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06:16 giovedì 4 giugno 2026
L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.
Per festeggiare il centesimo compleanno il brand islandese 66°North si è inventato una delle campagne più riuscite degli ultimi anni Cento persone, nate ognuna in uno degli anni trascorsi dal 1926 a oggi, fotografate con addosso i loro vecchi capi 66°North, quelli a cui sono più affezionati.
Nelle praterie della Mongolia è stata costruita una galleria d’arte che sembra un’astronave precipitata sulla Terra Si chiama Praire Ark, l'ha disegnata lo studio architettonico cinese Büro Ziyu Zhuang ispirandosi alla saga di Alien di Ridley Scott.
Un tizio ha trovato per caso una demo unica di Is This It degli Strokes che la band aveva registrato e poi buttato È una prima versione dell'album, prodotta da Gil Norton, che Casablancas e compagni bocciarono e cestinarono. E che ora è miracolosamente riapparsa.
Secondo una ricerca scientifica gli uffici open space fanno male al cervello, fanno stancare di più e lavorare peggio A quanto pare ci voleva una ricerca per capire che rumore continuo, confusione incessante e assenza di spazio personale non fanno bene al cervello.
La pregiatissima collezione di vini di Stalin verrà venduta per finanziare l’apertura di una scuola di enologia in Georgia Al suo interno sono conservate più di 40 mila bottiglie, in parte prese dalle cantine degli zar e in parte scelte personalmente da Stalin.
Il prossimo film di Alice Rohrwacher sarà un adattamento del Barone rampante di Italo Calvino La regista non ha fatto in tempo a finire le riprese di Three Incestuous Sisters che è già arrivato l'annuncio del suo prossimo progetto.

Benedetta Barzini, la donna che visse due volte

La ex modella, oggi attivista, è la protagonista del documentario The Disappearance Of My Mother, girato dal figlio Beniamino Barrese e presentato al Sundance Film Festival.

14 Maggio 2019

È possibile realizzare il ritratto di una persona che non desidera apparire, ma sparire? E rappresentare i sentimenti contrastanti che tale desiderio può provocare nel caso questa persona sia una persona cara, più precisamente la propria madre? Beniamino Barrese risponde a queste domande con The Disappearance of my Mother, che è allo stesso tempo un documentario incentrato sulla figura di sua madre, Benedetta Barzini, e una riflessione sull’ambivalenza del ritratto e sul potere ambiguo delle immagini. Unico titolo italiano al Sundance Film Festival 2019, il film ha debuttato a fine marzo sul mercato europeo al festival di film documentari CPH:DOX a Copenhagen.

La storia di Benedetta Barzini è, di per sé, una fonte sufficientemente ricca da cui attingere per la creazione di un avvincente biopic. Proveniente da una famiglia altolocata della Milano bene, da cui si separò giovanissima, venne scoperta nelle strade di Roma e catapultata a fare la modella nella New York inquieta degli anni Sessanta. Qui fu immortalata da mostri sacri quali Irving Penn e Richard Avedon e frequentò la Factory di Andy Warhol. Sono di Benedetta gli intesi occhi neri che bucano la copertina del primo numero di Vogue Italia nel 1964. Nonostante il successo, l’insoddisfazione di essere considerata solo una “pretty face” era già presente nel suo animo. «È stato a quel punto che ho capito che la bellezza è una seccatura», ha dichiarato lei stessa l’anno scorso in un articolo-confessione su Vanity Fair. Dopo quell’epifania decise di tornare in Italia e negli anni Settanta lasciò l’attività di modella per diventare militante dell’estrema sinistra e lottare per l’uguaglianza di genere. Dagli anni Novanta insegna antropologia della moda con un approccio radicalmente femminista e anticapitalistico. «Perché l’imperfezione dà tanto fastidio?», la sentiamo chiedere ai suoi studenti universitari (in maggioranza donne) in una scena del documentario.

