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La prima ricerca sul disastro in Nepal ha confermato quello che tutti sospettavano: la crisi climatica c’entra eccome in quello che è successo Lo ha realizzato la climatologa Friederike Otto dell'Imperial College di Londra: per lei, i nepalesi stanno pagando una crisi provocata dalle emissioni di combustibili fossili.
Una città in Belgio ha affidato la cura dei suoi prati a un gregge di pecore e le pecore sono state così brave a curare i prati che ora il Comune assumerà altre pecore per curare i prati Si chiamano Lactose, Rayban, Pils, Domino, Katimini, Maria, Juliette e Puyu. E il Comune di Ixelles non può più fare a meno di loro nella cura del verde pubblico.
Stati Uniti e Israele hanno concluso una delle più grosse compravendite di una delle più grosse bombe di tutti i tempi Bombe che pesano tutte almeno una tonnellata, pensate per distruggere edifici interi e che quando esplodono lasciano crateri profondi 15 metri.
Macklemore ha donato tutti i soldi guadagnati nel tour di Ed Sheeran a organizzazioni umanitarie che aiutano i palestinesi Un milione di dollari a sei diverse organizzazioni umanitarie. «Una vita palestinese non vale meno di qualsiasi altra vita sulla Terra», ha detto.
JD Vance si è lanciato in un incredibile spiegone per dimostrare che Emily in Paris è la miglior serie di sempre e lo «Shakespeare della nostra epoca» Secondo il Vicepresidente la serie è «una grande critica culturale al processo decisionale dei Millennial».
Se sei l’erede di una grande dinastia della moda italiana e ti serve un direttore creativo per il tuo brand, chiami Dario Vitale Dopo l'esperienza da Versace, Dario Vitale diventa il primo creativo esterno ad assumere la guida di Emporio e degli accessori Giorgio Armani, segnando la prima vera svolta della maison dopo la scomparsa del fondatore.
Nonostante gli scienziati dicano che non funzionerà mai, diverse persone stanno pagando 200 mila euro a un’azienda australiana per far congelare i loro cadaveri nella speranza di essere resuscitati in futuro L'azienda si chiama Southern Cryonics, si trova a Holbrook, nel New Souther Wales, e ai suoi clienti propone "a chance of life extension".
Per salvare i suoi cittadini dal brainrot, Singapore ha deciso di pagarli per leggere almeno 15 minuti al giorno Quindici minuti valgono venti monete virtuali, per arrivare a un dollaro di Singapore ne servono mille, cioè cinquanta giorni di lettura.

Benedetta Barzini, la donna che visse due volte

La ex modella, oggi attivista, è la protagonista del documentario The Disappearance Of My Mother, girato dal figlio Beniamino Barrese e presentato al Sundance Film Festival.

14 Maggio 2019

È possibile realizzare il ritratto di una persona che non desidera apparire, ma sparire? E rappresentare i sentimenti contrastanti che tale desiderio può provocare nel caso questa persona sia una persona cara, più precisamente la propria madre? Beniamino Barrese risponde a queste domande con The Disappearance of my Mother, che è allo stesso tempo un documentario incentrato sulla figura di sua madre, Benedetta Barzini, e una riflessione sull’ambivalenza del ritratto e sul potere ambiguo delle immagini. Unico titolo italiano al Sundance Film Festival 2019, il film ha debuttato a fine marzo sul mercato europeo al festival di film documentari CPH:DOX a Copenhagen.

La storia di Benedetta Barzini è, di per sé, una fonte sufficientemente ricca da cui attingere per la creazione di un avvincente biopic. Proveniente da una famiglia altolocata della Milano bene, da cui si separò giovanissima, venne scoperta nelle strade di Roma e catapultata a fare la modella nella New York inquieta degli anni Sessanta. Qui fu immortalata da mostri sacri quali Irving Penn e Richard Avedon e frequentò la Factory di Andy Warhol. Sono di Benedetta gli intesi occhi neri che bucano la copertina del primo numero di Vogue Italia nel 1964. Nonostante il successo, l’insoddisfazione di essere considerata solo una “pretty face” era già presente nel suo animo. «È stato a quel punto che ho capito che la bellezza è una seccatura», ha dichiarato lei stessa l’anno scorso in un articolo-confessione su Vanity Fair. Dopo quell’epifania decise di tornare in Italia e negli anni Settanta lasciò l’attività di modella per diventare militante dell’estrema sinistra e lottare per l’uguaglianza di genere. Dagli anni Novanta insegna antropologia della moda con un approccio radicalmente femminista e anticapitalistico. «Perché l’imperfezione dà tanto fastidio?», la sentiamo chiedere ai suoi studenti universitari (in maggioranza donne) in una scena del documentario.

