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Negli Stati Uniti già 70 città hanno imposto il divieto di costruzione di nuovi data center Divieti più o meno lunghi, più o meno temporanei, ma sempre più diffusi. Tra le città che ne hanno già imposto uno ci sono New York, Denver, New Orleans, Seattle e Minneapolis.
In Svezia la denatalità è così grave che si sta pensando di introdurre la fecondazione assistita “di Stato” Al momento il Servizio Sanitario Nazionale copre i costi per sei tentativi alle persone senza figli. L'attuale governo vuole coprire i costi di tutti i tentativi, per tutti.
Il nuovo disco degli Xiu Xiu è un “adattamento musicale” di Eraserhead di David Lynch Dopo aver dedicato un disco a Twin Peaks, la band ne fa uno tutto incentro sull'opera prima di Lynch. Esce il 10 luglio, si intitola Eraserhead Xiu Xiu.
I Mondiali negli Stati Uniti stanno avendo un grosso problema con i permessi di soggiorno e i controlli agli aeroporti Visti negati a calciatori e arbitri, controlli severissimi, tifosi che scoprono all'improvviso di non poter più entrare negli Usa. Senza che ci sia una spiegazione ufficiale.
A Roma e Firenze si terranno i raduni dei gratuitisti, “allievi” di Mark Fisher che vogliono la settimana lavorativa di 24 ore, salario minimo di 1560 € e reddito di base universale Rispettivamente il 12 e il 13 giugno, due incontri a base di un po' meme, un po' di politica e un po' di filosofia per immaginare un mondo postlavorista.
Se vi è piaciuto Obsession di Curry Barker, sappiate che su YouTube si può vedere gratuitamente il suo primo film, Milk & Serial Prima di sbancare il botteghino, Barker ha pubblicato questo lungometraggio su YouTube, accumulando più di tre milioni di visualizzazioni.
Yorgos Lanthimos ha detto che da ora in poi vuole fare il fotografo perché il cinema l’ha fatto andare in burnout «In questo momento mi chiedo: farò altri film? Non lo so, vedremo», ha detto in un'intervista al Financial Times.
Ci sono molte cause giudiziarie strane, ma poche sono strane come quella tra il brand Patagonia e la drag queen Pattie Gonia Il brand sostiene che l'artista avrebbe violato il diritto d'autore, l'artista accusa il brand di voler limitare la sua libertà d'espressione. Vedremo che cosa ne pensa il giudice.

Andor, uno Star Wars in cui si scopa

Oggi arriva su Disney+ l'ultimo episodio della prima stagione della serie creata e diretta da Tony Gilroy, che in dodici puntate ha portato la saga dove nessuno aveva mai osato prima.

23 Novembre 2022

Dal 1977 a oggi, nella galassia lontana lontana di Star Wars nessuno ha mai scopato. In 55 anni e un’infinità di storie raccontate su ogni mezzo – cinema, tv, romanzi, fumetti, videogiochi, giochi di ruolo e da tavolo – il massimo piacere della carne concesso ai personaggi della saga è stato un bacio sulla bocca. In Star Wars ci si bacia, ci si abbraccia, si dorme assieme, si fanno figli assieme ma non si scopa. Poi su Disney+ è arrivato Andor e in Star Wars il sesso: la prima scena di Andor è ambientata in un bordello, con tanto di barista provocante, clienti molesti, matrona ammiccante sempre pronta a snocciolare l’elenco delle grazie delle sue ragazze. Nella galassia lontana lontana quindi non solo si scopa ma per scopare si è disposti anche a pagare. «Si capiscono un bel po’ di cose quando all’inizio del primo episodio si ci ritrova a dire “Whoa! Ok, quindi è così che sarà questo show”», ha detto in un’intervista a Rolling Stone il creatore e showrunner della serie Tony Gilroy. Una scena per cambiare Star Wars, due per stravolgerlo: uscito dal bordello senza aver scoperto nulla della sua perduta sorella minore, Cassian – Andor, il protagonista della serie – uccide l’equivalente intergalattico di due guardie giurate, soldati dell’esercito privato della Preox-Morlana, una delle aziende alle quali l’Impero appalta la gestione dell’ordine pubblico in pianeti minori come Morlana One. Siamo al decimo minuto del primo episodio e il protagonista di Andor è già un puttaniere, un assassino e un fuggitivo. «Volevo pervertire Star Wars», ha ripetuto in più occasioni Gilroy.

Oggi su Disney+ è arrivato il dodicesimo e ultimo episodio della prima stagione di Andor, ma la perversione di Star Wars Gilroy l’ha già compiuta da un pezzo. L’iconoclasta in lui lo avevamo conosciuto subito, nelle interviste concesse dopo i primi episodi dello show. Ma perché in Andor nessuno sa chi sono i Jedi, gli chiedevano tutti. Ma davvero non vedremo nemmeno una spada laser, gli ripetevano in continuazione. «Sono argomenti già trattati», rispondeva lui con il tono notarile di chi sa che per i fan(atici) di Star Wars non c’è uomo peggiore di quello che ignora le loro ossessioni d’infanzia. E allora di cosa parla Andor, se non ci sono Jedi e le spade laser e i Sith e la Forza e le guerre stellari? «Parla di oppressione. Parla di colonialismo. Parla dell’abuso di potere. Parla di rivoluzione. Parla di ciò che succede dalla prima volta che un gruppo di persone si è ritrovato nella piazza del paese», ha detto Gilroy cercando di spiegare perché la storia della Ribellione non può essere che quella di tutte le ribellioni. Gilroy ha anche avuto il coraggio – chi conosce i fan di Star Wars sa che di coraggio vero si è trattato – di ammettere che la sua principale ispirazione per Andor non l’ha trovata nel canone di Guerre stellari: Andor è la sua versione di The Winds of War di Herman Wouk, epopea bellica, racconto epistolare del mondo dall’invasione della Polonia del ’39 all’attacco a Pearl Harbor nel ’41. C’è la dittatura totalitaria dell’Impero Sith e c’è la resistenza dei primi partigiani della Ribellione, sullo sfondo si vede la guerra che verrà tra queste forze: Andor è, in effetti, una trasposizione quasi fedele del romanzo di Wouk. Ma a differenza di Winds of War, i fatti qui occupano uno spazio minore e il racconto sta tutto nei suoi protagonisti, figure minori che si muovono ai margini della Storia con la S maiuscola, faccendieri che osservano da terra gli eroi che combattono tra le stelle. Se la storia di Andor è quella di Winds of War, i suoi protagonisti – Cassian soprattutto ma non soltanto – sono quelli della Spia che venne dal freddo di le Carré, lo stesso branco di sporchi squallidi bastardi, ominicchi, ubriaconi, ambigui, mariti cornuti, pubblici ufficiali che giocano a “Cowboy e indiani” per ravvivare le loro miserabili vite che Leamas sconfessava preso dalla rabbia e dall’autocommiserazione.

