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L’universo fuori posto di Annie Ernaux

I libri della vincitrice del Premio Nobel per la letteratura costituiscono una lunga autobiografia sociale che chiama in causa la famiglia, l'esclusione, la Francia più periferica, il ruolo delle donne.

07 Ottobre 2022

Una delle prime cose che ho fatto è stata digitare sulla tastiera «Auchan» e «Cergy» e cliccare su Street View. Appena il segretario permanente dell’Accademia di Svezia ha annunciato che Annie Ernaux aveva vinto il Nobel per la Letteratura, ma che non erano ancora riusciti ad avvisarla al telefono, il mio pensiero è andato a uno dei luoghi simbolo dell’autrice francese, almeno nell’ultima parte della sua produzione letteraria. Magari, ho pensato, proprio in quel momento Annie Ernaux si trovava all’Auchan a fare la spesa e, tra gli avvisi all’altoparlante e la musichetta in filodiffusione, non aveva sentito il cellulare. Può capitare a tutti, anche a una neo Nobel, no?

Quello sull’Auchan di Cergy, il «Cremlino di mattoni», è stato l’ultimo libro di Ernaux che ho letto, qualche mese fa. Il titolo è Guarda le luci, amore mio, e sono certa che qualcuno lo avrà classificato come un Ernaux «minore». A mio parere, sbagliando. Il primo, invece, era stato Gli anni, da molti considerato il suo capolavoro. Ero io, però, a non essere pronta. Erano, quelli, tempi in cui cercavo soprattutto immagini alle quali aderire, e la foto di gruppo scattata da quelle pagine, che si prefiggevano di ricostruire la memoria di un intero Paese, mi era parsa eccessivamente generica, affollata. Miravo, esigevo, primissimi piani. Quando è arrivato Il posto mi son detta “ci siamo”. Fin dalle prime pagine, mi aveva introdotta in un mondo, immenso nella sua minuscolezza, che si era trasformato istantaneamente in topos: il bar-alimentari che i suoi genitori, i Duchesne (Ernaux è il cognome dell’ex marito), avevano gestito per anni a Yvetot, il paesotto della Normandia dove era cresciuta e che avrebbe ossessivamente raccontato nei successivi cinquant’anni.

All’inizio del Posto, lei è da poco diventata insegnante di ruolo (avrebbe poi insegnato in diversi licei) quando suo padre muore a sessantasette anni, un passo dalla pensione, una domenica pomeriggio. Ernaux lo dice così: «Mia madre è comparsa in cima alle scale. Si tamponava gli occhi con un tovagliolo che probabilmente aveva portato con sé quando era salita in camera dopo pranzo. Con voce neutra ha detto: “È finita”». Ora che lo rileggo a distanza di anni, penso sia stato proprio quel tovagliolo – non un Kleenex, non un fazzoletto, proprio un tovagliolo, magari macchiato di minestra – a farmi pensare, ci siamo. Per Ernaux la scrittura è sempre stata un mezzo per raggiungere il reale, e poco cose sono più reali di un tovagliolo sporco con il quale tamponarsi le lacrime per un marito appena morto. Quel padre lì, che si faceva fotografare con le cose di cui andava orgoglioso – il negozio, la bicicletta, la Renault 4 poi. Quella madre lì, la cui infanzia era stata «un appetito mai sazio» – anche se questo lo scrive in Una donna, dove dice anche: «Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo». Ecco, quei genitori lì erano i miei genitori. E non lo erano mai stati. Da lì in poi, l’universo Ernaux mi si è srotolato davanti e non ho mai avuto la tentazione di abbandonarlo.

