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In Giappone c’è un nuovo problema di ordine pubblico: il butsukari, cioè persone che all’improvviso e senza motivo spingono a terra il prossimo Le vittime predilette sono donne e bambini. Le cause, al momento, sconosciute. I video sui social che ritraggono le aggressioni, moltissimi.
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L’amicizia femminile è tornata

Da Piccole Donne di Greta Gerwig a Fleabag, come le donne stanno raccontando il legame tra loro al cinema e nelle serie tv.

03 Gennaio 2020

«You are the only one I can tell», sei l’unica a cui posso dirlo. Enunciato caposaldo dell’amicizia femminile, simbolo di fiducia reciproca a cui la linguista Deborah Tennen ha dedicato l’omonimo libro nel 2017. Sei l’unica a cui posso dire che «mi travesto da animale per vincere la timidezza», rivela la donna lupo a Ruth nella seconda stagione di Glow. «Che l’amore ti fa dubitare di tutto, e tu non sei più qui per sentirmelo raccontare», riflette la protagonista di Fleabag pensando alla sua Boo; e che «io voglio realizzarmi nei miei racconti, e non nel matrimonio». Sono le parole di Jo, tra le protagoniste del nuovo adattamento cinematografico di Piccole donne di Louise May Alcott (nelle sale italiane dal prossimo 9 gennaio) con cui Greta Gerwig, tornando alla regia dopo Lady Bird, ha interpretato una tendenza che è cresciuta nell’ultimo anno: quella che vede l’amicizia femminile al centro della scena. Confusa, appassionante, rivelatrice quale è stata per anni quella che Hollywood ha riservato soltanto agli incontri amorosi tra uomini e donne, dal piccolo al grande schermo le ragazze si sono liberate dal loro orbitare attorno a un protagonista maschile. Si sono emancipate, rispetto a quelle pellicole che le hanno relegate nei ruoli cliché dell’ex fidanzata pazza, della collega da conquistare, della bella americana arrivata per stravolgere gli equilibri della comunità. E lo hanno fatto insieme. Scambiandosi opinioni, sollevando la spessa sottogonna per scavalcare la recinzione.

È accaduto con il cinema, come riporta il Guardian, in cui persino il nuovo capitolo di Frozen (attraverso la rappresentazione più “laterale” dell’amicizia, quella tra sorelle) ha illuminato circa la forza che due donne possono trarre l’una dal l’altra. In Booksmart, uscito in Italia nell’estate 2019 col titolo La rivincita delle sfigate, esordio alla regia per Olivia Wilde, «Amy e Molly sono due liceali estremamente diverse che nel film si comprendono e amano a vicenda come solo due amiche sono in grado di fare», aveva spiegato la regista nel corso di un’intervista al Los Angeles Times. «Crescono confrontandosi, e imparano a superare le proprie paure sostenendosi nelle reciproche decisioni». Amy e Molly, figlie di una delle coppie di amiche più iconiche della televisione quale è stata quella formata da Ilana e Abbi di Broad City: tanto scanzonate, sicure di sé e irriverenti nelle loro disavventure sessuali da riuscire a rappresentare almeno uno dei momenti più imbarazzanti della nostra vita. Dopo anni in cui Carrie Bradshaw aveva convinto le sue spettatrici che bastassero capelli a palmizio e Manolo Blahnik per assicurarsi un futuro votato ai cocktail party («i sogni cambiano, le tendenze vanno e vengono, ma le amicizie non passano mai di moda», rifletteva in un episodio, chiarendo la leggerezza con cui venivano intese le relazioni umane come notava The Atlantic), finalmente nel 2014 arrivarono loro, due scoppiate che, un concerto di Lil Wayne dopo l’altro, riuscirono a scardinare ogni tipo stereotipo rappresentativo. Phoebe Waller-Bridge ne ha raccolto il testimone.

