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Zohran Mamdani ha indossato una giacca custom di Carhartt molto stilosa per spalare la neve a New York Modello "Full Swing Steel", colore nero, sulla parte interna del collo ricamata la scritta "No problem too big, no task too small".
Werner Herzog ha spiegato il vero significato del “pinguino nichilista”, la scena del suo documentario Encounters at the End of the World diventata un popolarissimo meme Lo ha fatto con un reel su Instagram, in cui racconta di essere affascinato tanto dal comportamento dell'animale quanto da quello di chi ne ha fatto un meme.
In Iran stanno arrestando i medici che hanno curato i manifestanti feriti durante le proteste Almeno nove medici sarebbero stati arrestati come ritorsione per aver curato persone ferite. Uno rischierebbe addirittura la pena di morte.
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C’è un video in cui si vede un altro violento scontro tra gli agenti Ice e Alex Pretti avvenuto 11 giorni prima della sua morte Tre nuovi video rivelano che Pretti era già stato aggredito e ferito da agenti ICE, in uno scontro molto simile a quello in cui poi ha perso la vita.
All’Haute Couture di Parigi, Schiaparelli ha fatto indossare all’attrice Teyana Taylor i gioielli rubati al Louvre Erano però una copia, ricreata per la maison dallo stilista Daniel Roseberry, che ha detto «avevo solo voglia di divertirmi un po'».
La polizia iraniana sta dando la caccia ai dispositivi Starlink nel Paese per impedire alle persone di riconnettersi a internet E, ovviamente, chiunque venga trovato in possesso di uno dispositivo Starlink viene arrestato. Sono già in 108 in carcere per questo motivo.

Avetrana è troppo true per essere un crime

Il problema della serie Disney+ non sono le vicissitudini giudiziarie o le locandine alla Maccio Capatonda: è non riuscire a rendere giustizia a uno dei più assurdi casi di cronaca nera della storia d'Italia.

04 Novembre 2024

«L’effetto Streisand è un fenomeno mediatico per il quale un tentativo di censurare o rimuovere un’informazione ne provoca, contrariamente alle attese, l’ampia pubblicizzazione», dice Wikipedia. Penso sia venuto in mente a tutti, o perlomeno a molti, quando abbiamo letto la notizia del blocco della messa in onda della serie televisiva basata sull’omicidio di Sarah Scazzi. Era già partita col piede storto, quando poche settimane prima dell’uscita, programmata per il 25 ottobre e poi spostata al 30 dopo il ricorso del sindaco di Avetrana, Maccio Capatonda aveva ringraziato per l’omaggio, presumibilmente involontario, che la locandina di Qui non è Hollywood aveva fatto al suo Omicidio all’italiana. Se la serie Disney+ voleva giocare d’anticipo col grottesco, temo ci sia riuscita.

Che l’effetto Streisand ci sia stato, anche solo per la notiziabilità della polemica polarizzata tra indignati e libertari, non è in dubbio. Che a questo effetto corrisponda anche il «boom di ascolti» che decantano alcuni titoli resta tutto da scoprire: se solo le piattaforme di streaming condividessero i loro dati in modo trasparente, potremmo sapere a cosa corrisponde davvero la dicitura «al primo posto tra le dieci serie televisive su Disney+ più viste in Italia», che è un po’ come dire «al primo posto tra i dieci partecipanti del torneo di ping pong dell’oratorio sotto casa mia»; fa il suo effetto, ma chissà cosa combinano con quelle racchette all’oratorio del quartiere accanto. Di questa fumosità però non si può certo incolpare solo la piattaforma di Mickey Mouse, dato che è un’abitudine diffusa tra chi fornisce servizi di streaming. E, sempre per contestualizzare, Qui non è Hollywood si inserisce perfettamente nel trend recente delle suddette piattaforme che riciclano grandi temi e stili della televisione generalista servendoceli sul piatto d’argento della qualità: Unica che è una lunga puntata di Verissimo, Inganno che è una fiction vecchia scuola Rai 1, e ora la serie su Avetrana, che dovrebbe essere una puntata di Un giorno in pretura con la color correction di The Bear.