Ma non è la vita turbolenta di Benedetta a essere al centro dell’attenzione e nemmeno la sua immagine pubblica di donna bellissima e combattiva. Ciò che Beniamino testimonia con la sua opera prima è la battaglia privata e dal sapore testamentario di sua madre. Ora, a 75 anni, Benedetta vuole sbarazzarsi del ruolo di genitrice, modella, attivista e cittadina e desidera «andare via da quest’uomo bianco che ha devastato il mondo». Queste parole, quasi patetiche, sono in realtà rispecchiate in tutte le piccole e grandi rivoluzioni che la donna compie nella sua quotidianità e che il figlio registra ossessivamente e amorevolmente. Come per esempio rifiutarsi di usare la lavatrice con la frequenza che noi consideriamo “normale”. Oppure presentarsi al gala dove il sindaco di Milano le conferisce la medaglia d’oro di benemerenza civica con gli stessi abiti dismessi indossati in casa. E soprattutto, insistere di voler sparire senza lasciare traccia, senza telefono e carta di credito.

Benedetta Barzini fotografata da Richard Avedon per Vogue Italia 1968

Mi compare davanti – vivida e precisa come se l’avessi incontrata in carne e ossa – la figura di Lila descritta da Elena Ferrante nella sua celebre quadrilogia. Anche Lila decide di scomparire in vecchiaia dopo una vita piena e faticosa. In modo silenzioso, discreto, e allo stesso tempo categorico. Lila è coraggiosa, intelligente, dura e fragile allo stesso tempo, è capace di fendere l’esistenza in profondità ma basta uno scatto di orgoglio ferito per gettare tutto al vento. Ferrante parla di «smarginatura»: l’esperienza di Lila che trasforma la realtà di ogni giorno in un garbuglio incontenibile, in un mondo che si scioglie perdendo consistenza e senso, e che simboleggia la difficoltà di creare un’identità femminile, materna, individuale e sociale dove ciascuno di questi aspetti non sia in totale e inconciliabile contrasto con l’altro. Similmente, in un’intima intervista con la nipote Chiara per Document Journal, Barzini parla di un’idea di invisibilità che l’ha accompagnata fin da giovane: «Un senso di calma e tranquillità al pensiero che il mio corpo stesse scomparendo, che non ci fosse nessun corpo».

Il documentario è in realtà un doppio ritratto. Tanto più forte si palesa il desiderio della madre di “smarginarsi”, tanto più precisamente si delineano i contorni della personalità del figlio. Quasi come se l’energia vitale tra i due sia basata sul principio dei vasi comunicanti. L’effetto specchio di questo particolarissimo ritratto si rivela nelle scelte metafilmiche, quando il regista mette a nudo le sue intenzioni e quindi se stesso. Sono le scene più riuscite e anche le più toccanti: il casting impossibile alla ricerca di una, nessuna, centomila attrici che possano impersonificare lo spettro di sfaccettature della madre; e la sequenza finale dove Benedetta e Beniamino raggiungono una simbiosi (o una tregua?) tra quelle che sembrano esigenze, ed esistenze, agli antipodi. In molte biografie dove il protagonista è parte del film (come in Alexander Tovborg – The Knight of Faith di Andreas Johnsen e Searching Eva di Pia Hellenthal, anch’essi parte del programma di CPH:DOX) viene naturale chiedersi se chi seguiamo sullo schermo sia una persona reale o solo una maschera che si mantiene performativa e prestante, mentre l’animo si corrompe in soffitta come nel ritratto di Dorian Gray. Nel caso di Benedetta, non esiste nessuna effigie-scudo che la rappresenti, e questo la rende vulnerabile e invincibile allo stesso tempo. Le immagini l’hanno accompagnata, inseguita, a volte perseguitata. Ma non sono mai riuscite a incatenarla.

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Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, collezionista e fondatrice della Fondazione che porta il suo nome, racconta trent'anni di arte contemporanea – e il sogno veneziano diventato realtà.