Se in Fleabag l’interprete e autrice è alle prese con la ricaduta psicologica dell’aver tradito la propria migliore amica, in Killing Eve del 2018 la sceneggiatrice esplorava il legame improbabile tra un’agente dell’Intelligence britannica e un’assassina. Una sorta di Eva contro Eva, che trascendeva la mera contrapposizione tra buoni e cattivi e trasformava un inseguimento geografico in uno sentimentale, tra Eve affascinata dalla vita priva di regole di Villanelle e quest’ultima, che intravedeva nella nemesi la fonte di un ingegno da cui trarre ispirazione. Perché «le amicizie tra donne sono le storie d’amore più evolute e profonde, ma sono spesso trattate dagli autori come se fossero relazioni accessorie», ha sostenuto qualche anno fa la scrittrice Emily Rapp.

Da “Fleabag”, Phoebe Waller-Bridge

Cos’è cambiato? «A raccontare l’amicizia femminile sono sempre stati gli uomini che hanno finito per fare di loro stessi il cuore della storia», ha detto al Guardian April De Angelis, che ha adattato L’amica geniale di Elena Ferrante per uno spettacolo al National Theatre di Londra. «Negli ultimi anni invece, tra il 2018 e il 2019, a descriverci siamo finalmente state noi. E nel raccontare le trame della nostra vita abbiamo parlato di figlie, di madri, di nonne, ma soprattutto di quelle amiche senza le quali non saremmo ciò che siamo adesso». Phoebe Waller-Bridge, Jenji Kohan che dopo Orange is the New Black ha narrato la storia di un gruppo di donne con Glow (giunta alla terza stagione lo scorso 9 agosto), Olivia Wilde. E ora Greta Gerwig, che con Piccole Donne ha dato vita a una nuova opera corale, in cui ognuno dei personaggi femminili trattati assume una propria rilevanza.

«La storia delle sorelle March è quella di un’amicizia in cui tutte le ragazze, rappresentate nelle differenze caratteriali, sono protagoniste senza che vi sia bisogno dell’ombra di un uomo dietro cui stagliare la loro figura», continua Gwendolyn Smith sul Guardian. Quindi: c’è Laurie (interpretato da Timothée Chalamet) ma la Jo di Saoirse Ronan è più importante; così come Meg lo è di John Brooke, con cui la giovane si sposa per amore rinunciando a una vita di sfarzi e ricchezze. Sorelle che sono temperamento e impeto, amiche che sono raccontate nella forza di essere, prima di tutto, semplicemente: donne.

Le protagoniste di “Glow”, ideato da Genji Kohan, Liz Flahive e altri

Era il 2008 quando, con Vicky Cristina Barcelona, Woody Allen ha usato l’amicizia femminile tra i personaggi di Scarlett Johansson e Rebecca Hall per originare l’ennesimo ritratto amaro dei rapporti umani, tra indecisione e irrequietezza. Polanski stemperò invece la relazione delle protagoniste di Quello che non so di lei nella mania di persecuzione, mentre Joe Wright, adattando la Austen di Orgoglio e Pregiudizio, diede vita a donne dalla ribellione mite. Prive di quell’insoddisfazione e di quella visione che era causa dell’insoddisfazione stessa. Perché le donne dipinte dagli uomini sono sembrate troppo spesso accettare la vita con troppa pacatezza, così come l’hanno trovata. Così che anche nei loro rapporti di amicizia risultassero tiepide, e paradossalmente sole.

«L’amicizia femminile è stata un soggetto largamente respinto negli anni a dispetto delle storie amorose, proprio perché la si riteneva una tematica poco intrigante. Ma la verità è che alle donne non è mai stato concesso quello spazio culturale per raccontare la loro esistenza che sono riuscite ad avere adesso», ha continuato De Angelis. Perché è il potere di stare insieme, che fortifica e spaventa come diceva Lenù a proposito di Lila nell’Amica Geniale, che «se ci fosse stato permesso di studiare e crescere insieme, forse avremmo anche cambiato il mondo».

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