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La foto che tutti i giornali stanno pubblicando negli articoli sulla vera identità di Banksy non ritrae Banksy ma un tizio qualunque fotografato mentre lavorava vicino a un’opera di Banksy L'uomo si chiama George Georgiou, ha 69 anni e di mestiere fa l'operaio. Ha definito quello che gli è successo «assurdo».
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Le cose che scrive Bob Dylan su X sono strane solo se non conoscete Bob Dylan

I suoi primi contenuti social hanno lasciato interdette le persone non abituate alle sue surreali uscite. Ma i veri fan sanno che quello che si legge su X è Dylan in purezza.

05 Dicembre 2024

Il 23 ottobre mi è arrivata una notifica sul telefono. Non c’era nemmeno una parola, solo il link a una cosa postata su X dall’account ufficiale di Bob Dylan. Il messaggio arrivava da un amico dylaniano. Nel post Dylan raccontava di essere a Francoforte (era in tour in Europa), di avere scoperto che lì c’era in corso una fiera perché gli alberghi locali erano pieni di festaioli, ma – meravigliato che esistessero così tanti editori – si lagnava di non essere riuscito a rintracciare la Crystal Lake Publishing per congratularsi con loro per aver pubblicato Il grande dio Pan, misterico romanzo horror scritto da Arthur Machen nel 1894 (in Italia si trova in svariate edizioni). Il sottinteso del messaggio spedito dal mio amico era: quindi ha veramente cominciato a twittare. Ciò che disorientava il pubblico generalista – “Ma come? Che frase naïf, buffa, al limite del ridicolo… Cioè, non sa che esiste la Frankfurt Book Fair? Si aggirava per gli stand? Voleva fare una sorpresa a un piccolo editore?” – era esattamente ciò che ai dylaniani confermava la sua presenza dietro quelle parole.

C’era già stata qualche avvisaglia. Un enigmatico “buon compleanno a Mary Jo, ci si vede a Francoforte”, dove il nome della città aveva un refuso (e infatti un utente ingenuo, subito: «Possibile che il “vero” Bob scriva sbagliato Francoforte?»). Poi un post sulla morte di un attore sconosciuto in Italia, ossia Bob Newhart. Poi uno su un ristorante di New Orleans. Poi un altro sull’incontro in ascensore con un giocatore di hockey che l’aveva invitato alla partita. E infine l’eclatante post sulla fiera del libro, che davvero aveva fatto pensare: “Ma allora è lui, non è il social media manager, ma allora…”. Ma allora perché scrive queste scemenze?

Meravigliarsi per l’atteggiamento di Dylan è in verità la cosa più naïf che esista al mondo. Il – ehm – premio Nobel non è mai stato capace di esprimersi in modo chiaro, pulito, diretto. Non esiste nel linguaggio, nel pensiero, di Dylan la retorica standard, l’eloquio imbrigliato, la parola che l’età adulta plasma e definisce. Una miscellanea delle sue interviste contiene una quantità di nonsense, provocazioni fortuite, banalità, koan involontari, aforismi incomprensibili, tale da far invidia a un’antologia surrealista. Si è espresso in modo obliquo, ingenuo, enigmatico, esilarante, apodittico, assurdo.

Vediamo un po’.

1962 – Alla prima o quasi intervista, intriso di folk ed emerso dalla scena folk e pronto a registrare un disco folk, dice: «Le mie non sono canzoni folk, io le chiamo solo canzoni contemporanee».

1963 – Un comitato per i diritti civili gli assegna un premio importante per il contributo alla lotta. Cena di gala. Sale sul palco e sostiene di identificarsi soprattutto con Lee Harvey Oswald, cioè l’autore di un recentissimo crimine da cui gli Stati Uniti non si riprenderanno mai. Lo guardano attoniti.

1965 – «Non me ne frega niente se uno è un’enciclopedia ambulante. Questo lo rende una persona piacevole con cui chiacchierare? Chi se ne frega che George Washington sia stato il primo presidente degli Stati Uniti. Credi che a qualcuno sia mai servito a qualcosa sapere una cosa del genere?».

1966 – «Secondo me, i musei sono volgari».

1968 – Momento caldo per il Vietnam, Dylan non riesce nemmeno a capire che cosa intende chi lo intervista. Intervistatore: «Penso che ogni giorno siamo sempre più vicini alla necessità di operare una scelta». Dylan: «Come mai?». Intervistatore: «Penso che gli eventi mondiali si stiano avvicinando, che siano vicini tanto quanto il ghetto più vicino». Dylan: «Dov’è il ghetto più vicino?». Intervistatore: «Magari al prossimo semaforo. Gli eventi si spostano su scala di massa». Dylan: «Quali eventi?».

Erano gli anni sessanta? Si sparavano cazzate più facilmente? Ci si drogava? Basta andare avanti.

1978 – «Non ricordo più di essere stato bambino. Penso che fosse qualcun altro a essere bambino. Ci pensi mai? Non sono sicuro che quello che mi è accaduto ieri sia vero».