Il problema con Qui non è Hollywood, polemiche a parte, infatti, è proprio che esistono già Un giorno in pretura, Chi l’ha visto? e Storie maledette, giusto per citare alcuni dei titoli più centrali per la grande narrazione popolare del true crime all’italiana. E per quanto filologicamente accurata e precisa sia la serie, ahimè, evitare l’effetto cosplayer della famiglia Misseri, nel momento in cui esistono immagini e suoni reali, scolpiti nell’immaginario collettivo – non dimentichiamo che «Ho stato io col trattore» è uno dei primi meme nati da un episodio di cronaca nera –, è complesso. Una missione che si risolve a tratti in un inevitabile tracollo labranchiano di emulazione fallita e tragicomica, rischio che sta in agguato dietro l’angolo, in questo caso, quello della celebre villetta in Via Deledda, là dove il fioraio giurò di aver visto Sarah presa con forza da Sabrina e Cosima per poi smentire dicendo che si trattava di un sogno.

Cercando di essere obiettivi: come si fa a creare qualcosa di più cinematografico e pittoresco di un processo in cui un uomo dalle fattezze del tutto normali viene osannato come il più bello e conteso del paese, al punto di essere soprannominato «Il Dio Ivano»? Come si supera, senza fare il giro, l’espressività delle decine di interviste condite da accorati appelli rilasciate da Sabrina Misseri durante il mese in cui Sarah Scazzi era ancora data per dispersa? Non tutti i casi di cronaca nera diventano casi mediatici, e le ragioni per cui il delitto di Avetrana ha scavallato qualsiasi principio di deontologia e comune buon senso è che, spiace dirlo, era già una serie televisiva in partenza, senza bisogno di regia se non quella del corso naturale che gli eventi assurdi hanno preso, a partire dal gruppo Facebook per ritrovare Sarah, passando dal cellulare capitato per caso tra le mani di Zio Michele e arrivando fino ai testimoni di Geova.

E difatti, Qui non è Hollywood, titolo che per tutta la durata dei sei episodi non sono riuscita a non cantare con la voce di Stash Fiordispino sulle note di Italodisco, già dal nome si vorrebbe scagliare contro gli sciacalli che planarono con avidità sul piccolo comune nel tarantino da quel fatidico 26 agosto del 2010 in poi. Le troupe, i giornalisti, i voyeuristi, il ritrovamento del cadavere in diretta tv e tutto il circo mediatico che si è acceso attorno alle cugine Sabrina e Sarah e all’orco Michele Misseri, che col suo cappello da pescatore è diventato icona del dark humor da proto-internet, sono parte fondamentale del racconto corale di QNEH. Il dubbio però sorge: non è chiaro in che modo la serie dovrebbe essere diversa da quel brusio di sottofondo che ha inquinato una storia già di per sé estremamente torbida. O il titolo, con o senza le coordinate geografiche della discordia, contiene nella litote il senso stesso dell’operazione, un po’ Non è la Rai, un po’ Non è La D’Urso?

Certo è che, per quanto non sia Hollywood né i Disney Hollywood Studios, di impegno cinematografico nella serie ce n’è tanto. Cast di alto livello, performance notevoli, somiglianze inquietanti, ricostruzioni plausibili, momenti cult del genere che imboccano agli spettatori il tono del dramma in corso: dall’inequivocabile segno che preannuncia la morte di una protagonista, in questo caso Sarah, ossia la scena della ragazza che trasognata e ignara del suo destino imminente tira fuori la testa dal finestrino per respirare il vento della vita, alla didascalica Exit music (for a film) dei Radiohead posizionata niente di meno che alla fine di una puntata, quando viene ripescato il corpo della vittima dal pozzo. Avetrana non sarà Hollywood, ma come set per il genere se la cava molto bene. Effetto Streisand permettendo, mi sembra chiaro che a questo punto non resta che aspettare il prossimo comune sperduto della provincia italiana che, dopo essere diventato un plastico da Bruno Vespa e il titolo di una puntata di Indagini, si troverà anche le troupe di Disney+ a girare la nuova serie true crime di qualità. Se posso dare un umile suggerimento ai grandi colossi dello streaming, eviterei Cogne.

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