È stato sempre nel Posto che mi si è svelata per la prima volta una parola comunissima eppure chiave nella scrittura di Ernaux, «vergogna», quel «timore di essere fuori posto». Di quella vergogna, così dolorosamente dissezionata fino a mostrarne il meccanismo più nascosto, sarei andata alla ricerca, come una detective delle miserie umane, in ogni suo libro: in Memoria di ragazza (sulla sua prima esperienza sessuale) c’è; in L’altra figlia (quando scopre di avere avuto una sorella morta prima che lei nascesse) c’è; in La donna gelata (dove il gelo è il matrimonio, e infatti non ha mai più voluto sposarsi, e dove scrive: «Le donne della mia vita parlavano tutte a voce alta, avevano corpi trascurati, troppo grassi o troppo scialbi, dita ruvide, volti senza un filo di belletto o altrimenti truccati in modo esagerato, vistoso, con grandi chiazza sulle guance e sulle labbra») c’è. In massimo grado c’è in L’evento, che racconta di un aborto clandestino messo poi in pellicola dalla regista Audrey Diwan, e in un altro suo libro intitolato proprio così, La vergogna: lì parla di violenza domestica, una tipologia che, se esistesse una scala Richter della vergogna, sfiorerebbe il livello massimo. Sulla vergogna, un’altra scrittrice francese, Nathalie Léger, una volta mi disse una cosa interessante: «La vergogna è sempre un’ustione ereditata, ciò che crea quel sistema di lealtà e di promesse non dette alle quali si resta incatenati. E il romanzo, la letteratura, esistono per questo, perché per confessare bisogna mentire». E se è, come è, qualcosa di ereditato, la prima vergogna è quella per la propria famiglia, il posto da dove si proviene. La prima vergogna è vergogna di classe.

Parte della motivazione dell’Accademia dice: «Con grande coraggio e acutezza clinica, Annie Ernaux ha rivelato l’agonia dell’esperienza di classe e descrivendone la vergogna, l’umiliazione, la gelosia o l’incapacità di vedere chi si è, ha realizzato qualcosa di ammirevole e duraturo». Nel saggio Scrivere è dare forma a un desiderio (Castelvecchi), rifacendosi al suo maestro, il sociologo Pierre Bourdieu, Ernaux dice che non potrebbe immaginare una forma letteraria slegata dai rapporti sociali, dove l’io di chi scrive è solo uno dei vari nodi. In una delle due interviste che ho avuto la fortuna e l’onore di farle, ha spiegato, riferendosi al 1971: «Mi resi conto che provenendo dal popolo ed essendo stata una borsista, non facevo parte dei cosiddetti “eredi” delle élite che, a scuola, riuscivano ad appropriarsi con facilità di quella che era la cultura “generale”. Questa presa di coscienza fu molto importante per me e mi spinse a scrivere il mio primo libro, Gli armadi vuoti». Poche scrittrici come Ernaux – una è di sicuro Dorothy Allison, un’altra Elena Ferrante – hanno saputo entrare con uguale affilata precisione all’interno dei rapporti di classe, eviscerarli, svergognarli, ed è significativo il fatto che Alberto Prunetti, autore dell’importante lavoro seminale sulla letteratura working class Non è un pranzo di gala (appena uscito per minimum fax), la citi come esempio di «transfuga di classe» (con Didier Eribon ed Édouard Luis) e come scrittrice con un background working class.

Dopo un lungo percorso a scandagliare in lungo e in largo quel luogo acquatico e cangiante che è la memoria personale, Ernaux ha iniziato ad annettere un tipo di patrimonio più collettivo, e lo ha fatto usando soprattutto i discorsi e le parole delle persone. Arriva a questo punto, nel 2008, Gli anni, a occupare un importante tassello all’interno di quell’ampia «autobiografia sociale», così è stata chiamata l’opera di Ernaux, di cui fa parte anche Guarda le luci, amore mio, il libro sull’Auchan dal quale sono partita, dove un ipermercato di periferia diventa osservatorio privilegiato del mondo e delle persone in un’ottica sociale e, quindi, politica. Nello stesso filone si possono leggere anche opere come Journal de dehors e La vie exterieur, che trattano «oggetti considerati indegni della lingua letteraria» come i viaggi sulla Rer, i parcheggi e, appunto, i supermercati. In Journal scrive: «Più nessuna descrizione, nessuna storia. Solo degli istanti, degli incontri. Un etno-testo». E di fronte a una materia così incandescente – la vita, le vergogne, le fatiche, le miserie –, l’unica arma di Ernaux è stata un tipo di scrittura essenziale, piatta, che mi ha spiegato così: «La mia scrittura piatta è nutrita dalle sensazioni, che restano, però, dietro le parole». Parole-schermo, dunque.