1984 – Intervistatore: «La gente pensa che quel disco [Basement Tapes, nda] abbia un’aura». Dylan: «Non ho la minima idea di che cosa stiano dicendo».

1991 – «Il mondo non ha più bisogno di poesia. C’è già Shakespeare».

1997 – «Ciò che rende diverse le mie canzoni è che non hanno fondamenta».

2004 – Intervistato da 60 minutes, rivela di avere fatto una specie di baratto con quello che chiama il “comandante in capo”. «In questo mondo?» gli chiede, incredulo, il giornalista. E lui: «In questo e nel mondo che non possiamo vedere».

Ma forse la mia preferita è accaduta ai Grammy del 1991, per un premio alla carriera. Jack Nicholson lo presenta con parole roboanti. Dylan, con un cappello di paglia e un’orripilante giacca viola, dopo una versione punk di Masters of War, ritira il premio dalle sue mani. Si avvicina al microfono per fare un discorso. Dice: «Grazie. Be’, mio padre non mi ha lasciato granché, no? Era un uomo molto semplice e non mi ha dato molto. Ma una cosa me l’ha detta ed è questa. Ha detto: Figliolo… Ha detto…». Pausa lunghissima, qualcuno ridacchia. «Be’, diceva una mucchio di cose, eh…». Tutti ridono: sono pronti alla battuta arguta. Forse arriva, funziona così ai premi, forse Dylan sta per dirla. E invece, all’improvviso: «Insomma, mi ha detto: “Sai, è possibile infangare la propria reputazione così tanto da venire abbandonato dai tuoi stessi genitori. E se questo accade, Dio crederà sempre nelle tue capacità di ravvederti”. Grazie!».

Si potrebbe andare avanti all’infinito. E le stramberie, come dire, pratiche, non sono da meno. Per esempio la mania di vedere le case di nascita altrui. Qualche tempo fa in New Jersey una coppia, insospettita da un balordo piantato davanti a casa, sotto la pioggia battente, ha chiamato la polizia. È arrivata una poliziotta. Il vagabondo aveva una felpa sdrucita e le galosce. non aveva documenti e ha detto all’agente di essere Bob Dylan. «Come no, e io sono Babbo Natale». Toh, era proprio lui e stava cercando – ebbene sì – la casa natale di Bruce Springsteen. Stessa cosa è successa all’inquilino del luogo dove è cresciuto Neil Young. A Liverpool lo stranito cicerone della casa-museo dov’è nato John Lennon ha scoperto che in coda c’era… E chi se no? Pare che durante la visita abbia esclamato: «Ehi, la sua cameretta era similissima alla mia!». Tutto vero.

Dylan non è intelligente, non nel senso che intendiamo noi. È visionario, istintivo. Un veggente imprevedibile, davvero alla Rimbaud. Mentre brancola nel buio, all’improvviso coglie qualcosa. E allora tutto questo, proprio nella sua casualità inconscia, diventa una canzone epocale. Jonathan Lethem l’ha paragonato a certi personaggi dei film dei fratelli Coen, perché anche lui è di quelle parti. Scorbutico, diffidente, capace di scrivere in una canzone una ovvietà come “L’amore fa girare il mondo”, e in un’altra un capolavoro degno di Robert Lowell come: “In the dime stores and bus stations, / People talk of situations, / Read books, repeat quotations, / Draw conclusions on the wall. / Some speak of the future, / My love she speaks softly, / She knows there’s no success like failure / And that failure’s no success at all.”

Nel conformismo codificato dei social, sembra un tipo strambo. Boomer, certo, ma anche alieno. Ha risposto a un account che gestisce un podcast sui bitcoin, ha consigliato film di Lon Chaney a uno sconosciuto senza taggarlo, ha raccontato di essere andato a un concerto di Nick Cave e ha citato un suo verso sulla gioia per poi chiosare: «Be’, qui più o meno c’è tutto» (Nick Cave ha commentato di essere stato all’oscuro riguardo alla presenza di Dylan nel pubblico e di trovare molto dylaniano, «in senso perverso», che mentre tutti emigrano su Bluesky, lui stia cominciando a scrivere su X). A questo ultimo post, ad ogni modo, ha risposto una donna che sostiene di avere ballato sul palco durante una sua vecchia esibizione proprio ai Grammy, di avere parlato brevemente con lui e di essere stata licenziata perché era vietato incrociare il suo sguardo. Dylan s’è dato la pena di rispondere: «È tutto ridicolo. La prossima volta che mi vedi per favore guardarmi dritto negli occhi».

Potrebbe scrivere qualsiasi cosa, rispondere a chiunque, perfino endorsare Trump o chissà chi. Che cosa aspettarsi da un uomo che, quando si sentì chiedere perché mai aveva suonato davanti al Papa, rispose: «Be’, di Papa ce n’è solo uno, no?».

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