«Voglio che siate veri e voglio che vi dimentichiate di Star Wars», ha detto Gilroy a cast e troupe nei primi giorni di riprese di Andor, quando ha notato che le persone tendevano a cambiare il loro modo di fare, dire e pensare le cose quando si trattava di fare, dire e pensare cose relative a Star Wars. Un lavoro che ha fatto lui per primo e su se stesso: Gilroy lo conosciamo come lo sceneggiatore dell’Avvocato del diavolo, di Armageddon, della trilogia di Jason Bourne, di Michael Clayton, ma è stato anche la mente e la mano – quando Disney si accorse che il film non andava bene, affidò a lui il compito di aggiustarlo rigirando certe scene – dietro Rogue One, il film che racconta il gruppo di ribelli (di cui Cassian Andor faceva parte) che rubò i piani della prima Morte Nera, distrutta poi da Luke Skywalker in Una nuova speranza proprio grazie alle informazioni contenute in quei piani. Al suo cast e alla sua troupe ha detto di fare come lui, che ha accettato di lavorare a un film di Star Wars come a tutti gli altri film della sua vita. Non era un fan della saga – «Non che la odiassi, semplicemente non mi interessava» – e questo gli ha permesso di realizzare forse l’unico film dignitoso della terza era di Star Wars. «Ho fatto le cose a modo mio e alla fine ho vinto».

Ha fatto le cose a modo suo anche con Andor, Gilroy. In controtendenza rispetto al resto dell’industria cinematografica hollywoodiana e al nuovo corso di Star Wars, ha insistito per girare tutta la serie on location invece che in studio, limitando al minimo indispensabile gli inserti di Cgi e costruendo enormi – e costosissimi – set. Perché l’uso/abuso della Cgi costringe a “fissare” la scena prima di girarla, permettendo poi aggiustamenti solo in post produzione. Gilroy, come dai suoi attori e dai suoi collaboratori, voleva che i suoi set fossero veri. E i set di Andor – e la foggia dei costumi di Kate O’ Farrell e i design degli oggetti, degli edifici, delle città di Luke Hull – sono portatori di messaggi: il degrado esistenziale della vita sotto l’Impero è nel sottobosco urbano di Morlana One, così simile alla Los Angeles costruita da Ridley Scott per Blade Runner; il totalitarismo Sith sta nel brutalismo di vetro e acciaio di Coruscant, la città del potere politico ed economico che sembra il futuro di Londra, di New York, di Shanghai; la ribellione sta nelle foreste rigogliose che ricalcano l’Amazzonia, nelle sbarre di prigioni fatte con la stessa lega metallica di quelle di Rikers Island, nelle strade affollate di una metropoli che assomiglia una volta alla Miami di Michael Mann, un’altra alla Belfast del Dopoguerra e un’altra ancora ad Amsterdam negli anni Venti. Tra i grandi meriti di Andor e di Gilroy c’è l’aver restituito finalmente ampiezza, vastità e varietà a un universo che sembrava ormai composto solo dall’infinita ripetizione della stessa città, dello stesso deserto, della stessa foresta.

Ma, soprattutto, Andor e Gilroy hanno il merito di aver liberato Star Wars dal peso della sua stessa leggenda e di aver costruito una storia depurata da costanti, incestuosi riferimenti a se stessa. «Io sono il classico tizio bianco fissato con la storia. Negli ultimi quindici anni ho letto solo saggistica», ha raccontato Gilroy a The Hollywood Reporter, smentendo subito quelli che lo volevano intento a omaggiare Battlestar Galactica. È dalla saggistica che ha preso l’idea per una delle scene fondamentali della serie, quella della rapina. E siccome l’iconoclasta in lui lo avevamo conosciuto subito, di tutte le rapine di cui ha letto negli ultimi quindici anni, ne ha scelta una avvenuta in una banca georgiana nel 1907. I soldi rubati sarebbero stati inviati a Vladimir Lenin per pagare i costi della rivoluzione d’ottobre. Il capo della banda di ladri si chiamava Josip Stalin. «Le rivoluzioni costano. La gente deve mangiare, deve aver armi. Bisogna trovare il modo di comprare quello che serve», ha spiegato Gilroy. Non un pranzo di gala e nemmeno la nobile impresa raccontata da George Lucas alla fine degli anni Settanta. Le Star Wars di Andor sono una perversione di ciò che sono state fin qui le Star Wars di tutti gli altri. Proprio come voleva Gilroy.

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