Ma non è la vita turbolenta di Benedetta a essere al centro dell’attenzione e nemmeno la sua immagine pubblica di donna bellissima e combattiva. Ciò che Beniamino testimonia con la sua opera prima è la battaglia privata e dal sapore testamentario di sua madre. Ora, a 75 anni, Benedetta vuole sbarazzarsi del ruolo di genitrice, modella, attivista e cittadina e desidera «andare via da quest’uomo bianco che ha devastato il mondo». Queste parole, quasi patetiche, sono in realtà rispecchiate in tutte le piccole e grandi rivoluzioni che la donna compie nella sua quotidianità e che il figlio registra ossessivamente e amorevolmente. Come per esempio rifiutarsi di usare la lavatrice con la frequenza che noi consideriamo “normale”. Oppure presentarsi al gala dove il sindaco di Milano le conferisce la medaglia d’oro di benemerenza civica con gli stessi abiti dismessi indossati in casa. E soprattutto, insistere di voler sparire senza lasciare traccia, senza telefono e carta di credito.

Benedetta Barzini fotografata da Richard Avedon per Vogue Italia 1968

Mi compare davanti – vivida e precisa come se l’avessi incontrata in carne e ossa – la figura di Lila descritta da Elena Ferrante nella sua celebre quadrilogia. Anche Lila decide di scomparire in vecchiaia dopo una vita piena e faticosa. In modo silenzioso, discreto, e allo stesso tempo categorico. Lila è coraggiosa, intelligente, dura e fragile allo stesso tempo, è capace di fendere l’esistenza in profondità ma basta uno scatto di orgoglio ferito per gettare tutto al vento. Ferrante parla di «smarginatura»: l’esperienza di Lila che trasforma la realtà di ogni giorno in un garbuglio incontenibile, in un mondo che si scioglie perdendo consistenza e senso, e che simboleggia la difficoltà di creare un’identità femminile, materna, individuale e sociale dove ciascuno di questi aspetti non sia in totale e inconciliabile contrasto con l’altro. Similmente, in un’intima intervista con la nipote Chiara per Document Journal, Barzini parla di un’idea di invisibilità che l’ha accompagnata fin da giovane: «Un senso di calma e tranquillità al pensiero che il mio corpo stesse scomparendo, che non ci fosse nessun corpo».

Il documentario è in realtà un doppio ritratto. Tanto più forte si palesa il desiderio della madre di “smarginarsi”, tanto più precisamente si delineano i contorni della personalità del figlio. Quasi come se l’energia vitale tra i due sia basata sul principio dei vasi comunicanti. L’effetto specchio di questo particolarissimo ritratto si rivela nelle scelte metafilmiche, quando il regista mette a nudo le sue intenzioni e quindi se stesso. Sono le scene più riuscite e anche le più toccanti: il casting impossibile alla ricerca di una, nessuna, centomila attrici che possano impersonificare lo spettro di sfaccettature della madre; e la sequenza finale dove Benedetta e Beniamino raggiungono una simbiosi (o una tregua?) tra quelle che sembrano esigenze, ed esistenze, agli antipodi. In molte biografie dove il protagonista è parte del film (come in Alexander Tovborg – The Knight of Faith di Andreas Johnsen e Searching Eva di Pia Hellenthal, anch’essi parte del programma di CPH:DOX) viene naturale chiedersi se chi seguiamo sullo schermo sia una persona reale o solo una maschera che si mantiene performativa e prestante, mentre l’animo si corrompe in soffitta come nel ritratto di Dorian Gray. Nel caso di Benedetta, non esiste nessuna effigie-scudo che la rappresenti, e questo la rende vulnerabile e invincibile allo stesso tempo. Le immagini l’hanno accompagnata, inseguita, a volte perseguitata. Ma non sono mai riuscite a incatenarla.

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