Dal posto in cui è nata, Ernaux ha cercato di fuggire come si fa dagli incendi. La sua salvezza è stata la Grande Città, Parigi e tutte le meraviglie stipate là dentro, i salotti, la bourgeoisie, le lucine, la letteratura alta. A un certo punto però, la sua strada – come quella di tanti, in realtà – ha fatto un’inversione a u, e allora la sua scelta è caduta su un posto, che potrebbe essere qualunque posto ma che si chiama Cergy, a 40 minuti con la Rer A dal centro di Parigi, e su una casa con un grande giardino sul fiume Oise. Più volte ho fantasticato su quel giardino, soprattutto da quando lei stessa me ne aveva parlato durante la nostra prima intervista.

Al telefono Annie Ernaux ha una voce di ragazza, e io mi ero molto emozionata quando avevo sentito il suo allô dall’altra parte del filo – la immaginavo, non so perché, aggrappata a una pesante cornetta di bachelite, immersa in una poltrona di velluto lisa sui braccioli, a guardare con quei suoi occhi liquidi oltre la portafinestra aperta sui salici del giardino. La voce è una delle cose che cambiano meno di noi mentre gli anni corrono, e se tutto il resto prima o poi si disfa e ci trasfigura, la voce è l’unica in grado di opporre una piccola resistenza. Quella, ho immaginato anche, era la stessa voce della giovane donna che aveva vissuto i fatti raccontati in L’evento o in Memoria di ragazza.

E così, quella ragazza scappata dalle fiamme ora ha vinto il Nobel per la Letteratura, che notizia! E si spera che questa volta saranno in pochi a dire «Ernaux chi?». Doveva essere il turno di Salman Rushdie, si mormorava, ma si sa, l’Accademia ha ragioni che la ragione non comprende e viceversa, e i fatti del mondo, soprattutto loro, hanno scarsissime chance di riuscire a intrufolarsi dietro la porta chiusa più fotografata del mondo. Ogni volta che, in questi ultimi anni, il Nobel è andato a una delle scrittrici che hanno contribuito a darmi forma – ed è successo finora quattro volte: Alice Munro, Olga Tokarczuk, Louise Glück ed Ernaux, perché quando è stato il turno di Szymborska e Aleksievic io, per eccesso di gioventù o di stoltezza, non le avevo ancora lette – mi sono sentita contenta come se un pezzettino di quella luce fosse anche mia. E di tutte, tutte quante, le altre invisibili che mi hanno preceduta e mi succederanno. Una rivincita, anzi di più, una speranza. «Un aiuto a comprendere, e sopportare, ciò che accade e ciò che facciamo», scrive la Nobel in Memoria di ragazza.

Prima di chiudere questo pezzo, nel quale, pur nella lungaggine, non sono riuscita a parlare del femminismo di Ernaux – i suoi  testi sono stati paragonati, per impatto, a quelli di Simone de Beauvoir, e quando le chiesi quale fosse lo stereotipo più difficile da superare per una donna rispose «la sottomissione. Il fatto che siamo troppo gentili con gli uomini, li perdoniamo e accettiamo tutto nonostante loro non facciano altrettanto nei nostri confronti» – faccio in tempo a vedere un brevissimo video in cui si vede Annie, sciarpa e calze rosse, che attraversa con il passo cauto di una signora di 82 anni il giardino di casa sua a Cergy e raggiunge i giornalisti che le chiedono un commento sul premio. Ma lei è sopraffatta, incredula: «Non ci riesco. Sono felice, e orgogliosa. È tutto». È commossa. Commuove. E quelli, comunque, non sono salici.

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