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TikTok ha chiuso l’account di Bisan Owda, una delle più note e apprezzate giornaliste palestinesi, senza una spiegazione Secondo la giornalista, 1.4 milioni di follower, vincitrice di un Emmy per i suoi reportage, la versione Usa dell'app sta censurando le voci palestinesi.
È uscita la prima immagine di Paul Mescal, Barry Keoghan, Harris Dickinson e Joseph Quinn nei panni dei Beatles e in tanti li trovano piuttosto buffi Hanno colpito molto soprattutto la scodella e i baffoni sfoggiati da Barry Keoghan, che nella saga diretta da Sam Mendes sarà Ringo Starr.
L’IDF ha confermato che i morti a Gaza sono almeno 70 mila, la stessa cifra riportata dal ministero della Salute della Striscia Finora, il numero di 71,667 non era stato considerato credibile da alcuni perché fornito da Hamas. Adesso anche l'esercito israeliano lo conferma.
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Nel sottosuolo di Niscemi c’è un sistema di rilevamento delle frane di cui tutti si sarebbero “dimenticati” per 20 anni Lo si è scoperto grazie a un'inchiesta della Stampa, secondo la quale gli strumenti di rilevamento sarebbero stati installati e poi abbandonati.
Un uomo ha tentato di far evadere dal carcere Luigi Mangione usando un forchettone da barbecue e una rotella tagliapizza L'improbabile colpo tentato da un ex pizzaiolo noto alle autorità si è concluso con la sua incarcerazione nella stessa prigione di Mangione.
Dopo due mesi di silenzio, Paul Dano ha risposto ai commenti offensivi che Quentin Tarantino ha fatto su di lui Al Sundance Film Festival, Dano ha raccontato di essere estremamente grato alle persone che lo hanno difeso

Hit Me Hard and Soft, i dolori della giovane Billie Eilish

Il terzo disco della cantante è una sorta di ritorno alle origini malinconiche e macabre di When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, un'autocelebrazione più simile a un diario che a un album.

24 Maggio 2024

Si dice che il terzo sia l’album più importante per una popstar, quello che ne decreta il successo, duraturo e autorevole, oltre il fuoco di paglia. Hanno superato la prova e confermato la regola artiste come Madonna (True Blue), Mariah Carey (Music Box), Björk (Post), altre l’hanno confermate scivolando inesorabilmente dalla strada per lo stardom a quella per il tinello Norah Jones (Not Too Late), Christina Aguilera (Bionic), Lorde (Solar Power). Ci sono poi carriere che confutano tutte queste teorie da cialtroni del roxy bar, come quella di Aretha Franklin o Tina Turner, ma possiamo – per comodità – sistemarle nell’insieme delle eccezioni.

Ecco quindi, insomma, che dopo esserci goduti senza troppe fisime Future Nostalgia e Happier Than Ever, ora sia per Dua Lipa che per Billie Eilish sembra essere arrivato il momento della verità. Profetica la copertina di Radical Optimist, che vede Dua Lipa nuotare in cattive acque (con tanto squalo). Billie Eilish, invece, con Hit Me Hard and Soft ha fatto immediatamente incetta di streaming a destra e a manca, raccattando critiche entusiastiche (molte, non tutte).

Le prime registrazioni casalinghe a 13 anni, poi i primi brani pubblicati su Soundcloud (con “Ocean Eyes”, sobria e dolente, diventata virale in breve tempo), ora, all’alba del suo terzo album, a 22 anni Billie Eilish vanta già 9 Grammy e 2 Oscar (più svariati milioni di ascolti), riuscendo in quello in cui ha fallito Hannah Horvath, diventare la voce della sua generazione, e anche un po’ di più: piace alle giovani ragazze incomprese e malinconiche (“when the party’s over”, “My Future”), alle Milf deluse che passano senza successo da una delusione amorosa all’altra (“Bad Guy”), ai Millennial omosessuali che non hanno mai superato il trauma delle scuole medie (“Happier Than Ever”).

