorso 28 marzo dopo un’anteprima alla Fondazione Prada (e dove sennò), distribuito sia doppiato sia in versione originale, e giustamente i milanesi preferiscono questa, anche se la lingua è lo svedese. È stato presentato giustappunto al Festival di Cannes un anno fa, ne è uscito con il primo premio della sezione Un certain regard, la seconda dopo il concorso, sulla carta è un horror scandinavo sulla scia di certi titoli come Lasciami entrare (quello, bellissimo, con i ragazzini vampiri). È un racconto che, fin dalle premesse, sfida in maniera spericolata la sospensione dell’incredulità: c’è una doganiera con la faccia brutta (si può dire oggi brutto senza che nessuno mandi offesissimi comunicati?) che solo col fiuto riesce a stanare criminali e contrabbandieri, ne trova uno brutto come lei, ne resta sedotta, viene a scoprire che è un troll della foresta, ed è proprio nella foresta che lui la porta, le fa conoscere la sua vera natura, anche lei è un troll, e via così senza spoilerare. In realtà c’è molto di più: un non troppo adombrato discorso politico sull’integrazione, detour pedofili che c’azzeccano poco, scene disturbanti (il troll ha un piccolo fallo anch’esso assai brutto a vedersi, lo tira fuori solo alla bisogna) perché altrimenti che film da festival sarebbe?

I pochi, ma resistenti e militanti, che lo stanno vedendo hanno ingaggiato un dibattito tutto loro, sufficiente a renderlo già un piccolo culto. È un film sulla sostituzione etnica, che dà eco con intelligenza alle cronache che leggiamo sui quotidiani (il pubblico d’essai legge ancora i quotidiani)? Insomma: “prima gli svedesi” non contaminati dai troll? E pure viceversa: i troll vogliono riprendersi quello che gli spetta? Oppure è un film sulle minoranze di qualsivoglia tipo? Sulla differenza sessuale? Sull’emarginazione? Sulla ghettizzazione? Sulle famiglie naturali? No: forse è solo l’opera di un giovane autore che vuole provocare, scandalizzare per quanto sia ancora corretto usare questa parola, creare il famigerato dibattito presso quella nicchia che non ha il ragù sul fuoco la domenica. Certo è il segno che esiste ancora un cinema, d’autore e da festival, più vivo di quel che si crede, che ancora cerca e trova il suo spazio. E certo è che Ali Abbasi, iraniano naturalizzato svedese, all’attivo un film piuttosto rilevante guarda caso sempre spuntato in ambito festivaliero (Shelley, horror pure quello, passato a Berlino tre anni fa, la locandina cita nientemeno che Rosemary’s Baby), è uno di quegli autori da tenere d’occhio, uno di quei prodigi nordici pieni di idee per quanto bizzarri che magari si faranno irretire dai richiami (e dai dollari) degli Studios hollywoodiani. E forse, chissà, farà un serie per Netflix, e tutti ci sposteremo a vederlo lì, in barba ai cultori delle salette d’essai.

Border è un oggetto strano, ha il sapore del cinema che non si fa più e scatena le analisi post-visione che sembravano non andare più di moda (come succede, su scala decisamente più ampia, con Noi di Jordan Peel). Ha un’altra grande fortuna. I troll non esistono, o quantomeno per ora se ne stanno mansueti nei loro boschi senza rivendicare alcun diritto. Per una volta, di questi tempi, possiamo vedere un film su una minoranza senza che quella stessa minoranza si lamenti a mezzo stampa per essere stata mal rappresentata.

Articoli Suggeriti
Tilda Swinton ha scritto un’autobiografia, ma siccome non voleva fare la solita autobiografia ha deciso di raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che ama

Si intitola Material Evidence, uscirà nel 2028 e al suo interno ci saranno: un abito da battesimo, una lettera, una gamba di legno, una felpa, una matassa di seta da ricamo, una fotografia, una vita intera.

La scommessa su Donald Antrim è ancora aperta

Dopo un silenzio lungo 26 anni, lo scrittore tornerà nel 2027 con un nuovo romanzo che forse darà finalmente la risposta alla domanda che lo segue dall'inizio della sua carriera: qual è il suo posto tra i grandi della letteratura americana?