Con l’album di esordio, When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, Billie Eilish impone fin da subito un immaginario, musicale e visuale, personale e unico, giocando con suggestioni macabre (tarantole, siringhe e occhi sanguinanti) e dando voce con immagini semplici a situazioni complicate (la depressione); in “Everything I Wanted” canta di pensieri suicidi. Diventa adulta sul palco, di fronte al pubblico, la sua sessualità diventa un argomento da tabloid: il pensiero dell’immagine che gli altri hanno di lei la influenza. Con il secondo album cerca di scrollarsi di dosso la propria immagine sorprendente e inquietante, vuole dimostrare di poter essere “diversa” da sé stessa e prova un’esplorazione al di fuori della sua comfort zone, abbandona t-shirt e bermuda extra large in favore di corsetti e tacchi (gasp!) – dura poco. Nell’album sperimenta di più, gioca con l’ambizione (“Billie Bossa Nova”), e seppur con maggiore controllo resta musicalmente coerente alla sua dimensione vulnerabile e intima. Ora, con Hit Me Hard and Soft, la superstar “alternativa” torna sui suoi passi, non si sente più in dovere di dover dare spiegazioni e torna a esprimere la sua beata inquietudine, con un album “alla Billie Eilish”, riproponendo formule ormai consolidate del suo repertorio. Questa misura è al tempo stesso un grande pregio dell’album quanto un suo limite (piccolo o grande probabilmente lo capiremo più in là).

Scritto e prodotto sempre con l’inseparabile fratello, Finneas, Hit Me Hard and Soft fonde suoni elettronici con elementi acustici (rispetto al passato si aggiunge un quartetto d’archi), con deliziosi arrangiamenti vocali vaporosi e ovattati, un melange che ci riporta nuovamente in un mondo intriso di vulnerabilità, intimo e carico di aspettative e delusioni. Vocalmente Billie si muove più sicura che in precedenza tra i beat elettronici e le aperture orchestrali, come una moderna Julie London – precisa, ariosa e dolente – che incontra gli orizzonti musicali della Björk di “Jóga” (ma senza foga). Rispetto al passato si sente l’influenza del lavoro di Billie e Finneas nel mondo del cinema (“No Time To Die” per la colonna sonora di 007 e “What Was I Made For” per quella di Barbie), esperienza che rende l’impatto musicale più maturo, sicuro, ma anche più magniloquente e, talvolta, retorico (l’inizio alla Nino Rota di The Diner). Si passa da parti acustiche e delicate a outro elettronici e aggressivi, in uno schema ormai classico per gli O’Connell, quello della canzone che inizia da una parte e finisce in tutt’altra – a lungo andare qualcosa che assomiglia a un trucco, come in “The Greatest” – che ripropone lo schema di “Happier Than Ever”, senza superarla – o in “L’Amour de Ma Vie”. I testi parlano (per la prima volta) di amori lesbici, lambendo territori (anche sonori) più sensuali; in “Lunch”, canzone scelta come singolo promozionale che richiama alla mente i Gorillaz dei tempi migliori (“Feel Ggood Inc”), Billie canta «I could eat that girl for lunch / Yeah, she dances on my tongue / Tastes like she might be the one / And I could never get enough». “Birds of a Feather”, nonostante sia una canzone d’amore sepolcrale («I want you to stay / ‘Til I’m in the grave / ‘Til I rot away, dead and buried»), sa di papaia, citronella e Janet Jackson, in una dimensione di (mortifera) leggerezza nuova per Billie, che le dona molto.

Questo nuovo album è un viaggio diaristico attraverso una nuova consapevolezza, un excursus triste e maturo, consolatorio e confortevole, nel groviglio delle proprie emozioni. Restando inquieta, oscura anche senza il suo lato più smaccatamente macabro, Billie Eilish a soli 22 anni è già un classico.

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